ci siamo quasi

Ci siamo quasi.
Come prima cosa, guardando la data della mia ultima pubblicazione e il numero di visitatori online, mi sento di dover chiedere scusa. Sette mesi fa l’ultimo racconto, e, ancora adesso, parecchie migliaia di persone attive ogni giorno. Molti mi hanno chiesto quando, finalmente, saremmo usciti con il sito della casa editrice. E davvero, ci siamo quasi.
Quindi, almeno, mi sento in obbligo di anticipare qui la nostra linea editoriale e proporre il nostro primo servizio.
Come già detto a molti, per il nome, con una botta di originalità, abbiamo scelto Jona Editore, e, con altrettanta fantasia, il sito è www.jonaeditore.it.

Cosa faremo?

Mi viene da dire “libri”, e in fondo, in altre parti del mondo, come risposta basterebbe.
Per il primo anno pubblicheremo sei romanzi e due volumi che saranno, spero, una piacevole sorpresa. Dei sei titoli, tre saranno di autori già pubblicati (due francesi che tradurremo e uno italiano). Gli altri tre saranno nuovi autori.
Pubblicheremo racconti. Vostri. Funzionerà così: Ogni settimana daremo un “tema”. Avrete sette giorni per inviare un racconto di massimo . I due migliori saranno pubblicati in una sezione di www.jonaeditore.it. A fine anno, i migliori tra i vincitori diventeranno un libro, cartaceo e digitale. E gli autori avranno un contratto editoriale. A tal proposito: Jona Editore non chiederà mai un centesimo ai nostri autori. Troviamo che la pratica (molto italiana) di far pubblicare tutti, e far pagare sempre, sia una barbarie culturale. Pubblicheremo pochi, selezionatissimi, autori, e questi guadagneranno, come è normale che sia, sui libri che venderemo.
Faremo interviste a scrittori, registi, musicisti.
Faremo critica a romanzi. Perché non parlare di autori che pubblicano per altre case editrici, è pratica che non ci piace. Saremo una rivista online.
Quel che vogliamo essere, o, almeno, arrivare ad essere, è un punto di incontro. Vendere libri, anche se si è bravi a sceglierli, a promuoverli e a farli distribuire, non è sufficiente. Vogliamo parlare di romanzi, di racconti, di musicisti, di un nuovo modo di vedere le cose, di un’altra angolazione.
Una cosa sola accomuna il nostro concetto di “arte”. Mostrare le cose da una prospettiva nuova. Mostrare quello che indubbiamente c’è già e di cui sicuramente qualcuno in passato ha già scritto e scritto meglio di noi, ma con altri occhi, da altri lati, e senza quella patina di “normalizzazione” che moto spesso ci tocca vivere.
Altre idee, ne abbiamo molte, e poco alla volta ve le esporremo.
Per adesso vi lascio una email: concorso@jonaeditore.it
I racconti inizieremo a pubblicarli dalla prima settimana di marzo (il sito sarà inaugurato a febbraio), ma adesso, se volete, potete iniziare a mandarli, il tema scelto è il titolo “memorie dal sottosuolo”. Prendete spunto, massimo tremila parole, e i due più belli saranno pubblicati.
Questo sito, invece, diventerà più “blog”, molti dei miei scritti saranno pubblicati in jonaeditore.it, e qui ci saranno soprattutto post di natura diversa.
E, per chi mi ha chiesto quando finirà il ritardo all’uscita delle mie “confessioni di un ologramma”, anche qui, spero, ci siamo quasi.
Per adesso è tutto. Se avete domande, se avete proposte, se volete collaborare, potete scrivere a info@jonaeditore.it
Prossimamente vi indicherò la mail a cui mandare i romanzi che vorreste pubblicare.
Un grazie a tutti.

