Corruzione [confessioni di un ologramma]

La questione rimane aperta, mia sorella mi saluta: “ci sentiamo nei prossimi giorni, mi raccomando”, mio fratello e la sua deliziosa ladra di madri morte (per farne corona) mi accompagnano alla stazione “mi raccomando, questa volta cerchiamo di risolvere le cose, nei prossimi giorni ti chiamo”.

Salito sul treno mi viene in mente una delle gag più imbarazzanti: lei che dice a lui chiamami, lui che sorride per un attimo, attimo sufficiente per far sparire lei dalla scena e affiorare la domanda – spiritosissima negli intenti dell’autore – a lui: “ma come mi chiama se non ha il mio numero?”

Be’, oltre ad essere una gag da pochi soldi, si basava sul fatto che il telefono non avesse alternative: ora c’è la mail che può arrivare ogni secondo sul proprio cellulare, come fosse l’apparizione di una madonna comprata al centro commerciale, a dieci euro al mese, traffico, promesse e sala d’attesa inclusi.

E io, come sempre, non riesco a piangere; mi sforzo, passo in rassegna le poche azioni commoventi che ricordo aver compiuto con mia madre, ma niente, lo sguardo non cambia, i vicini di carrozza non volgono lo sguardo altrove, imbarazzati dalla nuda disperazione che il mio sguardo tradisce, l’uomo delle bevande non allunga il passo, guardandomi, per cercare pecunia altrove, nelle tasche di uomini più conformi e disponibili.

Insomma, non capita nulla, ma va bene così: qualche soldo ce l’ho, abbastanza da continuare ad aspettare che ne arrivino altri. Amazon dovrà pur pagare, e poi sì, tutto sommato il viaggio andata/ritorno con vista sul morto dovrebbe portare qualche ulteriore spicciolo.
Così sia, posso dormire fino a Milano, nella tratta fino a Verona magari riuscirò a trovare qualche commovente immagine che mi faccia soffrire un poco, riabilitando le speranze che io possa diventare una persona degna e corruttibile da buoni e irrefrenabili sentimenti.

La memoria del caso [amazon]

Ed io mi farò un bagno, toglierò il tappo dal buco della vasca e ti vedrò scivolare via. Ti vedrò andare via lentamente, goccia a goccia. Vedrò andare via il tuo odore dalla mia pelle, il primo tuo sorriso e l’ultimo pure, le nostre bugie piccole, il mio cazzo che entra nella tua fica. Vedrò andare via quella volta che scappammo dall’albergo perché non avevamo soldi, scomparirà il neo che hai sul culo e che amavo leccare, via i colori dei tuoi capelli e dei tuoi peli, via quella volta che nel tuo culo con il tuo neo volevo mettere il mio cazzo e tu no e tu si e poi d-o mio ma non è alle donne che poi fa male? Via i miei pensieri quando ti aspettavo sotto casa e tu eri ancora dai tuoi, via, se ne andrà via tutto da quel cazzo di buco di vasca, via i dischi sentiti insieme, via brahms e via fossati, via lo straniero e via il tunnel, se ne andranno i problemi e i piatti che lavavi solo tu, se ne andrà l’odore sulla nuca e il sapore della tua fica, via la mia insonnia sul tuo corpo, via quel cazzo di rumore tipo fischio che facevi quando tossivi, via le tue mani e i tuoi piedi e i tuoi popliti e le tue gengive e via le tue cazzo di lezioni di greco e di latino e vaffanculo, via la tua famiglia di bravi e belli e intelligenti e di sinistra, via la tua risata, via i tuoi amici tutti artisti e tutti froci.

Toglierò il tappo e colerai via. 

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Confessione di un ologramma [frammento]

Mi chiamo Paola Cohen, sono nata a Barcellona a marzo del millenovecentosettanta. I miei si trovavano in Spagna per lavoro, mio padre era architetto. Tornammo in Italia quando io avevo appena compiuto cinque anni, le mie due sorelle quattro e tre. Quando compii dodici anni mia madre dette alla luce un figlio maschio, al quarto tentativo.

Sono la sorella più grande, non la più amata, non la più apprezzata.

Mi sono laureata in lettere moderne a ventitré anni e mezzo, secondo mio padre con sei mesi di ritardo da quando avrei dovuto.

Andai a finire la preparazione per la tesi a casa di mia nonna, al mare, e lì conobbi Andrea.

Quando lo conobbi ero fidanzata con Gino, avremmo dovuto sposarci di lì a poco. Lo lasciai al telefono, si arrabbiò molto, non poteva crederci.

La prima volta che facemmo l’amore, Andrea ed io, eravamo a casa di mia nonna, lui entrò in me e io non sentii quasi nulla, una cosa dentro che si muoveva, una cosa fuori che mi baciava. Era di fretta, doveva vedere una sua amica in un paesino vicino, mi aveva detto.

La seconda volta fu a poche centinaia di metri da casa al mare, su un colle, vicino alle resta di un castello abbandonato. Pioveva piano e c’era il sole, io mi appoggiai di spalle a un muretto, quella volta iniziò ad essere bello, ed io inizia a sentire qualcosa.

La prima volta che lo vidi dopo il nostro rientro dal mare, ci misi un po’ per prepararmi e vestirmi. Non sapevo bene cosa mettere, se truccarmi o meno, al mare era diverso, ero quasi sempre in costume, quasi sempre lo stesso, un due pezzi con dei fiorellini blu o qualche vestitino, non ero mai truccata.

