ci siamo quasi

Ci siamo quasi.
Come prima cosa, guardando la data della mia ultima pubblicazione e il numero di visitatori online, mi sento di dover chiedere scusa. Sette mesi fa l’ultimo racconto, e, ancora adesso, parecchie migliaia di persone attive ogni giorno. Molti mi hanno chiesto quando, finalmente, saremmo usciti con il sito della casa editrice. E davvero, ci siamo quasi.
Quindi, almeno, mi sento in obbligo di anticipare qui la nostra linea editoriale e proporre il nostro primo servizio.
Come già detto a molti, per il nome, con una botta di originalità, abbiamo scelto Jona Editore, e, con altrettanta fantasia, il sito è www.jonaeditore.it.

Cosa faremo?

Mi viene da dire “libri”, e in fondo, in altre parti del mondo, come risposta basterebbe.
Per il primo anno pubblicheremo sei romanzi e due volumi che saranno, spero, una piacevole sorpresa. Dei sei titoli, tre saranno di autori già pubblicati (due francesi che tradurremo e uno italiano). Gli altri tre saranno nuovi autori.
Pubblicheremo racconti. Vostri. Funzionerà così: Ogni settimana daremo un “tema”. Avrete sette giorni per inviare un racconto di massimo . I due migliori saranno pubblicati in una sezione di www.jonaeditore.it. A fine anno, i migliori tra i vincitori diventeranno un libro, cartaceo e digitale. E gli autori avranno un contratto editoriale. A tal proposito: Jona Editore non chiederà mai un centesimo ai nostri autori. Troviamo che la pratica (molto italiana) di far pubblicare tutti, e far pagare sempre, sia una barbarie culturale. Pubblicheremo pochi, selezionatissimi, autori, e questi guadagneranno, come è normale che sia, sui libri che venderemo.
Faremo interviste a scrittori, registi, musicisti.
Faremo critica a romanzi. Perché non parlare di autori che pubblicano per altre case editrici, è pratica che non ci piace. Saremo una rivista online.
Quel che vogliamo essere, o, almeno, arrivare ad essere, è un punto di incontro. Vendere libri, anche se si è bravi a sceglierli, a promuoverli e a farli distribuire, non è sufficiente. Vogliamo parlare di romanzi, di racconti, di musicisti, di un nuovo modo di vedere le cose, di un’altra angolazione.
Una cosa sola accomuna il nostro concetto di “arte”. Mostrare le cose da una prospettiva nuova. Mostrare quello che indubbiamente c’è già e di cui sicuramente qualcuno in passato ha già scritto e scritto meglio di noi, ma con altri occhi, da altri lati, e senza quella patina di “normalizzazione” che moto spesso ci tocca vivere.
Altre idee, ne abbiamo molte, e poco alla volta ve le esporremo.
Per adesso vi lascio una email: concorso@jonaeditore.it
I racconti inizieremo a pubblicarli dalla prima settimana di marzo (il sito sarà inaugurato a febbraio), ma adesso, se volete, potete iniziare a mandarli, il tema scelto è il titolo “memorie dal sottosuolo”. Prendete spunto, massimo tremila parole, e i due più belli saranno pubblicati.
Questo sito, invece, diventerà più “blog”, molti dei miei scritti saranno pubblicati in jonaeditore.it, e qui ci saranno soprattutto post di natura diversa.
E, per chi mi ha chiesto quando finirà il ritardo all’uscita delle mie “confessioni di un ologramma”, anche qui, spero, ci siamo quasi.
Per adesso è tutto. Se avete domande, se avete proposte, se volete collaborare, potete scrivere a info@jonaeditore.it
Prossimamente vi indicherò la mail a cui mandare i romanzi che vorreste pubblicare.
Un grazie a tutti.

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primavera

Il tempo diventa brutto di colpo, la pioggia cade copiosa. Ugo è completamente bagnato, torniamo al residence e lo asciugo. È difficile capire l’espressione dei cani, io ne ho visti da quando sono nato, eppure certe volte hanno l’aria di essere tristi, senza alcun motivo. Si siedono e guardano il vuoto. Ugo adesso è così, mi guarda, ma per pochi secondi, poi sembra non vedere nulla, assorto chissà dove. Eppure viviamo insieme da dieci anni, abbiamo cambiato paesi e città e siamo stati insieme quasi sempre ventiquattro ore al giorno. E non riesce ancora a condividere tutto, e ancora tutto non mi dà, tiene una piccola parte per sé, tanto piccola e così altrove che spesso mi chiedo se la sua vera vita non sia quella cosa lì, se il nostro tempo comune non sia solo un enorme contorno di quello che lui è veramente. Ma poi mi guarda, piega la testa, scodinzola, e così facendo permuta il mio oblio con un attimo di comunione e in quell’attimo e per un secondo le nostre solitudini diventano primavera.

Prima di Ugo, con Paola, avevo un altro cane, Cerbero. Lo presi che non aveva neanche due mesi, da un mio amico allevatore. Un pastore della Beauce o Beauceron, razza molto diffusa in Francia e in altri paesi del mondo, quasi sconosciuta in Italia. Lo portai a casa, in mansarda, era più pelo che corpo, faceva pipì ogni tre minuti e leccava e mordeva qualsiasi cosa gli passasse a qualche centimetro dal muso. Paola arrivò e iniziò a dire le tipiche frasi da donna mamma. Dal: “ommioddio che bello fatti baciare” a “vieni qui, vieni qui, ti prendo in braccio”, ma lo faceva in maniera non forzata, non fastidiosa. Io dovevo andare a lavorare, le dissi di non farlo salire sul letto, che se avesse preso l’abitudine subito non sarebbe più andata via, e di cercare di fargli capire, da subito, che il fatto di fare sempre pipì a casa, non era propriamente una cosa bella, da farne corona.

Al mio ritorno vidi che Paola aveva ovviato perfettamente al farlo salire sul letto, era lei a dormire nella sua cuccia, con Cerbero in braccio e senza null’altro da volere. Sono quelle immagini inenarrabili, che quando le vedi provi qualcosa, che quando lo racconti diventa un’altra cosa, da poetico a patetico nello spazio di qualche parola.