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sangue trasparente (this is not a love song)

Mi sanguina il culo.
L’altro giorno sono andato con una puttana, mentre me lo succhiava mi ha messo un dito dentro con troppa forza. Era molto brava, una negra, brasiliana. Lo succhiava forte, io seduto sul letto, lei per terra. Non molto bella, con una pancia troppo evidente. E adesso mi brucia il culo, puttana troia. Non che mi sia spiaciuto, anzi, ma avrebbe potuto fare più piano, che cazzo. E poi, la cosa grave è che sono tre giorni che non mi cambio e questo mi crea un po’ di imbarazzo.
Prima ero in un bar, per l’aperitivo, aspettavo Giulio, ero solo, musica forte, con un dj, come si usa adesso, e mi sembrava di essere in un videogioco, voglio dire, si muovevano tutti plastici, il suono era ovattato, irreale. O forse, peggio, reale. A un certo punto alternavo possibilità di giochi. Ero un cattivo che tirava fuori la pistola e li doveva uccidere tutti, un colpo a cranio. O un pilota che doveva evitare le automobiline uomini macchinette che se le investi pazienza, ricominci da capo. Lo immaginavo e lo avrei fatto, se solo fossi riuscito a togliermi questa patina di normalità che ancora, forse per poco, mi separa da me.
Non lo so, forse, invece, non riuscirò mai e continuerò a vivere in questo stato di inerzia da contratto sociale. Sono buono, lavoro, non uccido. Ma poi chissenefrega, in fondo, posso anche non ucciderli, in fondo cambia poco, sono già morti. Questi del bar erano tutti dai 20 ai 35 anni, tutti forzatamente alla moda, sorridevano le donne truccate, sorridevano gli uomini malconci e col trucco solo nello sguardo. Da “cazzo quanto son figo, c’ho pure il rolex, dovresti proprio darmela, brutta puttana troia che non sei altro”. A un certo punto ho avuto la sensazione che il mio culo incominciasse a sanguinare e sono andato al cesso a controllare e sanguinava davvero, maledizione, aveva lasciato pure una macchia sui pantaloni. E così paranoie immediate, “si vede? Non si vede? Metto la camicia fuori dai pantaloni e poi tanto ho la giacca, non dovrebbe proprio vedersi, che cazzo”. Non si vedeva, ma, come dicevo prima, non mi cambio da tre giorni e adesso la macchia incomincia ad essere evidente. Non mi cambio per una serie di inutili motivi, non mi cambio e basta, saranno cazzi miei perché non mi sono cambiato, no?

Comunque, dicevo, erano quasi tutti dai 20 ai 35, ma la stessa cosa mi capita con tutte le altre persone, specie con gli impiegati a pranzo, nei bar, non so perché. Diciamo che a) li ammazzerei tutti e b) non li considero vivi, sì, vabbe’ sembra un controsenso, lo so. E’ la vecchia, noiosa storia ripresa dai cyber punk sul fatto che nulla esiste, che è tutto una nostra cazzo di proiezione, cosa che del resto dicevano anche i filosofi un sacco di tempo fa. Lo so, è banale, ma che cazzo ci posso fare se spesso mi sembra l’unica cosa vera, l’unica giustificazione a tutto? E poi chi cazzo me lo dimostra che un’altra persona esiste? Credo che nessuno possa. Non che questo mi porti a non provare nulla per le persone, anzi. Ho molti amici, una fidanzata, i genitori. Il punto è se morissero quanto mi dispiacerebbe? Credo poco, forse quasi niente e credo che non avrei difficoltà ad ammetterlo né a me né ad altri. Comunque, dicevo, ero al bar, mi sanguinava il culo e aspettavo Giulio.

I rumori passano lentamente. Piove e c’è traffico, le macchine squillano, i passanti urlano. E io cammino senza destinazione mai. E i rumori passano passo dopo passo. Lentamente, mollemente si dissolvono facendosi pensiero. Cammino piano trascinando peso e pesi e non penso che al calare delle gocce per terra e ai grigio ghiaccio che scende dal cielo. Vorrei una biova calda e un pallone e un cornetto crema cioccolato, ne vuoi un altro, ancora un po’ di coca cola? Vorrei la giornata più bella del mondo quando proprio in questa via, già, forse proprio in questa via, vorrei l’incanto prima di morire e poi più nulla, vedere le parti di me che una a una si staccano, scivolano in basso, diventano niente, una a una, una a una, poi più nulla, un lento passare, una sostanza non visibile che soffia piano, che passa, passa, passa da un lato all’altro come in un videogioco di un cretino incredulo, passa come uno slittino sulla neve quando fa freddo ma non importa l’importante è avvivare giù dove la salita e la discesa non hanno più senso, passa come un delitto dimenticato, passa e poi passa ancora. fino a non distinguere il movimento dalla quiete, fino a non distinguere me da te da tutto.

