La storia di Mario [racconto] – incipit

Erano gli anni ottanta e la figa veniva prima di tutto.

Se qualcuno avesse chiesto a cinque ragazzi cosa avrebbero voluto fare da grandi, qualsiasi cosa, il loro maggior desiderio, le risposte sarebbero state diverse.

Il primo, figlio di insegnanti, era iscritto alla f.g.c.i.. E non aveva alcun dubbio: avrebbe voluto lavorare all’interno del partito, magari diventarne segretario. E questo non per vana gloria, ma per cambiare il mondo, per mettersi al servizio della società e dare il suo apporto per far sì che il mondo potesse diventare un posto migliore, senza disuguaglianze, senza poveri e senza ricchi, senza guerre, senza disperazione per non riuscire a trovare un lavoro. A tutti pari opportunità, a tutti uno stipendio degno del loro impegno, a tutti un futuro senza problemi e con grandi soddisfazioni.

Il secondo era il figlio di un operaio e non faceva alcuna attività politica. Lui non avrebbe voluto cambiare il mondo, voleva cambiare la sua condizione. Basta restrizioni, basta problemi per trovare i soldi per mandarlo in gita a Parigi, come tutti gli altri, basta vacanze in quella brutta casa in affitto in quel posto di mare per vecchietti. Lui avrebbe fatto l’università, avrebbe avuto un ottimo lavoro, si sarebbe sposato con la tizia del terzo banco alla destra del suo, quella carina che lo trattava bene, ma lui lo sapeva che lei sapeva che la figlia di un giornalista non si sarebbe mai messa con il figlio di un operaio. I suoi figli, grazie al suo lavoro, non si sarebbero mai sentiti così.

Il terzo si vestiva con abiti firmati e sua padre era uno che aveva i soldi, ne aveva tanti. E lui non voleva altro che continuare la sua vita, senza cambiamenti. Avrebbe voluti studiare quanto basta per entrare in azienda, per avere una auto sportiva, e poi una casa, due, tre. Voleva una moglie del suo livello. Voleva diventare come suo padre, ma più giovane, con vestiti più alla moda e lavorare un po’ meno. Avere almeno i fine settimana per sé, non come il babbo che era sempre in azienda. Voleva, insomma, essere la versione figa del padre.

Il quarto era il migliore della classe, e i suoi erano impiegati. Si erano conosciuti al lavoro, si erano sposati e avevano avuto un figlio. Lui era molto affezionato a loro, ma non voleva diventare come loro. Voleva iscriversi a matematica alla Normale di Pisa. Voleva diventare uno scienziato importante. E trovare un qualcosa, non sapeva ancora cosa, ma un qualcosa che gli altri non erano riusciti a trovare ancora. Una formula, una teoria, una soluzione. Non per la fama, ma per vedere quella consapevolezza di essere superiore al gregge diventare realtà.

Il quinto era sempre ai bagni della scuola a fumare marjuana e non sapeva cosa avrebbe voluto fare da grande. Magari viaggiare con uno zaino, trovare nuovi amici, vivere la vita come viene, senza farsi troppe domande. Continuare a fumare, che fa solo bene – ne era convinto – molto meno dannoso del tabacco. Gli sarebbe andato bene avere una compagna con cui dividere la vita, senza sposarsi. E magari fare qualcosa di artistico con lei, avere una compagnia teatrale, o, insomma, una cosa così.

Se la stessa persona che chiese ai cinque ragazzi cosa avrebbero voluto fare da grandi, dopo avesse detto loro: “io adesso posso esaudire ogni vostro desiderio, tutto quello che mi avete detto può diventare realtà, lo volete davvero?”, tutti e cinque avrebbero detto “sì”.

Se poi avesse detto loro, potete scegliere: “tutto quello che avete detto oppure domani notte la passate con la ragazza che volete, una qualunque, sia che la conosciate, sia che sia una attrice, o una cantante, o chi volete voi, ma solo per una notte. Cosa scegliete?”

Il primo, il secondo, il terzo e il quinto avrebbero detto, senza pensarci un attimo: Bo Derek.

Erano gli anni ottanta e la figa veniva prima di tutto.