Il [mio] pianeta Trillafon, che poi non si chiama così [seconda parte]

Poi succede che passano gli anni, nel PianetaTerra, che non esiste, e quindi non esistono gli anni. E poi succede una altra cosa: non riesco a tornare al mio Pianeta Trillafon, che poi non si chiama così. Rimango intrappolato in qualcosa che non esiste. Provo in tutti i modi ad andarmene, ma non riesco. E tutta la mia raltà è irreale. Il mio cane muore, un giorno che ha una data. La sua morte coincide col mio restare intrappolato, almeno così adesso credo. E col fatto che la mia realtà diventa così irreale. Poi succede che una donna mi lascia, o la lascio io, non ricordo. E così, oltre a restare intrappolato in un mondo che non esiste, sono solo. Ora, il mio cane è morto, ed esisteva, lo so per certo. E ora, lo so per certo, sono solo. Col passare di un tempo che non esiste, tutte le mie certezze, smettono anch’esse di esistere. Tutte le persone che ho conosciuto e che sono sparite dalla mia vita, tornano. Tornano e non le distinguo.
In questo tempo che passa e che non esiste, i ricordi hanno la stessa forma di un infinito presente. E così chiudo gli occhi. Non so dove sono. Ho preso un treno. Non so perché. Una canzone dice “dimmi che sarà tutto più chiaro che qui”, io l’ascolto e non ricordo chi la canta. Per un attimo dimentico tutto. Forse questo viaggio in treno non finirà mai, penso. Non lo so, il mio pianeta Trillafon, che poi ha un altro nome, non c’è più. O, meglio, non so più come andarci, e quindi non c’è più.
Continua a leggere “Il [mio] pianeta Trillafon, che poi non si chiama così [seconda parte]”

Il [mio] pianeta Trillafon, che poi non si chiama così [racconto in due parti]

L’altro giorno mi ritrovavo a rileggere per l’ennesima volta [non bisogna mai dichiarare di leggere Wallace, lo si rilegge sempre, insomma, anche fosse la prima volta, lo si sta rileggendo] Il Pianeta Trillafon in relazione alla cosa brutta.
Wallace lo amiamo quasi tutti [o, per lo meno, quasi tutti diciamo di amarlo], e quasi tutti detestiamo gli altri che lo amano. Gli altri non sono mai degni. O manco lo hanno letto, e lo dicono solo per fare QuelliCheLoLeggono, oppure, anche se lo leggono, ci capiscono niente e dicono di leggerlo solo per essere QuelliCheLoLeggono.
Io mi ricordo qualcuno di quelli che dicono, e dicevano e diranno sempre [almeno finché non ci sarà un altro scrittore da dire di leggere per avere in cambio un piatto di ammirazione con condimento condiviso]di leggerlo.
C’è Francesco P..
Francesco P. lo conobbi col pc, tanti anni fa: eravamo entrambi iscritti a un forum di letteratura, ed entrambi facevamo quelli che scrivevano meglio degli altri iscritti al forum di letteratura e, anzi, ci eravamo iscritti solo per noia e giusto per fare due chiacchiere, non certo per mischiarci agli altri iscritti al forum di letteratura.

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[Confessioni di un ologramma] ultimo stralcio: “pensavo fosse amore, invece era una colica”

Confessioni di un ologramma è finito (ancora una rilettura), pubblico ancora uno stralcio, l’ultimo.
Il romanzo uscirà, in italiano nel mese di marzo, in inglese, credo, pochi mesi dopo.

 

Una sera, Giulio, l’amico di Franco, il mio amico, aveva appuntamento con una sua conoscente buddista e la sua agente, per cena. Giulio ed io ci unimmo molto più che volentieri, era cibo a scrocco con figa, difficile volere di più.

Giulio era coordinatore dell’aspetto artistico della messa in scena degli spot dell’Isola, ma solo quelli che riguardavano la creazione di opere politicamente influenti. La moglie, Caterina, si occupava dell’editing di questo progetto. In pratica Giulio girava uno spot non si sa di cosa e per cosa, e Caterina lo metteva a posto. Poi lui ci faceva un ritornello sopra e il tutto veniva diffuso per l’isola tramite degli amplificatori applicati ogni cinquanta metri. Ogni dieci minuti iniziava lo spot di trenta secondi: “Rilassati, goditi lo spettacolo, il cinema, la nostra storia, la nostra cultura”, oppure: “Ogni passo che stai compiendo potrà essere un passo della storia del cinema”. Tutte le volte che sentivo questa frase mi veniva automaticamente da guardare sotto le scarpe, volesse mai il Signore che avessi calpestato qualche scarto di cane.

Pare che Giulio, con questi spot, avesse vinto diversi primi premi in numerose manifestazioni.

Franco ed io arrivammo con qualche minuto di ritardo, la tavola all’aperto del ristorante era già quasi completa: oltre a Giulio e Caterina c’erano due soubrettes con il loro agente, una coppia molto gay di loro amici, una ragazza che non riuscii a capire di chi fosse amica, due addetti alle pubbliche relazioni di una manifestazione sui diritti e sull’importanza che hanno gli addetti alle pubbliche relazioni, e niente popò di meno che Tiziano Reddu, il fantomatico direttore artistico dell’Isola tutta.

Una delle due soubrettes – che ovviamente faceva anche teatro – aveva avuto una buona notorietà in campo televisivo qualche quinquennio fa, seguito da un ritorno di popolarità con una partecipazione all’isola dei famosi. Quindi, per meriti televisivi acquisiti, era la star della nostra serata e ogni singolo sguardo a lei era rivolto.

La conversazione, dopo i saluti, inizialmente fu a carattere politico. Il mio amico si dichiarava anarchico e incominciò a dibattere sull’opportunità di far pagare i biglietti per le rappresentazioni cinematografiche. In fondo, diceva, le prime non sono forse pubblicità? E non è eccessivo far pagare per ottenere pubblicità? Il buon Reddu disse che l’Isola aveva alti costi e che i soldi servivano per promuovere cultura. Giulio disse che era inutile farne una questione politica, l’arte ha un prezzo, qualcuno deve pagarlo. La soubrette meno famosa disse che lei avrebbe anche lavorato gratis, era un’artista, ma poi chi le avrebbe pagato l’affitto? Io qualche idea su chi le avrebbe pagato l’affitto l’avevo, molte meno sul suo essere artista, ma non manifestai il mio pensiero. La soubrette più famosa disse che lei odiava lo show business e che Berlusconi era il diavolo. Non riuscivo a capire bene il collegamento Isola-show business-Berlusconi, e pensai che fosse giunto il momento di parlare.