Non voglio più morire in questa vita. Troppe volte son morto, adesso basta. Aspetto Giulio e Giulio al solito non arriva. E non so cosa fare, un bus, mi serve un bus capolinea a capolinea per riordinare le idee, per trovare una soluzione a tutto.

C’è sempre una soluzione a tutto e io la cercherò sul bus guardando le facce degli altri passeggeri, guardando fuori le automobili e i colori del cemento e del cielo e la strada bella e lenta e veloce. O forse no, nessuna soluzione.

Gli dei, se si guardano, muoiono.
Eppure non passa, questa giornata non diventa la più bella, finisce così.

Qualcosa di concreto, ci vuole solo qualcosa di concreto. Devo smettere con questo silenzio tra me e me. Basta parlarsi e si risolve tutto. Basta fare un passo dopo l’altro, lentamente, solo un passo, nella direzione giusta e il problema è già finito, non più tentennamenti, ma decisioni giuste, passo dopo decisione, concretizzare, ecco quello che devo fare, basta, adesso trovo soluzione e andrà tutto bene.

L’importante è la direzione. Tra un quattro ed un sette, a scuola, la differenza era un dettaglio, un “usciamo, non usciamo, massi esco” , un momento solo, un secondo, la mia esistenza è creata da tre minuti decisivi, qualche secondo per anno, sempre sbagliati, mi hanno portato qui a cercare ancora qualche secondo per mettere tutto a posto. Dentro di me ci sono anni e anni, difficile trovare i secondi, difficile riuscire a non morire per l’ultima volta, questa volta.
E Giulio non arriva e domani saranno quattro i giorni con gli stessi abiti e il cielo questa notte sarà nero sopra di me, dentro di me.

Certe volte ti penso e vedo me dentro di te. Certe volte ti penso e vedo solo la tua perle, altre solo i tuoi occhi, altre i gemiti sotto di me. Certe volte penso agri dei che ci guardarono la prima volta che ci guardammo e sono felice. Altre volte gli dei giocano a nascondersi e il ricordo diviene ritratto, la vita pastello, ed io conto le persone come si contano le pedine inesistenti di una scacchiera e tutto diventa contorno visibile e falso delle mie finte funzioni. Tutto diventa percorso senza fine, strada senza uscita e senza possibilità di ritorno. Non passerà? Bisogna trovare il mattone afflitto di verità e con un sol colpo far cadere tutta la casa marcia e poi passare, semplicemente passare e venire da te, e, raggiungere me. Ma che non sia retorica,questa volta.

Piove, piove quasi sempre quando deve piovere. I secondi continuo a non trovarli, quindi vado in un bar a prendere un caffè. L’anormalità ti porta in dono la solitudine, la disperazione spesso te la fa odiare. Io adesso non sono ancora disperato, riesco ancora a oscurare la vista sulla lunga distanza, mi concentro o meglio mi assento, sul caffè. E’ autodifesa o vigliaccheria, dir si voglia, quella di non guardare al dopodomani, forse anche al domani, e a me riesce benissimo, e così facendo, se non altro, non impazzisco, non mi dispero, non penso dentro. Così sia. Il caffè è buono e caldo e lo bevo seduto, sfogliando il tuttosport dei locale, unto e consunto, con i fogli fuori via. lVli piace il calcio, tifo juventus e quest’anno sembra non andare male, specie in coppa, e poi c’è delpiero che sta giocando da dio, speriamo bene.

E un vacuo pensare quello che mi porta fino al garage di casa mia, dove il cancello prima è chiuso, poi aperto su nulla. Non c’è nulla nei garage di casa mia, non c’è auto, moto, bici, non c’è attrezzo, vino, riserva. Non c’è luce e così anche quella porta in fondo al garage, non c’è.