Il quarto ragazzo si chiamava Mario, questa è la sua storia.

putrido

Come il sapore di una pesca andata a male, viscida. Come quella volta che non riuscivi a dimenticarti il dolore allo stomaco, e ne gioivi d’inerzia. Come quella voglia di picchiare un bambino che canta, felice, una canzone, ma tu stai lavorando. Come un piccolo insetto nero trovato morto nel letto. Come quella voglia che passi, e tutta la voglia che resti. Come un città in cui non c’è niente che ti piaccia, ma ci devi restare, anche se non ce n’è motivo. Come quel fastidio incessante mentre senti la parola “anima” per bocca di un impostore. Come un cane che non c’è più, e come un legame che come corda sotto la pioggia, sembra scivolare tra le mani.
Come il freddo che passa, e non arriva niente a prenderne il posto.

Ugo e la boccia in testa

Era l’estate del millenovecentosettantacinque e avevo dieci anni.
Avevo ancora qualche giorno di montagna, solo con mia madre, poi avremmo raggiunto mio padre e mia sorella nella casa di Nizza.
Nizza era bella e c’era il mare e gli amici francesi, ma qui ero a casa e Andrea ed io, insieme, eravamo i più forti.
Eravamo quelli che giocavano meglio a calcio, quelli che a fare a botte non si tiravano mai indietro.
E quell’estate avevamo la nostra banda. Avevamo battuto i nemici con un’abile azione militare. Loro avevano costruito una piccola casetta di legno su per la collina. Se li attaccavi dal basso ti tiravano le pietre e potevi solo scappare. Così ci dividemmo, due con Andrea, a fingere l’attacco dal basso, tre con me, a fare il giro della collina e a sorprenderli dall’alto. La sincronia dei nostri due gruppi, unita alla quantità di pietre che scagliammo, fu motivo di vittoria e di conquista.

Quel pomeriggio era quasi ora di cena e Andrea ed io trovammo Ugo, uno dei ragazzi del gruppo nemico, in mezzo al nostro cammino.
Ugo, come tutta la sua banda, era milanese. Di quelli che non ci piacevano, che tifavano inter e avevano il Barracuta originale, a differenza del nostro, falso come Giuda.

  • Togliti, Ugo, dobbiamo passare.
  • E se no cosa mi fai?

 Ugo aveva un cestino con delle bocce, non quelle di plastica vuota, quelle piene, colorate.

  • Se no prendo una boccia e te la tiro in testa
  • Ah ah ah, tanto non mi fa niente, cretino.

 Presi una boccia, guardando Andrea, complice.Ugo continuava a ridere. Io la tirai mollemente in aria, dal basso verso l’alto,  e questa ricade, altrettanto mollemente, sulla testa di Ugo.

  • Non mi hai fatto niente, ahahah, cretino, non mi hai fatto niente.

 Presi la boccia da terra, era blu. Questa volta non guardai Andrea, la complicità era solo tra me e la mia rabbia. Ricordo quella sensazione, partiva dal basso, arrivava al cervello, lo elettrizzava, lo smuoveva: ogni piccolo pensiero stava diventando lucido, vivo, preciso, meraviglioso.
Strinsi la boccia forte, la sentivo, perfetta, pulsarmi nella mano.
Frazioni di secondo in cui Ugo si cercava di proteggere con una mano, mentre si abbassava a terra. Ma troppo lentamente in rapporto alla velocità del movimento del mio braccio – dall’alto al basso,questa volta –  con tutta la forza che un bambino di dieci anni può avere.
Liberai la boccia aprendo la mano chiusa a pugno. Per la prima volta liberai tutta quella mia natura.
Sulla testa di Ugo, che cadde a terra, immobile.

 Andrea gridò “scappiamo, l’hai ammazzato”.

 E iniziammo a correre senza dirci nulla, fino al bivio insieme, poi ognuno per la sua strada a raggiungere casa.

 Io mi rinchiusi in camera, convinto di averlo ucciso. Mi immaginavo in prigione. Rinchiuso per aver liberato a mia verità a forma di boccia. Felice per aver ucciso quel piccolo milanese insulso e terrorizzato per aver regalato la mia vita alla sua morte.

 Qualche ora dopo la mamma di Ugo bussò alla porta di casa, mia madre andò ad aprire e poi capii, tra uno schiaffo e l’altro, che avevano trovato Ugo, ancora svenuto a terra, e che adesso – per fortuna – stava bene.