– Scusa, ma se ti fa tanto schifo sia lo show-business, sia Berlusconi, come mai lavori per Mediaset?

Il suo agente, un uomo con molti anni e pochi capelli, tutti piccicati tra loro, mi guardò malissimo e disse:

– Facile parlare per te, ma sai, gli artisti se vogliono fare qualcosa devono pur farsi vedere, non credi? E i dieci milioni per l’ultimo film di Tornatore, chi credi che li abbia dati?

Continuavo a non capire molto il nesso che avevano quelle frasi, così mi limitai a dire: “sì, certo, capisco”.

La soubrette famosa, dal canto suo, mi guardò e disse:

– Ma come mai hai i pantaloni più grandi di due taglie della tua misura? E come mai sei così magro?

– Non so, sono vegetariano, tendo a non ingrassare troppo.

– Sì, ma i pantaloni?

– Una volta non ero vegetariano.

Ma – disse rivolgendosi a Gianni – è anche lui buddista?

No – mi intromisi io – non sono buddista, anzi, ti dirò, già i buddisti non mi sono particolarmente simpatici, ma i Soka Gakkai tutti, credo siano rappresentazione religiosa del multi-level-market. Riunioni con capigruppo, con capi aerea, con responsabili di zona. Tutti a cercare nuovi sokini da introdurre al magico mondo del Buddha, per una vita migliore, per una vita felice.

L’agente della soubrette mi guardò, nuovamente, malissimo, lei invece iniziò a ridere.

– Che vuol dire?

No, guarda – disse Gianni – litighiamo sempre per questa cosa, lui è polemico di suo, in realtà è più buddista di quanto lui stesso non voglia ammettere.

Sì, certo, come no – risposi io – guarda, io sono il Soka Gakkai per eccellenza, anzi, adesso guarda, mi metto a pensare che ho l’obiettivo di stare meglio nei miei pantaloni e, sono certo, entro mezz’ora mi staranno una favola. Ma dai, è una religione quella in cui dieci persone si ritrovano, una alla volta parlano di quanto vorrebbero trovare un ragazzo perché quello di prima le ha lasciate perché stupido e superficiale non apprezzava che fossero grasse non capendo la loro vera luce dell’anima e le altre nove applaudono? Insomma, quelle scenette sembrano pagate dal papa tetesco per far pubblicità al cattolicesimo.

Piccoli patetici omuncoli che confondono la spiritualità col mettere anima e corpo e volontà per dimagrire?

Ma guarda – interruppe la soubrette – tu mi sa che di buddisti ne hai visti pochi, quelle cose lì le fanno in alcune riunioni… Sì – dissi io, e nelle altre cosa fate, inneggiate al Buddha e alla consapevolezza dell’anima delli mortacci vostri?

La soubrette rideva, Gianni si lanciò in un discorso per giustificare le mie parole, dicendo ancora una volta che amavo provocare, ma che avevo un grande rispetto per i buddisti. Franco, invece, cercava di arruffianarsi l’altra soubrette, parlando di rock e di anarchia.

La cena terminò e Franco ed io tornammo a casa sua.

– Allora, te la sei intortata per bene quella, eh.

– Ma va, sei tu che sei stato tutto il tempo a punzecchiarti con la biondina.

– Sì, come no, manco un pelo e mi prende a schiaffi, temo non abbia apprezzato troppo la mia simpatica verve.

– Ma no, guarda, a me in realtà non sembrava arrabbiata, anzi.

– Mah, comunque bella è bella, niente da dire.

– Essì, e che corpo.

– Poi c’erano dei momenti, hai fatto caso quando non parlava, insomma, nei rari momenti in cui non parlava era davvero interessante, aveva un’espressione triste, quasi autentica.

– Sì, l’ho notata anche io, mi sa che è meno scema di quanto la facciano apparire.

– Be’, ecco, meno scema non lo so, ma in quei momenti era davvero bella.

Il giorno dopo, da bravi maschi italiani, ci confrontammo con Gianni.

Certo – dissi io – che la biondina è di una bellezza assoluta! Insomma, a parte quando fa le battute da soubrette-intelligente sperando che la gente possa pensare che la sua stupidità sia solo di facciata, a parte quando si cimenta in piece da attrice da teatro di periferia, a parte quando si ricorda che è sensuale e sembra la brutta copia della foto di una lontra lavorata male a photoshop, ci sono dei momenti in cui guarda il nulla ed è essenziale, pura, sofferta, intensa. Sembra che le si sgretoli la patina di “mondo” e diventi davvero senza barriere, sembra che tutto il corpo diventi trasparente e la luce che si vede dentro, è autentica. Autentica come un sogno, quando tutto quello che c’è, è tuo. Autentica come un ricordo in cui hai dimenticato gli eventi, e hai solo la sensazione. Autentica come quando ti svegli e non sai ancora come ti chiami, e tutto quello che senti te lo porti di vita in vita, senza nome. Altro che bellezze da veline rifatte, altro che sovrastruttura e plastiche facciali, alle tette, al naso, alla bocca, altro che glamour-fashion-cool, Lei è altro, l’ho vista! E’ poesia, è la rappresentazione in vita di Rimbaud, la dimostrazione che Breton aveva ragione, è un quadro di Monet con la potenza di Picasso, è Emma Bovary quando si libera dalla prigione-marito, è la fine del sonno e l’inizio del risveglio, è Shylock che grida al mondo la sua vita, è l’antiberlusconi, è la Bardot da ragazzina e la Portman mentre piange in free zone, lei è l’assoluto!

Lui mi guardò un po’ basito e interrompendo la mia rappresentazione della soubrette-incantevole mista ad attacchi di compulsiva mistica forse Soka Gakkai, disse:

– Ma che stai a di’? quando guardava enbasso?

– Boh, insomma, in basso, a lato, dico quando non guardava fuori, eh.

– Ma no, cazzo, povera, aveva la colite!

