Sul Belgio, anzi no

Su facebook (territorio sempre  più ad alta intensità di barbarie) sono iscritto in diversi gruppi pro Israele. Alcuni moderati, alcuni meno.
Oggi, in uno in particolare, si sono scagliati contro la Mogherini. E via di insulti, fino arrivare al “crepa”.
Ho – timidamente – replicato, così:  “Io penso che quando c’è un attentato piangere sia poco utile, ma anche commentare chi piange. Quindi 35 morti e qui gente che dice che la Mogherini (che non stimo per niente) deve morire. Per lo meno non dichiaratevi ebrei, per piacere.”
L’effetto ottenuto, salvo poche eccezioni, è di avere spostato il mirino dalla Mogherini a me. E “non difendi Israele”, non sei un “vero ebreo”.
Una delle cose raccapriccianti di un certo tentativo di manipolare le altrui idee è di dividere i pensieri in due categorie. In uno, a prescindere da quello che si scrive, si è a favore di una tesi. Nell’altro, a prescindere, quindi, da quello che si dice, si è  contro. Quindi, se a uno che dice “piangendo lacrime ipocrite si dimenticano i morti in Israele” replichi “ma cosa c’entra?”, vuol dire che sei contro Israele.
La cosa che più mi fa più rabbia (rabbia, nel vero senso della parola) è che sempre più spesso, gruppi di questo genere, sotto bandiere (spesso altrui, tra l’altro) mascherano sentimenti affini ad estremismi vicini alla lega. Leggere certi commenti o ascoltare un comizio di salvini, è diventata quasi la stessa cosa. “Non capisco come si possa essere a favore di Israele e votare a sinistra”, scrivono. Io francamente, che la sinistra fatico a trovarla, non capisco come si possa essere ebrei e parlare come un salvini qualsiasi.
Perché davvero, non siamo salvinidi qualsiasi. Davvero, nella storia abbiamo evitato cliché, abbiamo lottato per noi e non contro gli altri, perché sul serio, checché ne possano dire, Israele è uno stato democratico. Quindi criticabile. E quindi si accettino le critiche. Accettiamole.
Perché – questo sì -, esiste un finto antisemitismo che si maschera in anti sionismo. Alla frase (quasi-intelligente, detta quasi sempre da gente “di cultura” “sarò libero di criticare Israele senza essere definito antisemita?”, io ho sempre replicato così: sì, a una condizione. Che non sia a prescindere. Se, invece, è a prescindere dalla attuale politica, se non conosci la differenza tra il Premier che c’è adesso da quello di prima, se non sai cosa è successo nel 1948, allora no, non puoi scindere le due cose. E, in questo caso, almeno dillo: Odi gli ebrei.
Ecco, cerchiamo, almeno noi, di non fare lo stesso errore. Non diciamo che “sono tutti uguali” e che l’Islam moderato non esiste, e poi che non siamo razzisti. Non manipoliamo i discorsi, non nascondiamoci dietro a uno “Shalom”, per poi dire che la causa del terrorismo è l’immigrazione. Perché, pensiamoci, noi siamo migrati, noi siamo i diversi. E lo dico con tutto l’amore che mi è possibile per questa parola.
Perché essere diversi, in un mondo di orrori, è la nostra vera salvezza. Cerchiamo, quindi, di non comportarci come fossimo “gli altri”.

Antisemiti in clarks

Giuseppe Genna, nella sua pagina facebook, scrive:

E’ semplicemente vergognoso che l’Italia e l’Europa tacciano, continuino a tacere, davanti e perfino intorno a quanto sta accadendo in queste ore nella Striscia di Gaza. E’ un genocidio, altroché operazione di terra per scovare i tunnel. Queste sono immagini dall’abitato di Shujaiyya: è una nuova Sabra e Chatila. Si contano 44 morti fino a ora. Uomini donne bambini massacrati, slogati, pronti alla decomposizione, mortificati prima che morti: sono le sillabe del loro sangue a pesare sul silenzio occidentale. Altroché ripetizioni dell’infinito conflitto mediorientale che mettono a disagio perché le abbiamo viste infinite volte (ho letto in giro anche questo). Devono vergognarsi tutti gli europei, gli italiani brava gente in primis, ché il premier sta in Mozambico ad annunciare che Eni investe 50mld. E’ un giorno di morte sacra, questo. Questa notte è stato il saccheggio della vita a opera di ebrei e questo fa più dolore ancora. Quanto vale un bacio da fratellino a un popolo martoriatissimo, il palestinese, che da decenni sta subendo lo stillicidio della lenta morte contrattuale? Vale nulla, è vero, ma io bacio da fratellino le guance dei palestinesi, inzaccherate di polvere e sangue o linde di aria frizzante che fa attrito mentre si fugge, chissà dove, dalla morte che parla – è incredibile – in lingua ebraica.

