Primo contest jonaeditore [aggiornamento]

Come promesso e date le numerosi sollecitazioni, diamo il via al primo contest.
In realtà è un piccolo regalo, dati i numerosi ritardi, in quanto il via “vero”, sarà il primo marzo.
Adesso c’è la possibilità di partecipare con qualche giorno in più per terminare il racconto.

 

Titolo: Memorie dal sottosuolo

Scadenza: 7 marzo 2016

Parole massime: 2000

Mail per inviare il racconto (inedito e in qualsiasi formato office o open office) contest@jonaeditore.it

Il tema, prendendo spunto dal titolo del romanzo, è aperto. Potete interpretarlo come meglio credete.

I due vincitori avranno pubblicazione in www.jonaeditore.it

I prossimi contest saranno indicati direttamente dal sito della casa editrice.

A dicembre 2016 i migliori tra i vincitori avranno un contratto editoriale e saranno pubblicati in cartaceo e in epub.

Oltre al racconto inviate autorizzazione a pubblicarlo, nome e cognome e eventuale sito.

Le eventuali domande fatele qui e tramite email, così possono essere utili a tutti.

 

In bocca al lupo.

 

[salvate il file scrivendo: nome, cognome, memorie dal sottosuolo]

Per chi lo ha già mandato va bene così.

ci siamo quasi

Ci siamo quasi.
Come prima cosa, guardando la data della mia ultima pubblicazione e il numero di visitatori online, mi sento di dover chiedere scusa. Sette mesi fa l’ultimo racconto, e, ancora adesso, parecchie migliaia di persone attive ogni giorno. Molti mi hanno chiesto quando, finalmente, saremmo usciti con il sito della casa editrice. E davvero, ci siamo quasi.
Quindi, almeno, mi sento in obbligo di anticipare qui la nostra linea editoriale e proporre il nostro primo servizio.
Come già detto a molti, per il nome, con una botta di originalità, abbiamo scelto Jona Editore, e, con altrettanta fantasia, il sito è www.jonaeditore.it.

Cosa faremo?

Mi viene da dire “libri”, e in fondo, in altre parti del mondo, come risposta basterebbe.
Per il primo anno pubblicheremo sei romanzi e due volumi che saranno, spero, una piacevole sorpresa. Dei sei titoli, tre saranno di autori già pubblicati (due francesi che tradurremo e uno italiano). Gli altri tre saranno nuovi autori.
Pubblicheremo racconti. Vostri. Funzionerà così: Ogni settimana daremo un “tema”. Avrete sette giorni per inviare un racconto di massimo . I due migliori saranno pubblicati in una sezione di www.jonaeditore.it. A fine anno, i migliori tra i vincitori diventeranno un libro, cartaceo e digitale. E gli autori avranno un contratto editoriale. A tal proposito: Jona Editore non chiederà mai un centesimo ai nostri autori. Troviamo che la pratica (molto italiana) di far pubblicare tutti, e far pagare sempre, sia una barbarie culturale. Pubblicheremo pochi, selezionatissimi, autori, e questi guadagneranno, come è normale che sia, sui libri che venderemo.
Faremo interviste a scrittori, registi, musicisti.
Faremo critica a romanzi. Perché non parlare di autori che pubblicano per altre case editrici, è pratica che non ci piace. Saremo una rivista online.
Quel che vogliamo essere, o, almeno, arrivare ad essere, è un punto di incontro. Vendere libri, anche se si è bravi a sceglierli, a promuoverli e a farli distribuire, non è sufficiente. Vogliamo parlare di romanzi, di racconti, di musicisti, di un nuovo modo di vedere le cose, di un’altra angolazione.
Una cosa sola accomuna il nostro concetto di “arte”. Mostrare le cose da una prospettiva nuova. Mostrare quello che indubbiamente c’è già e di cui sicuramente qualcuno in passato ha già scritto e scritto meglio di noi, ma con altri occhi, da altri lati, e senza quella patina di “normalizzazione” che moto spesso ci tocca vivere.
Altre idee, ne abbiamo molte, e poco alla volta ve le esporremo.
Per adesso vi lascio una email: concorso@jonaeditore.it
I racconti inizieremo a pubblicarli dalla prima settimana di marzo (il sito sarà inaugurato a febbraio), ma adesso, se volete, potete iniziare a mandarli, il tema scelto è il titolo “memorie dal sottosuolo”. Prendete spunto, massimo tremila parole, e i due più belli saranno pubblicati.
Questo sito, invece, diventerà più “blog”, molti dei miei scritti saranno pubblicati in jonaeditore.it, e qui ci saranno soprattutto post di natura diversa.
E, per chi mi ha chiesto quando finirà il ritardo all’uscita delle mie “confessioni di un ologramma”, anche qui, spero, ci siamo quasi.
Per adesso è tutto. Se avete domande, se avete proposte, se volete collaborare, potete scrivere a info@jonaeditore.it
Prossimamente vi indicherò la mail a cui mandare i romanzi che vorreste pubblicare.
Un grazie a tutti.