La notizia dei dolori della soubrette fu presa benissimo da Franco e da me, a tal punto che decidemmo di scrivere una canzone, lui la musica e io il testo, dal titolo: “pensavo fosse amore ma era una colite”.

mia nonna

(commentando uno scritto di Chiara Lorenzetti mi è tornato alla mente questo mio vecchio racconto, che ripubblico)

E’ il millenovecentoquarantacinque, ritorno a casa. Casa mia è a Torino, io torno dal campo, sono ebrea. Mio marito e mia figlia mi aspettano. Sono salva. Sono viva, nient’altro può capitare. Ho sofferto per una vita intera, per mille vite intere.
Mia figlia si è salvata. Dal campo e dai nazisti.
Un impiegato dell’anagrafe, al momento di farle la carta di identità, mi guardò negli occhi. Io me lo ricordo quello sguardo. Fuori pioveva, vedevo il cielo grigio e le gocce infrangersi contro le finestre degli uffici. L’impiegato mi ha guardata per un secondo solo e quel secondo era lungo una guerra. C’era “Signora mia lei si chiama Jona, sua figlia si chiama Jona, Signora mia io non so cosa capiterà ancora in questa guerra ma non vorrei avere il suo cognome, non vorrei morire come forse accadrà a lei, Emanuella Jona, senza sapere perché. Signora mia lei ha più di quarant’anni, cosa fa in Italia, perché non è partita per l’America quando poteva ancora farlo, signora mia, lei è ebrea e per questo lei forse morirà ma in ogni caso la sua vita non è più vita, è un’esistenza in mano ad un’idea e ai suoi manichini senza testa e senza cuore. Signora mia io non posso fare niente per lei. Mi perdoni.

Mi diede la carta di identità della mia piccola, io la aprii e la guardai: Luciana Tona. Mia figlia era salva, l’impiegato dell’anagrafe, in quel secondo, aveva deciso di essere uomo, non manichino, e di salvare la vita a mia figlia, Luciana Jona.

Il medico, prima di partire per tornare a casa, mi ha visitata, ha detto che sto abbastanza bene, e che peso trentadue chili. Chissà cosa penserà Ernesto quando mi vedrà arrivare verso di lui. Penserà che sono brutta e forse mi bacerà solo per affetto. Non mi importa di nulla, le persone che hanno fatto il viaggio con me sono tutte morte, nel campo. Io, per mesi, li ho visti volare nel cielo come polvere e come polvere ricadere per terra. Ho camminato su di loro quasi ogni giorno e sempre ho solo sperato di non essere io la prossima a essere calpestata.

Ernesto aveva preso dell’argenteria, l’aveva portata da Ismaele e lui ne aveva ricavato due cuoricini con la scritta “ani ledodì vedodì lì” io sono del mio amore e il mio amore è mio. Poi mi hanno presa, mentre loro si sono salvati, cattolici tra cattolici. Quando credevo di non farcela spesso pensavo a quei piccoli cuori che non sono mai riuscita a vedere. Sarà riuscito a prenderli, prima di partire? E quel pensiero mi faceva bene, là, nel campo, pensavo a un cuoricino che forse un giorno avrei finalmente appeso al collo e riuscivo quasi a sorridere.

Non devo più pensare al passato, non devo più pensarci, non devo.

Ho quarantotto anni e mio marito mi bacerà e io bacerò mia figlia.

Ma cosa succederà di noi? Non sono riuscita a salvare nulla, non abbiamo più soldi, di sicuro non c’è riuscito Ernesto, amore mio, lui doveva pensare a Luciana che ormai è una donna, non certo ai soldi, al presente, non certo al futuro.

Cosa sarà di noi? E chi si sarà salvato a Torino?

Quanto è lungo questo viaggio per tornare a casa, sembra che non voglia passare. Ma deve e quando arriverò il campo non esisterà più, sarà solo terra e tombe. Io non sono in una tomba e non sono diventata polvere in quel campo. Quindi va bene, va tutto bene, sono magra e il cuore non sembra funzionare perfettamente, dopo tutto quello che è successo. No, non ci devo pensare a quello che è successo altrimenti questo viaggio per tornare a casa non finirà mai. Voglio solo vivere e dimenticare. Ma ho paura, in questo presente sperato tra la polvere dei morti io ho paura per un futuro senza la polvere dei vivi.

E’ bello questo treno, così bello e così brutto che forse riuscirà a farmi dimenticare l’altro, è solo che non riesco a godere di questa gioia. Mi sembra che manchi qualcosa nella felicità di essere vivi e di tornare dai miei cari. Non lo so, non voglio pensare al passato, non voglio, il passato appartiene al tempo, non a me. Io sono viva. Chissà come sarà casa mia, chissà se c’è ancora. Ernesto e Luciana erano a Nizza ma adesso ci vedremo a Torino, la mia città. Tra qualche ora arriverò e loro saranno lì ad aspettarmi. Spero solo che mi riconoscano, magra come sono, e con questo maledetto numero al polso. Spero solo che il tempo, sempre lui, non abbia cancellato l’amore dai loro cuori e la speranza dai loro occhi. Siamo tre persone che si amavano. Avranno ucciso anche questo. Non ti ho pregato per non diventare polvere, adesso lo faccio per continuare ad amare. Fa che loro mi amino ancora come io amo loro, fa che Ernesto non si sia perso, senza speranze dietro a qualche falsa passione, per dimenticare l’amore. Sono sicura del pezzetto di me, di Luciana, lei mi appartiene come un fiore appartiene ai suoi colori. Ma tu, Ernesto, mi amerai ancora, brutta e povera come sono diventata? Arrivo a te solo col mio corpo di trentadue chili, il mio cuore malandato e quel che mi resta da vivere.

Le case, le ville, la banca, non me le restituiranno, lo sento, lo so che andrà così. Ma non mi importa di nulla, solo di voi. Solo per me e per voi ho sperato di vivere, nel campo, tra i morti e gli assassini.

Adesso arrivo, come piccolo pacco spedito dall’inferno, e con pagamento a carico del destinatario. Le mie cicatrici e il mio cuore sono il prezzo da pagare. Il mio viso invecchiato di mille anni e la mia bellezza diventata, lei, polvere, sono gli interessi.