Giulio non arriva, me ne vado. Il punto è” dove e perché? Non trovo molto senso nello spostarmi. C’era anche in un film o in un libro, una persona che di colpo smetteva di camminare e, semplicemente si fermava. Dovrei fare così anche io, ma a volte fermarsi è più complicato che continuare a camminare, e così altra corsa, altro bar, un po’ di vodka, per piacere.
Due anni fa non era così, era tutto diverso due anni fa. O anche solo due mesi fa forse. Adesso sembra che non ci sia più scissione tra ii giorno e la notte, tra la notte e il giorno dopo. Un unico, eterno, tempo, che pare non passare, che sembra non passerà. Devo cambiarmi.

Qual è la differenza, nei ricordi, tra la felicità e la tristezza ? La sensazione che ne traiamo è una copia, non l’originale.
E se non c’è differenza nel passato come può esistere nel presente?
Il futuro è una dea che non c’è. lo mangio il pane e guardo le briciole.

Mi spoglio mi lavo mi rivesto con abiti consunti e puliti. Mi pettino lavo i denti sembro normale nella norma, in mezzo a tutti non mi distinguo più, non sanno chi sono, non sanno niente
adesso, posso camminare e andare e se mi fermerò forse nessuno riuscirà a notarlo. Ho voglia di un piatto di fallafel. A San Salvario c’è un turco che lo fa bene, costa poco, io ci vado.

E come è buono questo fallafel che sa di Africa e Medioriente e basta Europa case e democrazia a rate un tanto al mese un poco alla volta e bambini referendum per il colore dei capelli delle maestre dei palloni blu o lillà, questo fallafel è proprio buono e io non sono più in Europa italia Torino san Salvario bar pantaloni puliti e consunti e non sono più in questo corpo brutto e vecchio, in questo cervello in cancrena non ci sono più io. E’ così buono questo fallafel e io sono solo il sapore nella bocca, senza corpo codice fiscale dio amore odio, e strade da camminare senza scarpe né piedi.

Mi chiamo Paola Cohen [confessioni di un ologramma] – romanzo

Mi chiamo Paola Cohen, sono nata a Barcellona a marzo del millenovecentosettanta. I miei si trovavano in Spagna per lavoro, mio padre era architetto. Tornammo in Italia quando io avevo appena compiuto cinque anni, le mie due sorelle quattro e tre. Quando compii dodici anni mia madre dette alla luce un figlio maschio, al quarto tentativo.

Sono la sorella più grande, non la più amata, non la più apprezzata.

Mi sono laureata in lettere moderne a ventitré anni e mezzo, secondo mio padre con sei mesi di ritardo da quando avrei dovuto.

Andai a finire la preparazione per la tesi a casa di mia nonna, al mare, e lì conobbi Andrea.

Quando lo conobbi ero fidanzata con Carlo, avremmo dovuto sposarci di lì a poco. Lo lasciai al telefono, si arrabbiò molto, non poteva crederci.

La prima volta che facemmo l’amore, Andrea ed io, eravamo a casa di mia nonna, lui entrò in me e io non sentii quasi nulla, una cosa dentro che si muoveva, una cosa fuori che mi baciava. Era di fretta, doveva vedere una sua amica in un paesino vicino, mi aveva detto.

La seconda volta fu a poche centinaia di metri da casa al mare, su un colle, vicino alle resta di un castello abbandonato. Pioveva piano e c’era il sole, io mi appoggiai di spalle a un muretto, quella volta iniziò ad essere bello, ed io iniziai a sentire qualcosa.

La prima che lo vidi dopo il nostro rientro dal mare, ci misi un po’ per prepararmi e vestirmi. Non sapevo bene cosa mettere, se truccarmi o meno, al mare era diverso, ero quasi sempre in costume, quasi sempre lo stesso, un due pezzi con dei fiorellini blu o qualche vestitino, non ero mai truccata.

Indossai un vestito arancione che mi cingeva bene il corpo, volevo essere bella. Lui mi aspettava nel viale dei Tigli, dietro casa mia, io arrivai con qualche minuto di ritardo. Volevo così tanto vederlo, quel giorno, che quando lo vidi non pensai più a nulla.

  • Hai detto qualcosa a qualcuno di me?

  • Sì, che ti amo, che hai ventotto anni e che sei un poeta. E tu?