logo_24be8aac39fb75440fd8003e92135945

Il [mio] pianeta Trillafon, che poi non si chiama così [seconda parte]

Poi succede che passano gli anni, nel PianetaTerra, che non esiste, e quindi non esistono gli anni. E poi succede una altra cosa: non riesco a tornare al mio Pianeta Trillafon, che poi non si chiama così. Rimango intrappolato in qualcosa che non esiste. Provo in tutti i modi ad andarmene, ma non riesco. E tutta la mia raltà è irreale. Il mio cane muore, un giorno che ha una data. La sua morte coincide col mio restare intrappolato, almeno così adesso credo. E col fatto che la mia realtà diventa così irreale. Poi succede che una donna mi lascia, o la lascio io, non ricordo. E così, oltre a restare intrappolato in un mondo che non esiste, sono solo. Ora, il mio cane è morto, ed esisteva, lo so per certo. E ora, lo so per certo, sono solo. Col passare di un tempo che non esiste, tutte le mie certezze, smettono anch’esse di esistere. Tutte le persone che ho conosciuto e che sono sparite dalla mia vita, tornano. Tornano e non le distinguo.
In questo tempo che passa e che non esiste, i ricordi hanno la stessa forma di un infinito presente. E così chiudo gli occhi. Non so dove sono. Ho preso un treno. Non so perché. Una canzone dice “dimmi che sarà tutto più chiaro che qui”, io l’ascolto e non ricordo chi la canta. Per un attimo dimentico tutto. Forse questo viaggio in treno non finirà mai, penso. Non lo so, il mio pianeta Trillafon, che poi ha un altro nome, non c’è più. O, meglio, non so più come andarci, e quindi non c’è più.
Continua a leggere “Il [mio] pianeta Trillafon, che poi non si chiama così [seconda parte]”

sangue trasparente (this is not a love song)