Ernesto, amore mio, li hai persi i nostri cuori d’argento, o al solito te ne sei dimenticato, al solito il tuo sguardo era volto a qualcosa di più tangibile e certo, di più bello e sicuro?

Soffro e il mio cuore è pesante in questo lungo viaggio di ritorno.

Vorrei arrivare bella, vorrei arrivare com’ero un tempo, con la mia cipria e le mie perle e il sorriso. Ma arriverò avvolta da stracci e al posto delle perle potrò solo mostrare un tatuaggio e al posto del sorriso, trentadue chili di ossa.

Amore, amori miei, mi amate ancora? E mi amerete sempre?

Arrivo, scendo dal treno, è buio. Non sento più nulla, la gente intorno a me lentamente diventa sfumata. Cammino senza asfalto sotto i piedi, senza contorni di notte nei miei occhi.

Vi vedo, vedo i vostri corpi in mezzo a un buco nero che diventa sempre più piccolo mentre voi sempre più grandi apparite. I miei trentadue chili di carne si uniscono a voi, diventano una cosa sola, e quando tu, amore mio, sfili uno dei due cuori d’argento che hai al collo e lo porti a me io posso finalmente piangere ed essere felice.

Parte due

Luglio 1982

Mi sono trasferito, da poco, con la mia famiglia, ho cambiato quartiere. Abitavo alla Crocetta, vicino al centro, adesso siamo andati a Città Giardino.

Preferivo prima. I miei amici abitano tutti lì. E poi lì le cose sono vecchie e belle, qui nuove e tutte uguali. Lì l’autunno lo vedi nei giardini in cui andavo da piccolo. Gli alberi diventano marrone scuro ed il buio li copre presto.

Qui non so ancora com’è l’autunno, sono arrivato che era primavera. E la primavera qui la vedi nel volto sudato dei benzinai e dalle finestre non più bagnate dalla rugiada.

L’altro giorno sono uscito con Gianna. Siamo andati a bere un bicchiere in centro. L’indomani sarebbe partita per Viareggio. Ci siamo dati qualche bacio. Io ce l’avevo durissimo e ho paura che lei l’abbia notato. Non siamo ancora abbastanza intimi, le mie mani hanno toccato solo le sue tette e la sua pancia e le sue gambe. Non il culo e non la figa. Ci vediamo da un mese io e Gianna. Gianna è media. E’ carina. All’interno del gruppo del liceo è considerata bene. Insomma non faccio né una buona né una cattiva figura ad uscire con lei. Non che la cosa abbia troppa importanza, ma un po’ ne ha.

A me piace la considerazione del gruppo e credo che non riuscirei mai a uscire con una brutta o una troppo facile.

Oggi fa un caldo boia. Domani c’è l’Italia che gioca e andrò a vederla da Corrado. Lui è del Toro e mica è tanto contento ai gol di Paolo Rossi. Io glielo dicevo che avrebbe segnato. Era in crisi, doveva solo sbloccarsi. Io sono della Juve, per me è facile credere in Paolo Rossi e comunque c’è la partita col Brasile, loro sono favoriti, ma non è mica detto, metti che Paolo Rossi ti fa una doppietta, loro cosa fanno? Ne fanno tre? Noi siamo forti in difesa, tre gol non ce li fanno mica facile.

Io a calcio gioco e sono abbastanza forte, voglio dire, non forte da giocare coi professionisti, ma abbastanza che quando giochiamo tra amici mi vogliono tutti in squadra. Sono numero dieci ma non un regista puro, sono uno che segna anche.

Fa un caldo boia oggi. In casa siamo in sei. Ci sono io, mio fratello e mia sorella, mio padre e mia madre e mia nonna. Io sono il più giovane, mia sorella ha vent’anni, mio fratello trenta. I miei sono di mezza età e mia nonna ha ottantacinque anni. Da un po’ ha l’arteriosclerosi. Non si ricorda le cose insomma, ma non sembra triste.

Quando se le ricordava invece forse lo era. Non so. Suo marito, mio nonno, è morto prima che io nascessi. Era un bell’uomo, almeno così dicono, dalle foto non si vede bene. E mia nonna lo amava moltissimo, anche se lui la tradiva e spendeva tutti i soldi in stupidaggini. Mia nonna una volta mi ha detto che alla sua morte, se fosse stata convinta dell’aldilà e di poterlo rivedere, si sarebbe uccisa. Io nell’aldilà non ci credo molto. E poi ho abbastanza casini nell’aldiqua. Tipo che Gianna mi sa che al mare trova un altro. O che io al mare non trovo nessun’altra. Non lo so.

Oggi fa un caldo atroce e non so cosa fare. In casa non c’è nessuno, sono andati tutti al cimitero a trovare il nonno. E’ morto esattamente venti anni fa. I miei insegnano, così, da piccolo, stavo sempre con mia nonna. Dormivo nella sua stanza e ogni tanto nel suo letto. Capitava quando mi svegliavo da un incubo. Ne avevo di classici e ricorrenti, di incubi. In uno scappavo, con mia sorella, dal lupo. Passavo tutta la notte a correre e non mi raggiungeva mai. In un altro c’era una specie di biblioteca quadrangolare in mezzo ad una stanza. Toglievo i libri e all’interno c’era un ascensore. Nei fili d’acciaio, quelli che servono per farlo andare su e giù, c’era un uomo morto impiccato.

Il più terribile dei miei incubi da bambino era quello del male. Un male senza forma, non era né un lupo né la morte di un impiccato. Era una presenza che mi opprimeva le notti, non lo vedevo, il male, ma sapevo che c’era. Così, se mi accorgevo di star sognando, decidevo di svegliarmi e correvo nel letto di mia nonna. Non so perché facevo tutti questi sogni orrendi. Di giorno ero un bambino felice. A scuola andavo bene, ai giardinetti avevo tanti amici, eravamo una banda. Ci si trovava tutti i giorni per giocare a calcio o per andare in bici. Bello, era tutto bello da bambino, almeno di giorno. Di notte no.

Una volta feci una cosa strana. Ero in prima elementare, credo, o forse in seconda. Scarabocchiai l’ultima pagina del libro di lettura. Così, senza motivo. Passavano i giorni e con i giorni i fogli letti. Rimasi mesi con la paura del mattino in cui avremmo letto quell’ultimo schifosissimo racconto nella pagina scarabocchiata.