  • Che ti amo, che hai ventitré anni e che sei poesia.

  • Davvero?

  • Sì. Dove vuoi andare?

  • A casa tua.

  • Oggi non si può, andiamo in un bar, andiamo a fare un giro in centro, e adesso vieni qui dai, fatti baciare.

E quel giorno andammo in centro, e quello dopo ancora, e ancora molti altri a seguire. Io era volontaria della croce rossa e tenevo dei corsi di primo soccorso. Lui veniva ad ascoltarmi: in mezzo a tutta la gente che veniva per il corso di primo soccorso, lui veniva per me. Davo anche ripetizioni di italiano in una specie di cooperativa, e lui mi accompagnava, ogni volta, poi andava a fare un giro in attesa che io terminassi le lezioni, e poi mi riaccompagnava a casa.

Questo per due mesi, due mesi in cui andammo in centro, andammo a tenere corsi di primo soccorso, andammo  a dare lezioni di italiano.

Una volta, era quasi ora di cena, io ero in ritardo e continuavamo a baciarci sotto casa mia. Avevamo voglia di fare l’amore, l’avevamo sempre, io aprii il portone e lui mi seguì in cortile, entrammo nel gabinetto pubblico, lui chiuse la porta a chiave. Fuori pioveva, eravamo stati in un parco e avevamo le scarpe sporche di fango, lui si inginocchiò, mi alzò la gonna e abbassò le mutandine, io chiusi gli occhi. Avevo le mani nei suoi capelli e respiravo forte e sentivo la pioggia fuori e poi venni e lui si mise in piedi.

  • Vai, amore mio, è tardi, i miei mi ammazzano.

  • Ci vediamo domattina alle nove, vengo a prenderti.

  • Sì, adesso vai, ti amo.

Aveva i jeans bagnati fino alle ginocchia e mi guardava con amore, io gli diedi un bacio e poi un altro e un altro ancora in quella bocca che sapeva di me.

Confessione di un ologramma [romanzo] Cap 12 – incipit

  • Sei ossessionato dalla morte, tu.