Mi sanguina il culo.
L’altro giorno sono andato con una puttana, mentre me lo succhiava mi ha messo un dito dentro con troppa forza. Era molto brava, una negra, brasiliana. Lo succhiava forte, io seduto sul letto, lei per terra. Non molto bella, con una pancia troppo evidente. E adesso mi brucia il culo, puttana troia. Non che mi sia spiaciuto, anzi, ma avrebbe potuto fare più piano, che cazzo. E poi, la cosa grave è che sono tre giorni che non mi cambio e questo mi crea un po’ di imbarazzo.
Prima ero in un bar, per l’aperitivo, aspettavo Giulio, ero solo, musica forte, con un dj, come si usa adesso, e mi sembrava di essere in un videogioco, voglio dire, si muovevano tutti plastici, il suono era ovattato, irreale. O forse, peggio, reale. A un certo punto alternavo possibilità di giochi. Ero un cattivo che tirava fuori la pistola e li doveva uccidere tutti, un colpo a cranio. O un pilota che doveva evitare le automobiline uomini macchinette che se le investi pazienza, ricominci da capo. Lo immaginavo e lo avrei fatto, se solo fossi riuscito a togliermi questa patina di normalità che ancora, forse per poco, mi separa da me.
Non lo so, forse, invece, non riuscirò mai e continuerò a vivere in questo stato di inerzia da contratto sociale. Sono buono, lavoro, non uccido. Ma poi chissenefrega, in fondo, posso anche non ucciderli, in fondo cambia poco, sono già morti. Questi del bar erano tutti dai 20 ai 35 anni, tutti forzatamente alla moda, sorridevano le donne truccate, sorridevano gli uomini malconci e col trucco solo nello sguardo. Da “cazzo quanto son figo, c’ho pure il rolex, dovresti proprio darmela, brutta puttana troia che non sei altro”. A un certo punto ho avuto la sensazione che il mio culo incominciasse a sanguinare e sono andato al cesso a controllare e sanguinava davvero, maledizione, aveva lasciato pure una macchia sui pantaloni. E così paranoie immediate, “si vede? Non si vede? Metto la camicia fuori dai pantaloni e poi tanto ho la giacca, non dovrebbe proprio vedersi, che cazzo”. Non si vedeva, ma, come dicevo prima, non mi cambio da tre giorni e adesso la macchia incomincia ad essere evidente. Non mi cambio per una serie di inutili motivi, non mi cambio e basta, saranno cazzi miei perché non mi sono cambiato, no?

Comunque, dicevo, erano quasi tutti dai 20 ai 35, ma la stessa cosa mi capita con tutte le altre persone, specie con gli impiegati a pranzo, nei bar, non so perché. Diciamo che a) li ammazzerei tutti e b) non li considero vivi, sì, vabbe’ sembra un controsenso, lo so. E’ la vecchia, noiosa storia ripresa dai cyber punk sul fatto che nulla esiste, che è tutto una nostra cazzo di proiezione, cosa che del resto dicevano anche i filosofi un sacco di tempo fa. Lo so, è banale, ma che cazzo ci posso fare se spesso mi sembra l’unica cosa vera, l’unica giustificazione a tutto? E poi chi cazzo me lo dimostra che un’altra persona esiste? Credo che nessuno possa. Non che questo mi porti a non provare nulla per le persone, anzi. Ho molti amici, una fidanzata, i genitori. Il punto è se morissero quanto mi dispiacerebbe? Credo poco, forse quasi niente e credo che non avrei difficoltà ad ammetterlo né a me né ad altri. Comunque, dicevo, ero al bar, mi sanguinava il culo e aspettavo Giulio.

I rumori passano lentamente. Piove e c’è traffico, le macchine squillano, i passanti urlano. E io cammino senza destinazione mai. E i rumori passano passo dopo passo. Lentamente, mollemente si dissolvono facendosi pensiero. Cammino piano trascinando peso e pesi e non penso che al calare delle gocce per terra e ai grigio ghiaccio che scende dal cielo. Vorrei una biova calda e un pallone e un cornetto crema cioccolato, ne vuoi un altro, ancora un po’ di coca cola? Vorrei la giornata più bella del mondo quando proprio in questa via, già, forse proprio in questa via, vorrei l’incanto prima di morire e poi più nulla, vedere le parti di me che una a una si staccano, scivolano in basso, diventano niente, una a una, una a una, poi più nulla, un lento passare, una sostanza non visibile che soffia piano, che passa, passa, passa da un lato all’altro come in un videogioco di un cretino incredulo, passa come uno slittino sulla neve quando fa freddo ma non importa l’importante è avvivare giù dove la salita e la discesa non hanno più senso, passa come un delitto dimenticato, passa e poi passa ancora. fino a non distinguere il movimento dalla quiete, fino a non distinguere me da te da tutto.

Non voglio più morire in questa vita. Troppe volte son morto, adesso basta. Aspetto Giulio e Giulio al solito non arriva. E non so cosa fare, un bus, mi serve un bus capolinea a capolinea per riordinare le idee, per trovare una soluzione a tutto.