Telefono a Gianna.

 – Buongiorno signora, sono Renato, potrei parlare con Gianna?

 – Ciao Renato, te la passo subito.

 – Grazie signora. Ciao Gianna, come stai?

 – Bene, che piacere, tu come stai? Fa un caldo boia a Viareggio e da te.

 – Sì, anche qui si muore.

 – Ma quando parti, sei ancora a Torino, vero?

 – Sì, partenza rinviata, non so, i miei devono aspettare perché devono accompagnare mia nonna per un controllo. Che palle, qua si muore di caldo e c’è solo Corrado. Tu la vedi la partita domani?

 – Certo che la vedo. Ho ritrovato tutti gli amici dell’anno scorso, la vediamo insieme a casa di Lucio. Lucio, sai quello con cui uscivo l’estate scorsa? Adesso sta con Mara.

 – Mara?

 – Sì, quella della I C, quella rossa con le lentiggini. Viene tutte le estati a Viareggio anche lei.

 – Ah.

 – Senti, mi pensi?

 – Come ti penso? Certo che ti penso, non ti pensassi come avrei fatto a telefonarti.

 – Scemo. Mi pensi e facciamo come abbiamo detto.

 – Sì, Gianna, siamo insieme.

 – Che bello, mi piace stare con te. Adesso devo andare. Me lo dai un bacio?

 – Sì Gianna, ti bacio.

 – E io bacio il tuo bacio. Ciao Renato, ti chiamo domani pomeriggio tra il primo e il secondo tempo, vuoi?

 – Sì, ma non so se sono a casa, forse vado a vederla e tu sei da Lucio, facciamo che se non ci si becca ci sentiamo dopodomani a pranzo, eh?

 – Va bene facciamo così. Ciao, adesso vado al mare.

 – Ok, ciao ti bacio.

 – Bacio sul tuo bacio, ciao.

Secondo me quel Lucio se lo rifà. O forse no, sennò me lo diceva. Quindi se lo fa ma non lo sa ancora. In pratica saranno tutte puttane le donne ma senza saperlo ancora. Non mi dà molto fastidio. Fa troppo caldo per avere un fastidio che mi distragga. Mi sa che sarà un’estate noiosa. Nizza con i genitori e nonna. Che palle.

Passerò la mattina in spiaggia con gli amici a guardar tette e culi di donne che non la danno e sanno che sai che non la danno e a interminabili partite a pallavolo. Di pomeriggio gireremo sudati per le strade dell’isola pedonale in cerca dei culi e delle tette che non la danno. La sera ci dimenticheremo che sappiamo che non la danno e in discoteca faremo le facce più da fighi che possiamo. E la notte ci faremo seghe pensando a quei culi e a quelle tette che finalmente ce la danno.

Va be’, non è detto che vada così. In fondo l’estate scorsa qualche pomiciata sparsa l’ho pure rimediata. E magari i miei mi lasciano andare a trovare Gianna. Già, ma se lei nel frattempo si è messa con Lucio?

Madonna che caldo fottuto che fa oggi.

Chiamo Corrado.

 – Ciao, com’è?

 – Bene, cheffai?

 – Un cazzo, mi rompo i coglioni dal caldo, e tu?

 – Idem. Ci si vede ai giardini?

 – Ah, prendo la vespa, ci vediamo là fra quindici minuti.

Prendo la vespa, vado ai giardini.

I nostri giardini sono belli. Ovali, lunghi, duecento metri. Sono divisi in tre. La prima parte è rada con pochi grandi alberi e un toro verde per fontana. E’ la parte dei miei dieci anni, lì facevamo le partite di pallone. La parte centrale ha scivolo, girotondo, altalena. Ovviamente lì ci andavo con mia nonna e i bambini e le tate. L’ultima parte è vuota in parte e con grande aiuola. Lì ci si imboscava dai tredici ai quindici anni per liminare.

In pratica ho vissuto tutta la mia vita in quei giardini.

Vespa primavera T3, novantacinque all’ora, quattro marce. Quella stretta, con più ripresa, meno comoda, più cattiva. Bianca in origine, diventata azzurra con due bombolette spray di vernice. Bellissima.

Ci troviamo al solito posto, davanti al toro verde.

 – Ciao, com’è?

 – Mah, bene, tutto sommato, ma ‘sto cazzo di caldo.

 – Madonna, lascia stare pure in vespa non passa, ti arriva solo aria calda.

 – Che facciamo?

 – Boh, andiamo da Gatsby a prendere un gelato?

 – Ok, a chi fa prima?

A chi arriva primo. La strada si muove sempre veloce e stretta. Le macchine vicine, tutto è sfocato, la telecamera è su di me.

A chi arriva prima arrivo sempre primo.

Un gelato.

Telefono a casa che faccio tardi.

 – Vieni, nené sta male.

A chi arriva prima arrivo sempre primo.

Mia madre è agitata, ha chiamato il dottore, il dottore non c’è ancora. Mia nonna respira a fatica, respirando sento un fischio, sento l’aria che non arriva come dovrebbe. E’ agitata, si muove sulla sedia. E’ magra, magrissima, i suoi occhi sembrano una scultura di bronzo su viso di legno.

Siamo nella sua camera, c’è poca luce, mia madre cammina avanti e indietro. Non so cosa fare, dio mio cosa devo fare? Il mio respiro segue quello di mia nonna, sento solo più aria che non vuole arrivare ai polmoni e fischio e fischio nell’aria che non sa di niente. E’ tutto sfocato, vedo gli occhi di mia nonna che cercano i miei, la sua mano che cerca la mia mentre il poco peso del suo corpo sembra ballare sulla sedia. Mia madre è nel contorno sfocato.

Non riesco a tenere la sua mano nella mia, mi alzo, cerco di diventare sfocato anch’io, mentre lo faccio diventa tutto nitido. Nitida è la stanza accanto, Nitida è mia madre che mi dice “ma quando arriva il dottore? cosa devo fare?” Nitida è la luce fioca di mezzo pomeriggio di luglio che passa dalla finestra ai miei occhi, nitido è il mio cane a cuccia, che sembra sognare.

E’ tutto nitido tranne mia nonna che muore senza la mia mano e lontana dal mio sguardo. Muore nel contorno sfumato e al gioco di chi arriva primo io non sono partito.