Poco prima che svanisse

Era nato così. Al posto di un occhio aveva una pesca, nell’altro una fragola. Uno zoccolo di cavallo per naso, la sua bocca era un vecchio tubolare di una bici da corsa. Aveva orecchie di cane bobtail e capelli di lana di pecora.
Il corpo era molto bello di giorno, sembrava un nuotatore, di notte diventava magro e leggermente curvo.
Il suo nome era “Singhiozzo”, e non ci è dato sapere il perché.
A tre anni sapeva leggere e scrivere e giocava benissimo a scacchi. Cosa che dimenticò completamente una notte di marzo, poco prima del suo sesto compleanno.
A nove anni imparò il linguaggio delle formiche.
Quell’estate i genitori lo portarono in campagna e non fecero troppo caso quando lui, uscendo dal giardino, si mise a danzare avvolto da formiche, mentre uno scoiattolo scandiva il tempo, suonando un tamburo.
Un giornalista lo incontrò in sinagoga, quando, a tredici anni, per il suo Bar Mitzvah, sì ostinò a recitare il Cantico dei Cantici col linguaggio morse. Gli chiese il perché. Lui rispose in una lingua sconosciuta, ma sembrava molto allegro, nel farlo.

Un giorno, aveva sedici anni, si innamorò di una ragazza.
Lei veniva da lontano, non si sa da dove.
Il suo corpo era una scia di api. Parlava come il suono del vento e il suo odore era di fragola.
Lui guardò lei e fecero l’amore per tredici giorni e tredici notti.
Poi lei volò via, ma prima gli promise che sarebbe tornata quando i fiumi avrebbero iniziato a sorridere.
Lui pianse tutta la notte, poi si addormentò e al suo risveglio i suoi occhi erano diventati come quelli di tutti gli altri uomini, con la sola particolarità che uno era rosso e l’altro arancione.
Il giorno dopo imparò a volare, anche se con molta paura. Era in piedi, sul balcone, guardò in basso e poco dopo accarezzava una nuvola.
Tornato a casa si dimenticò di averlo fatto.
Si diplomò a diciannove anni, ma a venti era già laureato in etologia, portando, come tesi, uno studio sul modo di mentire dei merli come strumento per la conservazione della specie.
Gli diedero il massimo dei voti, ma senza sapere perché.
Quel giorno stesso i suoi genitori gli dissero che era tempo, per lui, di andare via di casa.
Andò a dormire non privo di preoccupazioni e, al suo risveglio, la sua bocca era diventata una radio.
Trovò lavoro in sinagoga: il rabbino, quando arrivava una persona in cerca di consigli, la accompagnava nel suo ufficio.  Non si seppe mai cosa dicesse, ma sempre le persone se ne andavano col sorriso stampato sulla bocca.
Un giorno smise di lavorare prima del solito, erano le sedici e sedici, il rabbino gli disse che erano arrivati i pittori per riverniciargli il soffitto del suo ufficio, quindi lui uscii.
Stava camminando verso casa quando, all’improvviso, vide un’ape.  Nello stesso momento in cui accadde la sua bocca divenne il suono di un prato fiorito.
Seguì il suo stesso suono e arrivò a centoventi chilometri da casa in poco meno di undici minuti. C’era la neve e lui sentiva freddo.
Si spogliò dei suoi due occhi, le orecchie presero il volo, i capelli si unirono al terreno sotto la neve e lui iniziò a danzare.
Si sentiva sempre più leggero e in un attimo disimparò tutte le lingue che aveva appreso. Dimenticò, poco alla volta, tutti i suoi pensieri e tutte le conversazioni che aveva avuto scomparvero per sempre.
Poco alla volta sparì anche il suo corpo, ma, poco prima che svanisse del tutto, guardandolo, un fiume iniziò a sorridere.

eri vento

Eri il vento su Mosca, nel 1901, poco prima della rivoluzione, ma per pochi minuti, poi sei andata via.

Sei stata la prima stesura dell’opera 77 di Brahms per violino e orchestra, ma poi sei scomparsa con la seconda, nel silenzio.

Eri Manhattan di Woody Allen, quasi tutto, tranne il monologo sui motivi per cui vale la pena di vivere, poi sei tornata ad essere Mallarmé, nel suo tredicesimo anno di vita. Sei stata un bambino non nato, nel 1977, a Roma, e poi un diluvio nel sud della Francia, nel 1931.

Quando Proust iniziò a scrivere la Recherche eri la sua prima penna a stilo, ma si ruppe e ne prese un’altra, e tu diventasti un insetto di cui nessuno conosce il nome, e vivesti nella notte del ventitre marzo 1970.

Eri un sentiero in india, che non portava da nessuna parte, ma solo quando pioveva.