C’è sempre una soluzione a tutto e io la cercherò sul bus guardando le facce degli altri passeggeri, guardando fuori le automobili e i colori del cemento e del cielo e la strada bella e lenta e veloce. O forse no, nessuna soluzione.

Gli dei, se si guardano, muoiono.
Eppure non passa, questa giornata non diventa la più bella, finisce così.

Qualcosa di concreto, ci vuole solo qualcosa di concreto. Devo smettere con questo silenzio tra me e me. Basta parlarsi e si risolve tutto. Basta fare un passo dopo l’altro, lentamente, solo un passo, nella direzione giusta e il problema è già finito, non più tentennamenti, ma decisioni giuste, passo dopo decisione, concretizzare, ecco quello che devo fare, basta, adesso trovo soluzione e andrà tutto bene.

L’importante è la direzione. Tra un quattro ed un sette, a scuola, la differenza era un dettaglio, un “usciamo, non usciamo, massi esco” , un momento solo, un secondo, la mia esistenza è creata da tre minuti decisivi, qualche secondo per anno, sempre sbagliati, mi hanno portato qui a cercare ancora qualche secondo per mettere tutto a posto. Dentro di me ci sono anni e anni, difficile trovare i secondi, difficile riuscire a non morire per l’ultima volta, questa volta.
E Giulio non arriva e domani saranno quattro i giorni con gli stessi abiti e il cielo questa notte sarà nero sopra di me, dentro di me.

Certe volte ti penso e vedo me dentro di te. Certe volte ti penso e vedo solo la tua perle, altre solo i tuoi occhi, altre i gemiti sotto di me. Certe volte penso agri dei che ci guardarono la prima volta che ci guardammo e sono felice. Altre volte gli dei giocano a nascondersi e il ricordo diviene ritratto, la vita pastello, ed io conto le persone come si contano le pedine inesistenti di una scacchiera e tutto diventa contorno visibile e falso delle mie finte funzioni. Tutto diventa percorso senza fine, strada senza uscita e senza possibilità di ritorno. Non passerà? Bisogna trovare il mattone afflitto di verità e con un sol colpo far cadere tutta la casa marcia e poi passare, semplicemente passare e venire da te, e, raggiungere me. Ma che non sia retorica,questa volta.

Piove, piove quasi sempre quando deve piovere. I secondi continuo a non trovarli, quindi vado in un bar a prendere un caffè. L’anormalità ti porta in dono la solitudine, la disperazione spesso te la fa odiare. Io adesso non sono ancora disperato, riesco ancora a oscurare la vista sulla lunga distanza, mi concentro o meglio mi assento, sul caffè. E’ autodifesa o vigliaccheria, dir si voglia, quella di non guardare al dopodomani, forse anche al domani, e a me riesce benissimo, e così facendo, se non altro, non impazzisco, non mi dispero, non penso dentro. Così sia. Il caffè è buono e caldo e lo bevo seduto, sfogliando il tuttosport dei locale, unto e consunto, con i fogli fuori via. lVli piace il calcio, tifo juventus e quest’anno sembra non andare male, specie in coppa, e poi c’è delpiero che sta giocando da dio, speriamo bene.

E un vacuo pensare quello che mi porta fino al garage di casa mia, dove il cancello prima è chiuso, poi aperto su nulla. Non c’è nulla nei garage di casa mia, non c’è auto, moto, bici, non c’è attrezzo, vino, riserva. Non c’è luce e così anche quella porta in fondo al garage, non c’è.