  • Mica vero, e poi cosa vuol dire ossessionato? Se uno è ossessionato vuole una cosa? Se uno è ossessionato dalle donne, vuole le donne, se uno è ossessionato dai fiamminghi, vuole i fiamminghi. Io mica voglio morire.
  • Intendi i quadri fiamminghi?
  • Sì, i pittori, i dipinti. Ma comunque, in effetti uno può essere ossessionato dal calcio, ma vuole vederlo, mica averlo. Quindi, se per ossessione intendiamo una cosa che ci occupa la mente per parecchio tempo, forse sono ossessionato.
  • E quindi, cosa c’è dopo? Qualcosa, niente, paradiso, inferno?
  • Ah, non lo so.
  • Va be’, un’idea te la sarai pure fatta visto che sei ossessionato.
  • Non ho idee, ho possibilità.
  • Ok, quindi?
  • Secondo me la possibilità maggiore è che non ci sia nulla, poi reincarnazione, poi altro, misto.
  • Misto?
  • Sì, ci sta tutto, dal fatto che questa vita sia un sogno e ci si svegli e allora sono altri dubbi perché sarebbe un’altra vita simile. Anche se, in effetti potrebbe essere anche un’altra cosa. Oppure non so, ci sono infinite possibilità, visto che non sappiamo se c’è qualcosa e, in caso ci fosse, cosa è.
  • Be’, dicevo secondo te.
  • Sì, e te l’ho detto. Anche se in fondo, la cosa più probabile è anche la più difficile da immaginare.
  • In che senso?
  • Pensa che non ci sia niente.
  • Sì.
  • Pensarlo è facile, è, forse, la cosa più facile da pensare: si vive, si muore, fine. La cosa difficile, o forse impossibile, è immedesimarsi in quel niente.
  • Se è niente, in effetti, come puoi immaginarlo.
  • Ma provaci un attimo, pensaci, muori. Poi niente, inesistenza. Ce la fai?
  • No. Insomma, non penso.
  • Ecco, neanche io, ci ho provato per ore, non sai quante, e credo sia l’orrore. Anche se poi, se non esisti, insomma, non c’è manco quello. Quindi è come se l’orrore ci fosse solo per un attimo e per tutti gli attimi in cui provi a immedesimarti, ma alla fine è un orrore di una cosa che non saprai mai. E’ come se anche quello non esistesse, visto che non ha riscontro. Come se neanche la vita fosse esistenza, visto che la morte non lo è.
  • E tu cosa preferiresti ci fosse?
  • Questo credo sia il paradosso, quello grande.
  • Cioè?
  • Io credo si viva, almeno, io, poi gli altri non so, solo perché non si sa. Si sapesse, si sapesse qualsiasi cosa, sarebbe meglio morire.
  • Ho mica capito.
  • Se non ci fosse nulla che senso avrebbe vivere? Cosa cambierebbe se morissi tra un secondo o tra anni? A me niente. Tutto ha un senso se c’è altro. Anche i legami: che senso hanno se non sono eterni? Tutto ha senso se davvero c’è un senso.
  • Be’, per qualcuno c’è in questa vita.
  • Appunto, per qualcuno, io dico per me. E comunque, se invece fossi certo che c’è altro, preferirei morire e andare a vedere cos’altro c’è.
  • Cazzo. Quindi,scusa, in ogni caso preferisci morire.
  • In ogni caso, sì. È proprio questo il paradosso: in ogni caso preferirei morire, ma visto che non so, preferisco vivere. Vivo per il dubbio, insomma. Ma il dubbio tra due cose per cui preferirei morire.
  • E chi ti porteresti?
  • Cosa vuol dire chi ti porteresti?
  • Metti che tra cinque minuti sei morto, chi ti porteresti?
  • Ma che domanda del cazzo è? Sarebbe mica gentile portarsi qualcuno.
  • Ok. Ma lascia perdere altruismo, tanto è una cazzata, mica può avverarsi. Dico per te. Tu muori, chi vuoi che continui a essere con te.
  • Il mio cane è già morto, posso ritrovarlo dall’altra parte e basta. Vale?
  • No, una persona, una, una sola che ti porteresti dall’altra parte.
  • E se non vuole?
  • Oh, cazzo, chi se ne fotte, ci viene lo stesso.
  • E poi mi odia perché l’ho portata.
  • Cazzo, no. Tu la porti e per una stracazzo di legge universale, poi dimentica che sei una merda ed è felice di stare con te.
  • Ah, così.
  • Sì, quindi, chi ti porti?
  • Non lo so.
  • Dai, muori tra tre minuti, chi ti porti? Rebecca? Sara? Tua madre, che ne so, chi cazzo ti porti?
  • Mia madre è morta da poco, coglione.
  • Ah, cazzo, vero. Va bene, scusa, chi ti porti?
  • Sara.

Confessioni [romanzo] – La onlus (1)

Pioveva.

Viganò era tornato dall’ennesimo appuntamento in cui non aveva ottenuto, come sempre, nulla. La Onlus non aveva nessuna direzione. Lui ne fu consumatore malato, cercando di uscire da una vita fatta di droga, di puttane e di una moglie a casa a sperare che non tornasse. E quando la suora morì si trovò tutta quella cosa tra le mani, senza essere capace di far altro che continuare a elemosinare, coi suoi abiti sporchi, il suo viso consumato da miserie e disgrazie, e il sapore di qualcosa che avrebbe potuto ingrassarlo. E lo ingrassò, per qualche anno. Prendeva soldi, cambiò auto, da piccoli spicci di cocaina passò a piccoli spacci nella sua struttura. Si inventò una casa di accoglienza per detenuti in libertà. E di soldi ne giravano. Ma i contributi, statali prima, europei dopo, erano sufficienti o per lui e la sua nuova vita grassa e viscida o per offrire servizi. E la coca aumentava, come le bollette accumulate. Le auto erano sempre più belle, gli uffici sempre più decadenti. E dopo anni la realtà non avrebbe potuto che essere quella che, in effetti, era. Nessun soldo, né per gli uffici, né per le droghe.
E io, in questo quadro, in quella Milano che non riuscivo a connettere, non avrei potuto fare altro. Ero entrato anche io in quella decadenza a fine mandato. Continua a leggere “Confessioni [romanzo] – La onlus (1)”

Confessioni di un ologramma – u.p. – capitolo 1

Centocinquanta la gallina canta, lasciatela cantare, la voglio maritare.