Adesso mia madre piange e io l’abbraccio e arriva il dottore e passano i minuti e le ore e ancora tutto è sfocato. Mia nonna adesso è a letto sdraiata, la porta della sua camera si chiude e la luce del mezzo pomeriggio ormai si è fatta buia. La scultura di bronzo su viso di legno è andata via.

Mia madre dice che sono stato bravo, che l’ho aiutata quando sua madre moriva.

Mia madre non mi ha visto quando scappavo dalla sua mano e dai suoi occhi sui miei.

C’è Italia – Brasile; vado da Corrado.

Io non piango. Domani c’è il funerale e non piango. Non riesco a dormire ma non piango. Fa un caldo schifoso in ‘sta cazzo di città. Paolorossi ha fatto tre gol e ha mandato il Brasile all’inferno, io non piango.

Una volta sono entrato in camera di mia nonna e lei era nuda, lei non mi ha visto. Aveva il seno molle mia nonna ed era curva su se stessa. Tra le gambe aveva dei peli duri. Mi ricordo che quando avevo sei o sette anni l’avevo fatta arrabbiare e lei mi rincorreva per casa. Inciampò. C’era sangue per terra e un taglio sulla fronte. Lei mi disse “sei cattivo”. Io non piango.

Un’altra volta eravamo andati al mercato e facevo un capriccio, volevo che mi comprasse un regalo, lei mi disse “smettila, trattami bene, quanto credi che mi resti ancora da vivere? Quattro o cinque anni”

Io non piango.

Fa caldo al cimitero. Il rabbino parla in ebraico. Siamo tutti intorno alla bara, mamma, papà, Riccardo e Sara. La vedo andare giù nella terra.

Nella mia mano destra stringo due cuori d’argento.

Corro lontano. Piango. Piango che non riesco a respirare. Piango e mi fa male lo stomaco, mi fa male il petto, sento le gambe molli e ora, davvero, è tutto sfocato.

sangue trasparente (this is not a love song)

Mi sanguina il culo.
L’altro giorno sono andato con una puttana, mentre me lo succhiava mi ha messo un dito dentro con troppa forza. Era molto brava, una negra, brasiliana. Lo succhiava forte, io seduto sul letto, lei per terra. Non molto bella, con una pancia troppo evidente. E adesso mi brucia il culo, puttana troia. Non che mi sia spiaciuto, anzi, ma avrebbe potuto fare più piano, che cazzo. E poi, la cosa grave è che sono tre giorni che non mi cambio e questo mi crea un po’ di imbarazzo.
Prima ero in un bar, per l’aperitivo, aspettavo Giulio, ero solo, musica forte, con un dj, come si usa adesso, e mi sembrava di essere in un videogioco, voglio dire, si muovevano tutti plastici, il suono era ovattato, irreale. O forse, peggio, reale. A un certo punto alternavo possibilità di giochi. Ero un cattivo che tirava fuori la pistola e li doveva uccidere tutti, un colpo a cranio. O un pilota che doveva evitare le automobiline uomini macchinette che se le investi pazienza, ricominci da capo. Lo immaginavo e lo avrei fatto, se solo fossi riuscito a togliermi questa patina di normalità che ancora, forse per poco, mi separa da me.
Non lo so, forse, invece, non riuscirò mai e continuerò a vivere in questo stato di inerzia da contratto sociale. Sono buono, lavoro, non uccido. Ma poi chissenefrega, in fondo, posso anche non ucciderli, in fondo cambia poco, sono già morti. Questi del bar erano tutti dai 20 ai 35 anni, tutti forzatamente alla moda, sorridevano le donne truccate, sorridevano gli uomini malconci e col trucco solo nello sguardo. Da “cazzo quanto son figo, c’ho pure il rolex, dovresti proprio darmela, brutta puttana troia che non sei altro”. A un certo punto ho avuto la sensazione che il mio culo incominciasse a sanguinare e sono andato al cesso a controllare e sanguinava davvero, maledizione, aveva lasciato pure una macchia sui pantaloni. E così paranoie immediate, “si vede? Non si vede? Metto la camicia fuori dai pantaloni e poi tanto ho la giacca, non dovrebbe proprio vedersi, che cazzo”. Non si vedeva, ma, come dicevo prima, non mi cambio da tre giorni e adesso la macchia incomincia ad essere evidente. Non mi cambio per una serie di inutili motivi, non mi cambio e basta, saranno cazzi miei perché non mi sono cambiato, no?

Comunque, dicevo, erano quasi tutti dai 20 ai 35, ma la stessa cosa mi capita con tutte le altre persone, specie con gli impiegati a pranzo, nei bar, non so perché. Diciamo che a) li ammazzerei tutti e b) non li considero vivi, sì, vabbe’ sembra un controsenso, lo so. E’ la vecchia, noiosa storia ripresa dai cyber punk sul fatto che nulla esiste, che è tutto una nostra cazzo di proiezione, cosa che del resto dicevano anche i filosofi un sacco di tempo fa. Lo so, è banale, ma che cazzo ci posso fare se spesso mi sembra l’unica cosa vera, l’unica giustificazione a tutto? E poi chi cazzo me lo dimostra che un’altra persona esiste? Credo che nessuno possa. Non che questo mi porti a non provare nulla per le persone, anzi. Ho molti amici, una fidanzata, i genitori. Il punto è se morissero quanto mi dispiacerebbe? Credo poco, forse quasi niente e credo che non avrei difficoltà ad ammetterlo né a me né ad altri. Comunque, dicevo, ero al bar, mi sanguinava il culo e aspettavo Giulio.

I rumori passano lentamente. Piove e c’è traffico, le macchine squillano, i passanti urlano. E io cammino senza destinazione mai. E i rumori passano passo dopo passo. Lentamente, mollemente si dissolvono facendosi pensiero. Cammino piano trascinando peso e pesi e non penso che al calare delle gocce per terra e ai grigio ghiaccio che scende dal cielo. Vorrei una biova calda e un pallone e un cornetto crema cioccolato, ne vuoi un altro, ancora un po’ di coca cola? Vorrei la giornata più bella del mondo quando proprio in questa via, già, forse proprio in questa via, vorrei l’incanto prima di morire e poi più nulla, vedere le parti di me che una a una si staccano, scivolano in basso, diventano niente, una a una, una a una, poi più nulla, un lento passare, una sostanza non visibile che soffia piano, che passa, passa, passa da un lato all’altro come in un videogioco di un cretino incredulo, passa come uno slittino sulla neve quando fa freddo ma non importa l’importante è avvivare giù dove la salita e la discesa non hanno più senso, passa come un delitto dimenticato, passa e poi passa ancora. fino a non distinguere il movimento dalla quiete, fino a non distinguere me da te da tutto.