Giulio non arriva, me ne vado. Il punto è” dove e perché? Non trovo molto senso nello spostarmi. C’era anche in un film o in un libro, una persona che di colpo smetteva di camminare e, semplicemente si fermava. Dovrei fare così anche io, ma a volte fermarsi è più complicato che continuare a camminare, e così altra corsa, altro bar, un po’ di vodka, per piacere.
Due anni fa non era così, era tutto diverso due anni fa. O anche solo due mesi fa forse. Adesso sembra che non ci sia più scissione tra ii giorno e la notte, tra la notte e il giorno dopo. Un unico, eterno, tempo, che pare non passare, che sembra non passerà. Devo cambiarmi.

Qual è la differenza, nei ricordi, tra la felicità e la tristezza ? La sensazione che ne traiamo è una copia, non l’originale.
E se non c’è differenza nel passato come può esistere nel presente?
Il futuro è una dea che non c’è. lo mangio il pane e guardo le briciole.

Mi spoglio mi lavo mi rivesto con abiti consunti e puliti. Mi pettino lavo i denti sembro normale nella norma, in mezzo a tutti non mi distinguo più, non sanno chi sono, non sanno niente
adesso, posso camminare e andare e se mi fermerò forse nessuno riuscirà a notarlo. Ho voglia di un piatto di fallafel. A San Salvario c’è un turco che lo fa bene, costa poco, io ci vado.

E come è buono questo fallafel che sa di Africa e Medioriente e basta Europa case e democrazia a rate un tanto al mese un poco alla volta e bambini referendum per il colore dei capelli delle maestre dei palloni blu o lillà, questo fallafel è proprio buono e io non sono più in Europa italia Torino san Salvario bar pantaloni puliti e consunti e non sono più in questo corpo brutto e vecchio, in questo cervello in cancrena non ci sono più io. E’ così buono questo fallafel e io sono solo il sapore nella bocca, senza corpo codice fiscale dio amore odio, e strade da camminare senza scarpe né piedi.

Joseph e il diavolo (parte prima)

Joseph quella notte aveva sognato il diavolo. Gli era andato incontro mentre camminava lungo un viale, sotto la pioggia. Era buio e non c’erano passanti né auto. Gli disse: “ciao, sono il diavolo”. Joseph rispose: “ciao diavolo, sono Joseph”.
Fecero un pezzo di strada insieme, in silenzio. Ma, in realtà, Joseph non lo vide più, dopo la presentazione, anche se sapeva che stava camminando con lui. Ne avvertiva la presenza.
Da ragazzo aveva letto un passo del Talmud che gli venne in mente: “D-o è pressione”. Si era sempre domandato cosa volesse dire e adesso, finalmente, lo aveva capito, solo che, appunto, non era D-o ma il diavolo. Mentre sognava si rese conto che, in realtà, era una cosa che aveva provato altre volte, in sogno, da bambino. Anzi, era addirittura un sogno ricorrente. La sensazione era esattamente la stessa, quella della pressione, ma adesso la cosa non lo turbava, mentre da bambino ogni successivo risveglio era accompagnato da profonda disperazione. La madre gli chiedeva se c’era qualcosa che non andava e lui rispondeva: “sì, ma non so cosa sia”. E dopo faceva colazione e andava a scuola e quella pressione poco alla volta svaniva.
Adesso, nel sogno, ricordando i sogni da bambino, sotto quella pressione letta nel Talmud, ma con altro nome, si sentiva quasi, di nuovo e finalmente, a casa. Era una sorta di infelice serenità, la sua. Continuava a camminare e i passi erano al tempo stesso pesanti e leggeri. Sembrava muoversi nella pietra a causa di quella pressione, ma era una pietra sospesa in un tiepido vento e lui ne seguiva le lente movenze, rinunciando, passivamente, al suo libero arbitrio.
D’un tratto si accorse che era arrivato sotto la casa che abitava da bambino e si arrestò, e il diavolo ricomparve.
“Hai visto” – il diavolo gli disse – “ questa volta ti ho accompagnato a casa, la prossima, magari, mi accompagnerai tu”. Mentre diceva queste parole Joseph lo fissò in volto e, fissandolo, si svegliò.

La storia di Mario [racconto] – incipit

Erano gli anni ottanta e la figa veniva prima di tutto.