Premettendo che il testo riportato del Genna è simile ad altri diecimila e che quindi, ovviamente, lo uso solo a esempio, uno scrittore dovrebbe conoscere il significato delle parole. Genocidio è quello che vorrebbe Hamas, non quello che fa Israele (il ché non vuol dire delegittimare Israele dalle colpe che, a mio avviso, ha). Ma questa è ignoranza, ignoranza strumentalizzata e strumentalizzante, certo, ma siamo ancora nei confini dell’intellettuale che non mette il proprio cervello a servizio della ricerca di un suo punto di vista, ma si asserva al modello etico, ma soprattutto estetico, culturalmente “giusto”; si asserva ciecamente a quello che non lui, ma molti come lui – tutti quelli come lui – hanno deciso essere “il vero”, il “giusto”, “il buono”. Il povero da difendere, la vittima a cui piantare una bandiera nella schiena per mostrare non l’ennesimo morto in guerra, non la vittima presunta ma lui stesso, l’intellettuale: io sono l’occidentale buono, io ti difendo. Ci sarebbe anche da chiedere: difendi come? Ma questo è un altro discorso.
Quello che appare chiaramente è che il palestinese diviene lo status symbol dell’intellettuale. Che evidentemente non conosce, e che altrettanto evidentemente è solo un simbolo estetico per mostrare la propria superiorità etica. Altrimenti, vien da pensare, perché non parlare delle centinaia di migliaia di morti che nello stesso periodo hanno solo il torto di risiedere in terre poco “giustamente attaccabili”?

Ma, la frase che porta il confine oltre e rende il concetto chiaramente antisemita è dopo: “Questa notte è stato il saccheggio della vita a opera di ebrei e questo fa più dolore ancora”. Israele ed ebrei non sono la stessa cosa, e far credere, o credere e basta, che lo sia, unendo la valenza negativa, è antisemitismo.
E, oltre a essere antisemitismo (termine sbagliato, semiti sono anche gli arabi), contribuisce ad allontanare la possibilità di capire i veri problemi, e quindi le quasi impossibili soluzioni, del dramma che si vive nel medio oriente. Dramma di cui è responsabile, sempre a mio avviso, anche Israele. Anche, appunto.

Un lancio senza fine

È il dolore l’ultimo fortino di un  legame che a volte sembra tradirti nascondendosi dietro piccole gioie incollate  come foglie morte a un tronco ormai secco e rigido.

Ti tradisce e ritorna a ricordarti che il tempo non esiste, non esistono i pensieri sottostanti, non esistono le speculazioni consolatorie e quel che era semplicemente non è più.

Il mondo, la gente, sono piccole macchie perfettamente opache e inutili che sempre meno guardi scorrere, e ancora e sempre scambieresti con un secondo di gioia. Ancora uno.

Ci fosse il paradiso sarebbe nebbia bucata dalla danza dei suoi movimenti, e un bastone nelle mie mani, per un lancio senza fine.

 