Da Break ci andavo ogni tanto con mio padre. Alle Gru. Diceva che c’è gente, e che gli piaceva passeggiare. Ed è vicino a casa, meglio che andare in centro, che poi parcheggio non c’è mai. E adesso, visto che mio padre non c’è,  io posso mangiare con mia sorella, mio fratello e la sua donna.

E lei si atteggia, fa quella di famiglia, fa quella che conosceva mia madre. Per un attimo credo quasi che voglia istruirmi su chi era, mia madre, e poi accarezzarci con le mani sue. Poi mio fratello fa una battuta. E noi sorridiamo. E lui nota che sorridiamo, quindi quella battuta, lo so, la ripeterà almeno cinque volte. E così fa. Fino a che l’inerzia del ridere finisce, lui continua. E lei parla di un viaggio che hanno fatto e hanno conosciuto una mia zia o cugina di qualche grado. Il nome mi dice qualcosa. Ma non importa chi fosse, è un’altra tacca per lei, da farne bandiera e cappello insieme, e portare sul vassoio de: io sono famiglia, tu chi cazzo sei. E’ fatta così, che ci posso fare. La cosa sconvolgente è che tutte le donne di mio fratello, sono tutte fatte così. Tutte dominanti, insicure, aggressive. Una volta stava con una che si chiamava Grazia. E nelle vacanze di inverno lei lo aspettava a Bardonecchia. Io avevo una ventina di anni e a Bardonecchia avevo amici e una festa di capodanno che mi aspettavano. Così facemmo il viaggio insieme, per andare. E lei uguale. Dominante, insicura, aggressiva. Arrivati a Bardonecchia lei era infastiditissima per quei venti minuti di ritardo. E ci tenne a mostrare tutto il suo disappunto di fronte a me, prima che io salutassi e andassi via. Poco prima che la mia voglia di prenderla a calci diventasse bella. Va be’, contento lui. E adesso sorride e parla di mia madre, come fosse la sua. E sorridono, sì, ma solo a labbra accennate. Insomma, è morta ier l’altro, siamo famiglia unita ma anche addolorata. Poi, poco alla volta, il dolore diventerà ricordo di dolore, e poi solo ricordo di qualcosa. Per adesso, noi si mangia, si ride e si ascolta lei che ci racconta com’era nostra madre. E va be’, così sia.

Io mangio e cerco di pensare ad altro. E sono troppo stanco per litigare o anche, solo, per opporre resistenza. E poi, a che pro? Mio fratello ci crede davvero. Quando mi ha detto che ci parleremo, che parleremo davvero di tutto, lui pensava che accadrà davvero. Per quella frazione di secondo si è assunto il peso di vent’anni di assenza. O, al meno, la corresponsabilità. Come quella volta, me lo ricordo bene. Ero appena tornato da Bruxelles, il giornale aveva chiuso, non mi avevano pagato e io ero a Torino senza un soldo. Gli chiesi un prestito per pagare l’affitto di un appartamento. Ma poco importò che due anni prima lui era rimasto senza lavoro, che lo invitavo tutte le sere a casa, gli preparavo cena e cercavo di stargli vicino, nonostante tutto. Poco importò che gli avevo presentato il mio capo e che, grazie a lui, aveva ottenuto una collaborazione con una azienda danese. Poco importò – anche e solo – che fosse mio fratello. Contò, invece – molto e solo – che molti anni prima mi ero comportato malissimo. E quindi non mi prestò nulla. E, qualche mese dopo, e sicuramente anche a causa della sua legittima decisione, mentre io vagavo dormendo una notte da un amico, una notte su una panchina davanti alla stazione, lui mi vide passare. Io voltai subito lo sguardo, non volevo che mi vedesse in quello stato, non foss’altro per risparmiarmi il furto della mia miseria. Ma io so perfettamente che anche quel giorno di venticinque anni prima, lui, per qualche frazione di secondo, si sentì tristissimo. Insomma, c’è quasi da star male per lui, e da dargli la mancia per la sua smorfia senza speranza.