Se qualcuno avesse chiesto a cinque ragazzi cosa avrebbero voluto fare da grandi, qualsiasi cosa, il loro maggior desiderio, le risposte sarebbero state diverse.

Il primo, figlio di insegnanti, era iscritto alla f.g.c.i.. E non aveva alcun dubbio: avrebbe voluto lavorare all’interno del partito, magari diventarne segretario. E questo non per vana gloria, ma per cambiare il mondo, per mettersi al servizio della società e dare il suo apporto per far sì che il mondo potesse diventare un posto migliore, senza disuguaglianze, senza poveri e senza ricchi, senza guerre, senza disperazione per non riuscire a trovare un lavoro. A tutti pari opportunità, a tutti uno stipendio degno del loro impegno, a tutti un futuro senza problemi e con grandi soddisfazioni.

Il secondo era il figlio di un operaio e non faceva alcuna attività politica. Lui non avrebbe voluto cambiare il mondo, voleva cambiare la sua condizione. Basta restrizioni, basta problemi per trovare i soldi per mandarlo in gita a Parigi, come tutti gli altri, basta vacanze in quella brutta casa in affitto in quel posto di mare per vecchietti. Lui avrebbe fatto l’università, avrebbe avuto un ottimo lavoro, si sarebbe sposato con la tizia del terzo banco alla destra del suo, quella carina che lo trattava bene, ma lui lo sapeva che lei sapeva che la figlia di un giornalista non si sarebbe mai messa con il figlio di un operaio. I suoi figli, grazie al suo lavoro, non si sarebbero mai sentiti così.

Il terzo si vestiva con abiti firmati e sua padre era uno che aveva i soldi, ne aveva tanti. E lui non voleva altro che continuare la sua vita, senza cambiamenti. Avrebbe voluti studiare quanto basta per entrare in azienda, per avere una auto sportiva, e poi una casa, due, tre. Voleva una moglie del suo livello. Voleva diventare come suo padre, ma più giovane, con vestiti più alla moda e lavorare un po’ meno. Avere almeno i fine settimana per sé, non come il babbo che era sempre in azienda. Voleva, insomma, essere la versione figa del padre.

Il quarto era il migliore della classe, e i suoi erano impiegati. Si erano conosciuti al lavoro, si erano sposati e avevano avuto un figlio. Lui era molto affezionato a loro, ma non voleva diventare come loro. Voleva iscriversi a matematica alla Normale di Pisa. Voleva diventare uno scienziato importante. E trovare un qualcosa, non sapeva ancora cosa, ma un qualcosa che gli altri non erano riusciti a trovare ancora. Una formula, una teoria, una soluzione. Non per la fama, ma per vedere quella consapevolezza di essere superiore al gregge diventare realtà.

Il quinto era sempre ai bagni della scuola a fumare marjuana e non sapeva cosa avrebbe voluto fare da grande. Magari viaggiare con uno zaino, trovare nuovi amici, vivere la vita come viene, senza farsi troppe domande. Continuare a fumare, che fa solo bene – ne era convinto – molto meno dannoso del tabacco. Gli sarebbe andato bene avere una compagna con cui dividere la vita, senza sposarsi. E magari fare qualcosa di artistico con lei, avere una compagnia teatrale, o, insomma, una cosa così.

Se la stessa persona che chiese ai cinque ragazzi cosa avrebbero voluto fare da grandi, dopo avesse detto loro: “io adesso posso esaudire ogni vostro desiderio, tutto quello che mi avete detto può diventare realtà, lo volete davvero?”, tutti e cinque avrebbero detto “sì”.

Se poi avesse detto loro, potete scegliere: “tutto quello che avete detto oppure domani notte la passate con la ragazza che volete, una qualunque, sia che la conosciate, sia che sia una attrice, o una cantante, o chi volete voi, ma solo per una notte. Cosa scegliete?”

Il primo, il secondo, il terzo e il quinto avrebbero detto, senza pensarci un attimo: Bo Derek.

