Mi chiamo Paola Cohen [confessioni di un ologramma] – romanzo

Mi chiamo Paola Cohen, sono nata a Barcellona a marzo del millenovecentosettanta. I miei si trovavano in Spagna per lavoro, mio padre era architetto. Tornammo in Italia quando io avevo appena compiuto cinque anni, le mie due sorelle quattro e tre. Quando compii dodici anni mia madre dette alla luce un figlio maschio, al quarto tentativo.

Sono la sorella più grande, non la più amata, non la più apprezzata.

Mi sono laureata in lettere moderne a ventitré anni e mezzo, secondo mio padre con sei mesi di ritardo da quando avrei dovuto.

Andai a finire la preparazione per la tesi a casa di mia nonna, al mare, e lì conobbi Andrea.

Quando lo conobbi ero fidanzata con Carlo, avremmo dovuto sposarci di lì a poco. Lo lasciai al telefono, si arrabbiò molto, non poteva crederci.

La prima volta che facemmo l’amore, Andrea ed io, eravamo a casa di mia nonna, lui entrò in me e io non sentii quasi nulla, una cosa dentro che si muoveva, una cosa fuori che mi baciava. Era di fretta, doveva vedere una sua amica in un paesino vicino, mi aveva detto.

La seconda volta fu a poche centinaia di metri da casa al mare, su un colle, vicino alle resta di un castello abbandonato. Pioveva piano e c’era il sole, io mi appoggiai di spalle a un muretto, quella volta iniziò ad essere bello, ed io iniziai a sentire qualcosa.

La prima che lo vidi dopo il nostro rientro dal mare, ci misi un po’ per prepararmi e vestirmi. Non sapevo bene cosa mettere, se truccarmi o meno, al mare era diverso, ero quasi sempre in costume, quasi sempre lo stesso, un due pezzi con dei fiorellini blu o qualche vestitino, non ero mai truccata.

Indossai un vestito arancione che mi cingeva bene il corpo, volevo essere bella. Lui mi aspettava nel viale dei Tigli, dietro casa mia, io arrivai con qualche minuto di ritardo. Volevo così tanto vederlo, quel giorno, che quando lo vidi non pensai più a nulla.

  • Hai detto qualcosa a qualcuno di me?

  • Sì, che ti amo, che hai ventotto anni e che sei un poeta. E tu?

  • Che ti amo, che hai ventitré anni e che sei poesia.

  • Davvero?

  • Sì. Dove vuoi andare?

  • A casa tua.

  • Oggi non si può, andiamo in un bar, andiamo a fare un giro in centro, e adesso vieni qui dai, fatti baciare.

E quel giorno andammo in centro, e quello dopo ancora, e ancora molti altri a seguire. Io era volontaria della croce rossa e tenevo dei corsi di primo soccorso. Lui veniva ad ascoltarmi: in mezzo a tutta la gente che veniva per il corso di primo soccorso, lui veniva per me. Davo anche ripetizioni di italiano in una specie di cooperativa, e lui mi accompagnava, ogni volta, poi andava a fare un giro in attesa che io terminassi le lezioni, e poi mi riaccompagnava a casa.

Questo per due mesi, due mesi in cui andammo in centro, andammo a tenere corsi di primo soccorso, andammo  a dare lezioni di italiano.

Una volta, era quasi ora di cena, io ero in ritardo e continuavamo a baciarci sotto casa mia. Avevamo voglia di fare l’amore, l’avevamo sempre, io aprii il portone e lui mi seguì in cortile, entrammo nel gabinetto pubblico, lui chiuse la porta a chiave. Fuori pioveva, eravamo stati in un parco e avevamo le scarpe sporche di fango, lui si inginocchiò, mi alzò la gonna e abbassò le mutandine, io chiusi gli occhi. Avevo le mani nei suoi capelli e respiravo forte e sentivo la pioggia fuori e poi venni e lui si mise in piedi.

  • Vai, amore mio, è tardi, i miei mi ammazzano.

  • Ci vediamo domattina alle nove, vengo a prenderti.

  • Sì, adesso vai, ti amo.

Aveva i jeans bagnati fino alle ginocchia e mi guardava con amore, io gli diedi un bacio e poi un altro e un altro ancora in quella bocca che sapeva di me.

Confessioni di un ologramma – u.p. – capitolo 1

Centocinquanta la gallina canta, lasciatela cantare, la voglio maritare.

Da Break ci andavo ogni tanto con mio padre. Alle Gru. Diceva che c’è gente, e che gli piaceva passeggiare. Ed è vicino a casa, meglio che andare in centro, che poi parcheggio non c’è mai. E adesso, visto che mio padre non c’è,  io posso mangiare con mia sorella, mio fratello e la sua donna.