Dimenticare Sanremo

L’espressione più utilizzata quest’anno è “un Sanremo di qualità”.
Con Fazio-Litizzetto non si può che usare questa frase, lo usa la sinistra in tono positivo, lo usa la destra in senso ironico, la si usa per la scelta dei cantanti, la si usa per le sue gag con la Litizzetto. E i tempi teatrali ce li hanno davvero, dopo una cinquantina di anni che lavorano insieme sembrano Vianello-Mondaini, dove la Litizzetto è Vianello ed è Mondaini, e Fazio è il microfono.
E poi altri luoghi comuni, sui cantanti. In Italia conta la prima canzone che si ha cantato. Se inizi con rosso relativo, per tutta la vita piacerai alle sedicenni truccatissime e sarai sbeffeggiato dai quarantenni colti. E così Mengoni ha una bella voce ma canzoni troppo popolari, Gazzè è bravo ma due palle, Sivestri fa canzoni fuori dal coro, Elio è geniale, e i Modà vanno bene per cantare a squarciagola con la compagna di banco per poi finalmente zittirla con un bacio alla claudiobaglioni di altri tempi.
Insomma, di questo Sanremo si sarebbe potuto scrivere prima di vederlo; si sarebbe potuto scrivere della scenetta dei due gay a cui manca solo un pannello azzurro come sfondo e poi via, una vita da mulino bianco a new-york, che in Italia non si può. Quella è destinata, appunto, ai Modà e a Maria Nazionalpopolare.
Si poteva scrivere delle canzoni, tutte belle e tutte mediamente noiose, tutte di qualità e tutte dimenticabili al primo ascolto da una parte di Nick Cave, dall’altra di Jovanotti.
Insomma, bello, dai, non fosse che non amo troppo i cherichetti e non li amo decisamente quando si mascherano da sinistra. Ma anche il catto-comunismo si evolve e crea nuovi eroi dai toni pacati, dalle battute quasi graffianti, ma che graffianti non sono mai. E così Crozza che imita tutti, prende in giro tutti, sia mai parlare solo del PiccoloGrandeLadro, che poi qualcuno si offende, sia mai non invitare la Bruni, che oltre a cantare malino, muoversi con la faccia da schiaffi, di famoso ha solo la sua troiaggine internazionale. Non sia mai che la Litizzetto non parli delle donne senza usare la solita retorica. Insomma, tutto facile, tutto di qualità, tutto dimenticabile – come detto – rapidamente.

gomme bucate

Oggi sarei dovuto andare da un paese a una città, passando da un’altra città. Per farlo avrei dovuto prendere un bus, scendere, fare un paio di chilometri a piedi, prendere una bicicletta che avevo legato qualche giorno prima, e, una volta presa, andare in stazione e prendere il treno.

Mi sveglio in orario, prendo il bus, arrivo nella prima città.

La bicicletta è davanti alla biblioteca, per arrivarci devo attraversare il centro.

Inizio a camminare e improvvisamente lo vedo. E’ perfetto. Circa trentacinque anni, alto un metro e ottanta, più o meno. Una barba fintamente incolta, ma perfettamente curata. Castano, occhi scuri. Jeans Lewis, non 501, non capisco che modello siano. Una camicia morbida a quadretti sotto a una giacca in pannino blue marine.

Adesso voi che mi state  leggendo, voi che pensate che non si possono giudicare le cinquanta sfumature di grigio se non dopo averlo letto, possibilmente tutto, voi che dite che siamo tutti diversi e non si deve giudicare mai, nessuno, neanche se lo si conosce da trentatrè anni, per piacere, smettete di leggere. Ve lo dico subito e la finiamo qui: io sono un cretino, o, almeno, voi penserete questo. Quindi, fidatevi sulla parola e andate a leggervi le cinquanta sfumature di grigio. Una volta terminate, potrete dire, in piena coscienza, che è una cagata pazzesca.

Quindi, dicevo, lo vedo. E’ perfetto. E, in un nano secondo, so tutti i suoi pensieri. Lo vedo leggere svogliatamente il Manifesto, seduto nel deshors di un bar mentre sorseggia una spremuta di arancia e parla con la sua fidanzata del perché Monti è una Minchia-secca. E vedo lei, lei, coi suoi capelli ondulati e il suo sorriso fresco mentre guarda lui, il suo amore. La vedo, guardo in basso e per puro errore temporale non vedo le clarks che dovrebbe avere. Ma vado oltre, torno indietro e continuo ad osservarli. Lui sta parlando con ironia del tizio seduto a pochi metri, quello che ha le church ai piedi. Lui non ha le church, le church sono di destra, spesso in camoscio, ovviamente modello inglese – se no non sarebbero church – e sempre, hanno la legatura in tinta. Lui ha le kickers, modello inglese – se no non sarebbero kickers – , in camoscio, ma sono di sinistra, lo si capisce perché mai, neanche a ordinarle direttamente dalla cina – credo – hanno la legatura in tinta. Il fatto che entrambe, church e kickers costano sui 400 euro è un dettaglio trascurabile.