Non voglio più morire in questa vita. Troppe volte son morto, adesso basta. Aspetto Giulio e Giulio al solito non arriva. E non so cosa fare, un bus, mi serve un bus capolinea a capolinea per riordinare le idee, per trovare una soluzione a tutto.

C’è sempre una soluzione a tutto e io la cercherò sul bus guardando le facce degli altri passeggeri, guardando fuori le automobili e i colori del cemento e del cielo e la strada bella e lenta e veloce. O forse no, nessuna soluzione.

Gli dei, se si guardano, muoiono.
Eppure non passa, questa giornata non diventa la più bella, finisce così.

Qualcosa di concreto, ci vuole solo qualcosa di concreto. Devo smettere con questo silenzio tra me e me. Basta parlarsi e si risolve tutto. Basta fare un passo dopo l’altro, lentamente, solo un passo, nella direzione giusta e il problema è già finito, non più tentennamenti, ma decisioni giuste, passo dopo decisione, concretizzare, ecco quello che devo fare, basta, adesso trovo soluzione e andrà tutto bene.

L’importante è la direzione. Tra un quattro ed un sette, a scuola, la differenza era un dettaglio, un “usciamo, non usciamo, massi esco” , un momento solo, un secondo, la mia esistenza è creata da tre minuti decisivi, qualche secondo per anno, sempre sbagliati, mi hanno portato qui a cercare ancora qualche secondo per mettere tutto a posto. Dentro di me ci sono anni e anni, difficile trovare i secondi, difficile riuscire a non morire per l’ultima volta, questa volta.
E Giulio non arriva e domani saranno quattro i giorni con gli stessi abiti e il cielo questa notte sarà nero sopra di me, dentro di me.

Certe volte ti penso e vedo me dentro di te. Certe volte ti penso e vedo solo la tua perle, altre solo i tuoi occhi, altre i gemiti sotto di me. Certe volte penso agri dei che ci guardarono la prima volta che ci guardammo e sono felice. Altre volte gli dei giocano a nascondersi e il ricordo diviene ritratto, la vita pastello, ed io conto le persone come si contano le pedine inesistenti di una scacchiera e tutto diventa contorno visibile e falso delle mie finte funzioni. Tutto diventa percorso senza fine, strada senza uscita e senza possibilità di ritorno. Non passerà? Bisogna trovare il mattone afflitto di verità e con un sol colpo far cadere tutta la casa marcia e poi passare, semplicemente passare e venire da te, e, raggiungere me. Ma che non sia retorica,questa volta.

Piove, piove quasi sempre quando deve piovere. I secondi continuo a non trovarli, quindi vado in un bar a prendere un caffè. L’anormalità ti porta in dono la solitudine, la disperazione spesso te la fa odiare. Io adesso non sono ancora disperato, riesco ancora a oscurare la vista sulla lunga distanza, mi concentro o meglio mi assento, sul caffè. E’ autodifesa o vigliaccheria, dir si voglia, quella di non guardare al dopodomani, forse anche al domani, e a me riesce benissimo, e così facendo, se non altro, non impazzisco, non mi dispero, non penso dentro. Così sia. Il caffè è buono e caldo e lo bevo seduto, sfogliando il tuttosport dei locale, unto e consunto, con i fogli fuori via. lVli piace il calcio, tifo juventus e quest’anno sembra non andare male, specie in coppa, e poi c’è delpiero che sta giocando da dio, speriamo bene.

E un vacuo pensare quello che mi porta fino al garage di casa mia, dove il cancello prima è chiuso, poi aperto su nulla. Non c’è nulla nei garage di casa mia, non c’è auto, moto, bici, non c’è attrezzo, vino, riserva. Non c’è luce e così anche quella porta in fondo al garage, non c’è.

Giulio non arriva, me ne vado. Il punto è” dove e perché? Non trovo molto senso nello spostarmi. C’era anche in un film o in un libro, una persona che di colpo smetteva di camminare e, semplicemente si fermava. Dovrei fare così anche io, ma a volte fermarsi è più complicato che continuare a camminare, e così altra corsa, altro bar, un po’ di vodka, per piacere.
Due anni fa non era così, era tutto diverso due anni fa. O anche solo due mesi fa forse. Adesso sembra che non ci sia più scissione tra ii giorno e la notte, tra la notte e il giorno dopo. Un unico, eterno, tempo, che pare non passare, che sembra non passerà. Devo cambiarmi.

Qual è la differenza, nei ricordi, tra la felicità e la tristezza ? La sensazione che ne traiamo è una copia, non l’originale.
E se non c’è differenza nel passato come può esistere nel presente?
Il futuro è una dea che non c’è. lo mangio il pane e guardo le briciole.

Mi spoglio mi lavo mi rivesto con abiti consunti e puliti. Mi pettino lavo i denti sembro normale nella norma, in mezzo a tutti non mi distinguo più, non sanno chi sono, non sanno niente
adesso, posso camminare e andare e se mi fermerò forse nessuno riuscirà a notarlo. Ho voglia di un piatto di fallafel. A San Salvario c’è un turco che lo fa bene, costa poco, io ci vado.

E come è buono questo fallafel che sa di Africa e Medioriente e basta Europa case e democrazia a rate un tanto al mese un poco alla volta e bambini referendum per il colore dei capelli delle maestre dei palloni blu o lillà, questo fallafel è proprio buono e io non sono più in Europa italia Torino san Salvario bar pantaloni puliti e consunti e non sono più in questo corpo brutto e vecchio, in questo cervello in cancrena non ci sono più io. E’ così buono questo fallafel e io sono solo il sapore nella bocca, senza corpo codice fiscale dio amore odio, e strade da camminare senza scarpe né piedi.