Indossai un vestito arancione che mi cingeva bene il corpo, volevo essere bella. Lui mi aspettava nel viale dei Tigli, dietro casa mia, io arrivai con qualche minuto di ritardo. Volevo così tanto vederlo, quel giorno, che quando lo vidi non pensai più a nulla.

  • Hai detto qualcosa a qualcuno di me?

  • Sì, che ti amo, che hai ventotto anni e che sei un poeta. E tu?

  • Che ti amo, che hai ventitré anni e che sei poesia.

  • Davvero?

  • Sì. Dove vuoi andare?

  • A casa tua.

  • Oggi non si può, andiamo in un bar, andiamo a fare un giro in centro, e adesso vieni qui dai, fatti baciare.

Confessioni di un ologramma [incipit]

Vivo da qualche settimana in un residence a Roma, con il mio cane. Negli ultimi anni ho cambiato molte città e tre paesi, tanti da non ricordarli neanche tutti.

Non so per quanti giorni ancora potrò restare qui, sono riuscito ad entrare dicendo che avrei pagato a breve, me ne andrò prima che si accorgano che il pagamento non arriverà mai.

Ormai faccio così da quasi sei anni, con qualche intermezzo, da quando uccisi Paola.

Passo le giornate nell’appartamento, al computer, quasi sempre connesso a internet, la mia unica fonte di socializzazione, e porto fuori quattro o cinque volte il cane Ugo, a fare un giro.

Di notte mi fermo davanti a un grande Bingo per prendere i mozziconi di sigaretta che trovo nei portacenere vicino agli ingressi.

Al ritorno all’appartamento, quando va bene li spezzo, prendo il tabacco, delle cartine, e mi rollo qualche sigaretta. Se invece non ho preso le cartine li fumo direttamente, dopo aver scaldato il filtro con l’accendino, per bruciare i batteri. Non so se serva, ma almeno mi fa sentire la bocca meno sporca.

La bocca meno sporca riesco a sentirla solo con le sigarette prese in strada. Quando non fumo non ci riesco, sento solo il sapore che ha. Ed è un sapore che non mi piace, mi ricorda quello di Paola il giorno che la uccisi. E quello di Paola, il giorno che la uccisi, era diverso da quello degli altri giorni. Prima sapeva di tutti i giorni passati insieme e di tutti i suoi prima di conoscermi, ma quel giorno aveva un sapore che per anni ho cercato di comprendere. Adesso non ci provo più, almeno quasi mai.

Alessandro Mazzi

vita apparente – confessioni di un ologramma – frammento

L’arrivo del sole dopo mesi di assenza, mi allontana da me stesso. I miei ricordi diventano i ricordi di una persona che conosco, ma che non vedo da molto tempo. Le sensazioni non hanno dimora, non c’è più nessun collegamento con qualcosa di tangibile. È un po’ come essere una foglia che si è staccata da un ramo e continua a muoversi spinta dal vento senza che sappia dove sta andando, senza che sappia più a che ramo apparteneva.
Qualcosa di simile mi capitò facendo regressione. La donna mi disse di guardare i piedi, mentre ero sdraiato con una coperta a coprirmi. Io li guardai e c’erano  scarpe che non avevo mai visto prima. E la vita che guardavo scorrere, come fosse un film, sapevo essere mia, sapevo che quello che camminava ero io, sapevo che il posto in cui stavo andando da qualche parte e che l’andarci aveva uno scopo. Ma io continuavo a essere sdraiato con una coperta a coprirmi.

Sembra una vita apparente quella che vedo, sembra una morte apparente quella che a cui vado incontro.
Oggi l’appuntamento è per le tre e mezzo. Mi sono vestito a tutto punto. Arriverò con qualche minuto di anticipo e troverò l’espressione giusta da vestire per dare una forma che assomigli a quello che non sono ma che è pur sempre qualcosa.

Nefòs (usa)

The novel tells of a new war, a new beginning for humanity.
Nefòs is an anagram of En Sof, which, in the Zohar, is first and foremost. Before man, before creation.
In this story Nefòs becomes a computer that decides the fate of humanity.
Of a renaissance man, who, like a Kafka story continues to revolve around himself without really being able to come back to the world.
It ‘s a story that hardly ever talk about the Kabbalah, is woven into Jewish mysticism.

Nefòs – Alessandro Mazzi

Particolari [frammento di Nefòs]

Ognuno aveva una particolarità.
Marta, quando dormiva, aveva le palpebre che diventavano nere. Ma non sempre, solo quando la giornata era stata brutta. La mattina tornava quasi normale. Non proprio, ma quasi.
Giovanni a seconda dell’umore poteva diventare trasparente. Un giorno ebbe una lite furibonda con la fidanzata e scomparve per una settimana, nessuno riusciva a vederlo. Non parlava, per giunta.
Michele diventava più alto a seconda dei profumi. Se sentiva odore di rosa era capace di crescere di un metro e mezzo. Con i tulipani, invece, non succedeva nulla. Cresceva molto anche con l’odore delle rotaie dei tram, ma solo se i tram ci erano passati da poco e avevano lasciato l’odore della frenata.
Poi c’erano i più strani. Continua a leggere “Particolari [frammento di Nefòs]”