Quella sensazione lì

Quella sensazione lì. Che quando parli o sfiori una mano in un caffè, che quando t’investe l’odore della sua nuca e tutto intorno svanisce e diventi solo naso, e poi meno, aria, e meno ancora fino a essere niente. Quella sensazione che tutto è fuori posto, la strada corre tra persone opache che non vedi e la terra è un tappeto senza colore definito e non sai bene che ore sono perché non riesci a trovare l’orologio e il telefono lo hai dimenticato a casa, da qualche parte. Quella sensazione che mordi la pelle, perché poco è troppo poco, e poi stringi, che non deve andare via. Che poi ti giri e in quel secondo, quello in cui non c’è nulla, non c’è e resti lì, sospeso in un angolo d’agonia fino a che non la vedi di nuovo e tutto intorno torna a sfocarsi, e immediatamente sei al sicuro, nuovamente in quell’utero senza dolore. Quella sensazione che se la leggi è di serie b, c e d, che ti metti a sorridere, pensando a un pensiero colto e caro, colto e raro, che ti sappia proteggere, e andare via.

primavera

Il tempo diventa brutto di colpo, la pioggia cade copiosa. Ugo è completamente bagnato, torniamo al residence e lo asciugo. È difficile capire l’espressione dei cani, io ne ho visti da quando sono nato, eppure certe volte hanno l’aria di essere tristi, senza alcun motivo. Si siedono e guardano il vuoto. Ugo adesso è così, mi guarda, ma per pochi secondi, poi sembra non vedere nulla, assorto chissà dove. Eppure viviamo insieme da dieci anni, abbiamo cambiato paesi e città e siamo stati insieme quasi sempre ventiquattro ore al giorno. E non riesce ancora a condividere tutto, e ancora tutto non mi dà, tiene una piccola parte per sé, tanto piccola e così altrove che spesso mi chiedo se la sua vera vita non sia quella cosa lì, se il nostro tempo comune non sia solo un enorme contorno di quello che lui è veramente. Ma poi mi guarda, piega la testa, scodinzola, e così facendo permuta il mio oblio con un attimo di comunione e in quell’attimo e per un secondo le nostre solitudini diventano primavera.

Prima di Ugo, con Paola, avevo un altro cane, Cerbero. Lo presi che non aveva neanche due mesi, da un mio amico allevatore. Un pastore della Beauce o Beauceron, razza molto diffusa in Francia e in altri paesi del mondo, quasi sconosciuta in Italia. Lo portai a casa, in mansarda, era più pelo che corpo, faceva pipì ogni tre minuti e leccava e mordeva qualsiasi cosa gli passasse a qualche centimetro dal muso. Paola arrivò e iniziò a dire le tipiche frasi da donna mamma. Dal: “ommioddio che bello fatti baciare” a “vieni qui, vieni qui, ti prendo in braccio”, ma lo faceva in maniera non forzata, non fastidiosa. Io dovevo andare a lavorare, le dissi di non farlo salire sul letto, che se avesse preso l’abitudine subito non sarebbe più andata via, e di cercare di fargli capire, da subito, che il fatto di fare sempre pipì a casa, non era propriamente una cosa bella, da farne corona.

Al mio ritorno vidi che Paola aveva ovviato perfettamente al farlo salire sul letto, era lei a dormire nella sua cuccia, con Cerbero in braccio e senza null’altro da volere. Sono quelle immagini inenarrabili, che quando le vedi provi qualcosa, che quando lo racconti diventa un’altra cosa, da poetico a patetico nello spazio di qualche parola.

Il [mio] pianeta Trillafon, che poi non si chiama così [seconda parte]

Poi succede che passano gli anni, nel PianetaTerra, che non esiste, e quindi non esistono gli anni. E poi succede una altra cosa: non riesco a tornare al mio Pianeta Trillafon, che poi non si chiama così. Rimango intrappolato in qualcosa che non esiste. Provo in tutti i modi ad andarmene, ma non riesco. E tutta la mia raltà è irreale. Il mio cane muore, un giorno che ha una data. La sua morte coincide col mio restare intrappolato, almeno così adesso credo. E col fatto che la mia realtà diventa così irreale. Poi succede che una donna mi lascia, o la lascio io, non ricordo. E così, oltre a restare intrappolato in un mondo che non esiste, sono solo. Ora, il mio cane è morto, ed esisteva, lo so per certo. E ora, lo so per certo, sono solo. Col passare di un tempo che non esiste, tutte le mie certezze, smettono anch’esse di esistere. Tutte le persone che ho conosciuto e che sono sparite dalla mia vita, tornano. Tornano e non le distinguo.
In questo tempo che passa e che non esiste, i ricordi hanno la stessa forma di un infinito presente. E così chiudo gli occhi. Non so dove sono. Ho preso un treno. Non so perché. Una canzone dice “dimmi che sarà tutto più chiaro che qui”, io l’ascolto e non ricordo chi la canta. Per un attimo dimentico tutto. Forse questo viaggio in treno non finirà mai, penso. Non lo so, il mio pianeta Trillafon, che poi ha un altro nome, non c’è più. O, meglio, non so più come andarci, e quindi non c’è più.
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