Erano gli anni ottanta e la figa veniva prima di tutto.

Il quarto ragazzo si chiamava Mario, questa è la sua storia.

Poco prima che svanisse

Era nato così. Al posto di un occhio aveva una pesca, nell’altro una fragola. Uno zoccolo di cavallo per naso, la sua bocca era un vecchio tubolare di una bici da corsa. Aveva orecchie di cane bobtail e capelli di lana di pecora.
Il corpo era molto bello di giorno, sembrava un nuotatore, di notte diventava magro e leggermente curvo.
Il suo nome era “Singhiozzo”, e non ci è dato sapere il perché.
A tre anni sapeva leggere e scrivere e giocava benissimo a scacchi. Cosa che dimenticò completamente una notte di marzo, poco prima del suo sesto compleanno.
A nove anni imparò il linguaggio delle formiche.
Quell’estate i genitori lo portarono in campagna e non fecero troppo caso quando lui, uscendo dal giardino, si mise a danzare avvolto da formiche, mentre uno scoiattolo scandiva il tempo, suonando un tamburo.
Un giornalista lo incontrò in sinagoga, quando, a tredici anni, per il suo Bar Mitzvah, sì ostinò a recitare il Cantico dei Cantici col linguaggio morse. Gli chiese il perché. Lui rispose in una lingua sconosciuta, ma sembrava molto allegro, nel farlo.

Un giorno, aveva sedici anni, si innamorò di una ragazza.
Lei veniva da lontano, non si sa da dove.
Il suo corpo era una scia di api. Parlava come il suono del vento e il suo odore era di fragola.
Lui guardò lei e fecero l’amore per tredici giorni e tredici notti.
Poi lei volò via, ma prima gli promise che sarebbe tornata quando i fiumi avrebbero iniziato a sorridere.
Lui pianse tutta la notte, poi si addormentò e al suo risveglio i suoi occhi erano diventati come quelli di tutti gli altri uomini, con la sola particolarità che uno era rosso e l’altro arancione.
Il giorno dopo imparò a volare, anche se con molta paura. Era in piedi, sul balcone, guardò in basso e poco dopo accarezzava una nuvola.
Tornato a casa si dimenticò di averlo fatto.
Si diplomò a diciannove anni, ma a venti era già laureato in etologia, portando, come tesi, uno studio sul modo di mentire dei merli come strumento per la conservazione della specie.
Gli diedero il massimo dei voti, ma senza sapere perché.
Quel giorno stesso i suoi genitori gli dissero che era tempo, per lui, di andare via di casa.
Andò a dormire non privo di preoccupazioni e, al suo risveglio, la sua bocca era diventata una radio.
Trovò lavoro in sinagoga: il rabbino, quando arrivava una persona in cerca di consigli, la accompagnava nel suo ufficio.  Non si seppe mai cosa dicesse, ma sempre le persone se ne andavano col sorriso stampato sulla bocca.
Un giorno smise di lavorare prima del solito, erano le sedici e sedici, il rabbino gli disse che erano arrivati i pittori per riverniciargli il soffitto del suo ufficio, quindi lui uscii.
Stava camminando verso casa quando, all’improvviso, vide un’ape.  Nello stesso momento in cui accadde la sua bocca divenne il suono di un prato fiorito.
Seguì il suo stesso suono e arrivò a centoventi chilometri da casa in poco meno di undici minuti. C’era la neve e lui sentiva freddo.
Si spogliò dei suoi due occhi, le orecchie presero il volo, i capelli si unirono al terreno sotto la neve e lui iniziò a danzare.
Si sentiva sempre più leggero e in un attimo disimparò tutte le lingue che aveva appreso. Dimenticò, poco alla volta, tutti i suoi pensieri e tutte le conversazioni che aveva avuto scomparvero per sempre.
Poco alla volta sparì anche il suo corpo, ma, poco prima che svanisse del tutto, guardandolo, un fiume iniziò a sorridere.