Lo aveva infranto lui

Era domenica e lei voleva parlare. Non aveva niente di particolare da dire, ma il giorno prima aveva lavorato, come tutta la settimana, fino a tardi. E la sera erano entrambi stanchi. In realtà era così anche all’inizio, quando si erano conosciuti.
Ma all’inizio il tempo comune era qualcosa di ambito, di ricercato. Aspettavano il loro tempo per stare insieme, per guardarsi, per trovarsi. Le loro parole non si accavallavano, diventano linguaggio comune. Insieme si creavano: ogni lettera che usciva dalle labbra di uno o dell’altra diveniva alfabeto.
E così gli sguardi prima di fare l’amore. E così il fare l’amore.
Il “loro” fare l’amore era creazione di un qualcosa. E, anche quando finiva, le mani continuavano a restare l’una nell’altra. E il tempo passato lontano – l’un l’altra – altro non era che eco di questo amore.
Ma il tempo divenuto, poco alla volta portò falle di bisogni. Bisogno di altre presenza, bisogno di riposo, bisogno di lavoro, di attenzione, di completamento.
E l’inerzia divenne vuoto.
E arrivò il pensiero, in quella domenica in cui lui non aveva nulla da dire.
La prima volta che si videro lui, quasi solennemente, dichiarò: “ti libererò senza distruggerti”. Lei non aveva ben capito cosa volesse dire. Lo capì quella domenica, prima dell’arrivo di quel pensiero. Era volontà d’amore, quella frase. Ti libererò da tutto quello che ti protegge per farti vedere quello che veramente sei, ma senza lasciarti indifesa al dolore.
Ora così si sentiva e, per ripararsi, per frapporre qualcosa tra sé e il vuoto, pensò a un altro, a un’altra persona, a un altro tempo, a un altro luogo.
Il comandamento lo aveva infranto lui – si disse – poco prima di mentirgli.

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lo scarabocchio

Era il millenovecentosettantuno quando scarabocchiai l’ultima pagina del libro di lettura. Scarabocchiai, allora, senza saperne il motivo.
Ogni giorno, poi, continuai ad andare a scuola con sussidiario e libro di lettura, ma, questo, sempre in seconda posizione. E quando lo aprivo, accompagnato dalla paura che la maestra potesse accorgersi di quell’atto masochistico di ribellione verso il suo ruolo, la meticolosità nel farlo era accompagnata da una sensazione di paura assoluta. Essere scoperto, essere punito, fu una delle mie prime durevoli sensazioni forti. Ogni giorno che passava, per me, non era altro che un giorno in meno all’ultima lettura, quella che, inevitabilmente, avrebbe portato gli occhi della maestra su quello scarabocchio.
Per tutto l’anno mi sentii vivo. Ogni giorno l’inerzia dell’incedere senza motivo fu sostituita da una pungente consapevolezza di esistere. Quella sensazione allo stomaco, prima che al cervello, che tutto possa finire in un dramma mi rese attento, mi rese protagonista del tempo e non più solo succube spettatore.
E quella mattina, quando gli occhi della maestra si posarono sullo scarabocchio che feci, prima ancora che mi chiedesse spiegazioni, intuii che quello che avevo disegnato era il mio destino.

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uno, due, tre

Letto. Pioggia sui vetri. Rumore di vento. Movimenti duri, difficili, del corpo che non si sveglia. Dall’altra parte – prima del risveglio – ci sono colori forti e macchie di vernice, sensazioni senza bisogno di sciarade per poter trovare vita. Da questa parte, la vita, nasconde quelle emozioni, nasconde i veri nomi, inventa un nuovo gioco “nascondino nel tempo”. E dal letto mi metto a cercare negli anni, ma ci sono troppe insidie, memoria-realtà-finzione, per riuscire a trovarmi. Eppure, da qualche parte devo essere finito. Mi vedo da lontano, non so bene ancora in che anni sono, cerco di mettere a fuoco, mi avvicino spostandomi leggermente dall’albero. Mi vedo, per una frazione di secondo ho la nitida sensazione di vedermi. Mi vedo nell’attimo di toccare quell’albero, mi vedo mentre dico, sorridendo, maligno, a me stesso: “un due tre, liberi tutti”. E svanisco.

Alessandro Mazzi

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