Eri l’odore che quando arriva ti ricorda qualcosa, ma non riesci mai a capire cosa, per tutto il 1998.

Fosti il primo batterio scoperto, ma scomparvi quando il mondo apprese la notizia, poi diventasti l’inizio della teoria della relatività, suicida per oggettiva inerzia.

Sei stata una rampa di scale di una cantina allagata dopo il terremoto di Udine, una canzone mai pubblicata dei Doors, una nuvola nel settembre del 2001, vicino alle Torri.

Io fui sempre qualche nota prima o qualche parola dopo, o un passante che ti vide da lontano, una volta fui pioggia di te nuvola, ma solo per pochi attimi.

Ti incontrai quando fosti il primo concerto dei Beatles, ero nel pubblico, ma poi io diventai una mosca e volai via.

Ogni nostro incontro fu fuori dal tempo; in attesa di un nascondiglio per poterci fermare abbiamo continuato a mutare, per poi divenire uno.

Alessandro Mazzi

sangue trasparente

Mi sanguina il culo.
L’altro giorno sono andato con una puttana, mentre me lo succhiava mi ha messo un dito dentro con troppa forza. Era molto brava, una negra, brasiliana. Lo succhiava forte, io seduto sul letto, lei per terra. Non molto bella, con una pancia troppo evidente. E adesso mi brucia il culo, puttana troia. Non che mi sia spiaciuto, anzi, ma avrebbe potuto fare più piano, che cazzo. E poi, la cosa grave è che sono tre giorni che non mi cambio e questo mi crea un po’ di imbarazzo.
Prima ero in un bar, per l’aperitivo, aspettavo Giulio, ero solo, musica forte, con un dj, come si usa adesso, e mi sembrava di essere in un videogioco, voglio dire, si muovevano tutti plastici, il suono era ovattato, irreale. O forse, peggio, reale. A un certo punto alternavo possibilità di giochi. Ero un cattivo che tirava fuori la pistola e li doveva uccidere tutti, un colpo a cranio. O un pilota che doveva evitare le automobiline uomini macchinette che se le investi pazienza, ricominci da capo. Lo immaginavo e lo avrei fatto, se solo fossi riuscito a togliermi questa patina di normalità che ancora, forse per poco, mi separa da me. Continua a leggere “sangue trasparente”

Sono un sasso

Sono un sasso. E’ l’undici novembre millenovecentonovantadue.
Facciamo l’amore? Ho mani calde.
Manichini senza testa scivolano silenziosi verso deserti cristallini. Il macellaio aspetta nell’indifferenza della sua ascia. Il cielo è sempre blu.
E’ sempre blu e sono un sasso. Fa caldo. C’è afa.

 Sono un manichino senza testa. Vorrei il freddo e le tue mani. Vorrei mangiarti per colazione.
Vorrei perdere il tuo corpo per strada. Venderlo per mille lire.
Il re che non ti vide mai è morto per noia. Non per la tua assenza. Non per te.
Mi racconti del buio e della notte, delle note e del freddo. Il deserto è sempre cristallino.

 Partiamo per Gerusalemme? Andiamo via. Forse, se facciamo in fretta, il macellaio non noterà la nostra assenza. Ce la possiamo fare.

Facciamo l’amore? Ho mani calde e non m’importa se il macellaio ci sorprenderà nella notte.

Raccontami una storia. Ma che sia bella. Dimmi che l’afa sparirà e ci sveglieremo a Gerusalemme.

E’ il millenovecentonovantaquattro e dobbiamo scappare. Dobbiamo prendere il treno. Ci inseguono soldati e noia. Andremo via. Hai mani calde, non lo capisci amore mio?

Non è una storia, siamo nel millenovecentoquarantaquattro. Corri, dobbiamo arrivare alla stazione. Non sei un manichino. Ti prego.
Non c’è desiderio di speranza in questo desiderio.
Ti guardo, non voglio spogliarti, il corpo non c’è.
Non c’è e tu lo sai.
Raccontami un’altra storia ma che sia bella ti supplico. Il macellaio è vicino.
Il macellaio non esiste. Dammi un miracolo. Dammi le tue mani calde. Facciamo un bambino.

Come sarebbe il nostro pezzetto di noi? Nascerà d’estate e dell’inverno avrà l’odore. Avrà i miei occhi, avrà il tuo sesso. Fammi venire con te.

 Il macellaio aspetta. Tocca a me.