E lei si atteggia, fa quella di famiglia, fa quella che conosceva mia madre. Per un attimo credo quasi che voglia istruirmi su chi era, mia madre, e poi accarezzarci con le mani sue. Poi mio fratello fa una battuta. E noi sorridiamo. E lui nota che sorridiamo, quindi quella battuta, lo so, la ripeterà almeno cinque volte. E così fa. Fino a che l’inerzia del ridere finisce, lui continua. E lei parla di un viaggio che hanno fatto e hanno conosciuto una mia zia o cugina di qualche grado. Il nome mi dice qualcosa. Ma non importa chi fosse, è un’altra tacca per lei, da farne bandiera e cappello insieme, e portare sul vassoio de: io sono famiglia, tu chi cazzo sei. E’ fatta così, che ci posso fare. La cosa sconvolgente è che tutte le donne di mio fratello, sono tutte fatte così. Tutte dominanti, insicure, aggressive. Una volta stava con una che si chiamava Grazia. E nelle vacanze di inverno lei lo aspettava a Bardonecchia. Io avevo una ventina di anni e a Bardonecchia avevo amici e una festa di capodanno che mi aspettavano. Così facemmo il viaggio insieme, per andare. E lei uguale. Dominante, insicura, aggressiva. Arrivati a Bardonecchia lei era infastiditissima per quei venti minuti di ritardo. E ci tenne a mostrare tutto il suo disappunto di fronte a me, prima che io salutassi e andassi via. Poco prima che la mia voglia di prenderla a calci diventasse bella. Va be’, contento lui. E adesso sorride e parla di mia madre, come fosse la sua. E sorridono, sì, ma solo a labbra accennate. Insomma, è morta ier l’altro, siamo famiglia unita ma anche addolorata. Poi, poco alla volta, il dolore diventerà ricordo di dolore, e poi solo ricordo di qualcosa. Per adesso, noi si mangia, si ride e si ascolta lei che ci racconta com’era nostra madre. E va be’, così sia.

Io mangio e cerco di pensare ad altro. E sono troppo stanco per litigare o anche, solo, per opporre resistenza. E poi, a che pro? Mio fratello ci crede davvero. Quando mi ha detto che ci parleremo, che parleremo davvero di tutto, lui pensava che accadrà davvero. Per quella frazione di secondo si è assunto il peso di vent’anni di assenza. O, al meno, la corresponsabilità. Come quella volta, me lo ricordo bene. Ero appena tornato da Bruxelles, il giornale aveva chiuso, non mi avevano pagato e io ero a Torino senza un soldo. Gli chiesi un prestito per pagare l’affitto di un appartamento. Ma poco importò che due anni prima lui era rimasto senza lavoro, che lo invitavo tutte le sere a casa, gli preparavo cena e cercavo di stargli vicino, nonostante tutto. Poco importò che gli avevo presentato il mio capo e che, grazie a lui, aveva ottenuto una collaborazione con una azienda danese. Poco importò – anche e solo – che fosse mio fratello. Contò, invece – molto e solo – che molti anni prima mi ero comportato malissimo. E quindi non mi prestò nulla. E, qualche mese dopo, e sicuramente anche a causa della sua legittima decisione, mentre io vagavo dormendo una notte da un amico, una notte su una panchina davanti alla stazione, lui mi vide passare. Io voltai subito lo sguardo, non volevo che mi vedesse in quello stato, non foss’altro per risparmiarmi il furto della mia miseria. Ma io so perfettamente che anche quel giorno di venticinque anni prima, lui, per qualche frazione di secondo, si sentì tristissimo. Insomma, c’è quasi da star male per lui, e da dargli la mancia per la sua smorfia senza speranza.

Mia sorella li guarda. Mentre lei parla e lui la guarda, assonnato e adesso confuso. Dice poco, annuisce, qualche volta cerca di inserirsi nella conversazione. Lei credo che la debba rispettare. Insomma, è la sorella di mio fratello, nella vita ha sofferto molto. Io non c’ero, non so come abbia sofferto, ma so che era molto. E si vede, si vede nel corpo eccessivamente magro, nel viso tirato, si vede in come dice le cose. Sempre leggermente sopra misura, sembra quasi voglia aggrapparsi a quelle parole, a salire in aria con loro, a farsi vedere mentre volteggia, libera e bella, fino ad arrivare dentro di te.

E dentro di me ci arriva, almeno adesso, in questo pranzo post funerale in cui quella donna continua ancora a parlare di mia madre come fosse la sua.

 Centocinquanta la gallina canta, lasciatela cantare, la vogliono ammazzare.

Italia – Brasile tre a due [La memoria del caso – frammento]

Mi sono trasferito, da poco, con la mia famiglia, ho cambiato quartiere. Abitavo alla Crocetta, vicino al centro, adesso siamo andati a Città Giardino.

Preferivo prima. I miei amici abitano tutti lì. E poi lì le cose sono vecchie e belle, qui nuove e tutte uguali. Lì l’autunno lo vedi nei giardini in cui andavo da piccolo. Gli alberi diventano marrone scuro ed il buio li copre presto.

Qui non so ancora com’è l’autunno, sono arrivato che era primavera. E la primavera qui la vedi nel volto sudato dei benzinai e dalle finestre non più bagnate dalla rugiada.

L’altro giorno sono uscito con Gianna. Siamo andati a bere un bicchiere in centro. L’indomani sarebbe partita per Viareggio. Ci siamo dati qualche bacio. Io ce l’avevo durissimo e ho paura che lei l’abbia notato. Non siamo ancora abbastanza intimi, le mie mani hanno toccato solo le sue tette e la sua pancia e le sue gambe. Non il culo e non la figa. Ci vediamo da un mese io e Gianna. Gianna è media. E’ carina. All’interno del gruppo del liceo è considerata bene. Insomma non faccio né una buona né una cattiva figura ad uscire con lei. Non che la cosa abbia troppa importanza, ma un po’ ne ha. Continua a leggere “Italia – Brasile tre a due [La memoria del caso – frammento]”