Mia sorella li guarda. Mentre lei parla e lui la guarda, assonnato e adesso confuso. Dice poco, annuisce, qualche volta cerca di inserirsi nella conversazione. Lei credo che la debba rispettare. Insomma, è la sorella di mio fratello, nella vita ha sofferto molto. Io non c’ero, non so come abbia sofferto, ma so che era molto. E si vede, si vede nel corpo eccessivamente magro, nel viso tirato, si vede in come dice le cose. Sempre leggermente sopra misura, sembra quasi voglia aggrapparsi a quelle parole, a salire in aria con loro, a farsi vedere mentre volteggia, libera e bella, fino ad arrivare dentro di te.

E dentro di me ci arriva, almeno adesso, in questo pranzo post funerale in cui quella donna continua ancora a parlare di mia madre come fosse la sua.

 Centocinquanta la gallina canta, lasciatela cantare, la vogliono ammazzare.

Confessioni di un ologramma – u-p capitolo primo

E poi quando quando infine riuscimmo tornare a casa, la casa era cambiata. La cucina aveva il tavolo di un legno diverso e gli stoviglie avevano un altro disegno, il colore della tappezzeria del corridoio pareva un altro, l’odore stesso, era diverso. Quell’odore che arriva prima di una idea o di un concetto formando una idea: non so perché ma qui mi sembra di essere arrivato. Ci dividemmo, ognuno andò nella propria stanza. La porta della mia era la stessa di quella che ricordavo. Ma poi dentro, no, non quadrava niente.

I giocattoli, devo trovare la scatola dei giocattoli. Quella con dentro la mustang arancione, quella con i pezzi del lego e poi il pallone nell’angolo vicino al balcone. E l’autopista, che i comandi non si incastrano mai bene e ci ho messo lo scotch.

Non c’è niente. Una 131 racing nera, una racchetta da ping pong Stiga, un pallone da calcio da 280 grammi che non è il mio, il mio era quello da 420, lo avevo comprato poco prima che ci trasferissimo e poi topolini, che a me non è che piace tanto ma Diabolik non posso comperarlo e allora lo vedo solo quando vado da Flavio.

Che ci trasferissimo?

Ma allora questa non è casa mia, è dove abitavo prima ecco perché non torna niente e devo dirlo agli altri e mi alzo da terra, lascio la 131 racing nera e vado. Vado ma non c’è più nessuno. Non eravamo appena tornati dalle vacanze? E in questa casa chi ci abita che non c’è nessuno?

E sono per strada e se mi ricordo la casa di prima e so che poi ci siamo trasferiti, io quanti anni ho? E allora forse è un sogno, sì, deve esserlo, ma c’è il sole e quelli sono i miei giardinetti e adesso il pallone da 420 grammi ce l’ho in mano e posso andare. Mi staranno aspettando tutti per la partita di pallone, io faccio la squadra, Maurizio fa la sua, scegliamo un giocatore a testa fino a che ce ne sono. Io questa volta devo prendere Andrea, ma per riuscire devo vincere a pari e dispari alle bombe del cannon

 Centocinquanta la gallina canta lasciatela cantare la voglio maritare.

 e devo scegliere per primo se no succede come l’ultima volta che abbiamo perso. Per un pelo ma abbiamo perso. Quanti passi ci sono da qua al giardino, una volta li avevo contati ma adesso non ricordo più, e queste maledette lastre per terra che devo evitare gli spazi tra una e l ‘altra che se no poi a pallone perdo anche se gioco con Andrea.

 Ma dura poco e mi sveglio anche da questo sogno.

 Una mail per dire che mia madre è morta non è quello che ci si aspetta, né come forma, né come contenuto, se arriva da una famiglia morta venticinque anni prima. Ma questo, comunque, succede, e il funerale è di nuovo al cimitero ebraico, come quello di mia nonna, trentun anni dopo. A seguire la mail di mia sorella c’è quella di mio fratello, commossa nella dichiarazione, distratta nella forma. Ma va bene così. Continua a leggere “Confessioni di un ologramma – u-p capitolo primo”