Ma continuo a guardarlo. Ed è così bello con quel suo andare quasi impacciato mentre di sfuggita guarda la vetrina, ovviamente di Feltrinelli. Capisco tutto, ovvero che si ama a prescindere, quando squilla il suo telefonino da dentro la sua giacca e io penso: se ha un nokia anni ’90 è perfetto. Perché, diciamolo, un telefono a cosa serve? A ricevere e fare telefonate e, al massimo mandare o ricevere un qualche messaggio, possibilmente citante Sartre. E così è: la mano legata alla spalla, legata al busto, legato alle gambe, legato ai piedi coperti da scarpe da 400 euro, con fare distaccato impugna uno splendido nokia anni novanta da trenta euro. Perché si sa, lui non spende soldi per stupidaggini.

Vorrei fargli una fotografia, prendo il mio costosissimo android e mi giro e niente, il mio comunista è sparito.

Un senso di tristezza mi assale, ma stoicamente continuo a camminare fino ad arrivare davanti alla mia bici. La guardo. Nella notte, qualche simpatica canaglia le ha pugnalato le gomme.

Ancor più mesto la spingo per tre chilometri, sotto al sole, sudando come un canadese in sardegna, vestito di maglia e giacchetta, fino al gommista.

E quando ascolto il Signore delle Biciclette mentre mi dice che la spesa è di 78 euro e che il tubolare arriverà domani e quindi dovrò rimandare la partenza, vedo lui, il comunista. Lo vedo mentre aspetta, con la sua bici fissa da 1800 euro, fuori dal negozio. Lo vedo, mi vede, sorride, con quel sorriso tipico dei comunisti quando vedono un altro comunista. Come a dirsi: “siamo fighi, eh?”.

Lo vedo e, siccome sono contrario all’omicidio, vorrei bucargli le gomme.

Grillo, Renzi e l’iphone

L’altro giorno pensavo all’iphone. Pensavo a tutta la gente in fila. Pensavo: “ma è bello”? Insomma, fa tutte le cose che fa il mio android e costa più del doppio. E’ bello? E’ un telefono, è squadrato, ha un buon materiale. Esiste un telefono che abbia un materiale che dura meno di quanto lo teniamo, prima di perderlo, buttarlo o venderlo? No.

L’iphone non è bello, ci hanno semplicemente convinto che lo sia. Come ad altri hanno convinto che sia meglio android. Che chi ha l’iphone è un fighetto, chi ha l’android è un alternativo, chi non ha nessuno dei due è fuori dal mondo.

Sì, va be’, semplice, la moda è questa cosa qui. Alcune persone ci dicono cosa dobbiamo comprare per sentirci fighi, cosa per sentirci alternativi, cosa per sentirci ricchi, cosa per sentirci poveri.

In fondo è sempre stato così.

Il problema, forse, è che non è così solo per gli oggetti, gli abiti, i mezzi di locomozione. E’ così per tutto.

Perché votiamo? Da qualche parte c’è scritto che è un nostro diritto e un nostro dovere, che siamo una democrazia e che chi governa lo scegliamo noi. Lo scegliamo decidendo quale sia l’azione migliore, quale siano i pensieri migliori, quale persona ci ispira più fiducia.

E come li valutiamo? Chi votiamo, perché lo votiamo?

Io ricordo gli anni ’70, ero piccolo. Da una parte c’erano i democristiani, da un’altra i comunisti, e in una piccola i liberali, i repubblicani, i radicali e qualche altro gruppo.

I democristiani erano quelli a cui andavano bene, tutto sommato, le cose come stavano. I comunisti volevano cambiarle. Liberali e repubblicani volevano meno stato, più liberismo. I radicali l’aborto, il divorzio i referendum su dove i cani devono pisciare.

A scuola, al liceo, si sceglieva chi votare? Si sceglieva con chi stare.

Se eri povero e volevi fare vedere di essere ricco, stavi con i liberali. Se eri povero ed eri incazzato e non volevi fare vedere di essere povero, ma solo di essere incazzato, stavi coi fascisti. Se eri povero o ricco, ma volevi far vedere che eri contro, stavi coi comunisti. Se eri ancora più incazzato, stavi con lotta continua. Se eri povero, incazzato e socialmente impegnato, se volevi credere di amare la massa ma volevi distinguerti da un partito che non faceva mai abbastanza, stavi con dp.

Adesso cosa è cambiato?

Leggo di gente che dice che Grillo è la risposta alla non politica. Leggo di gente che crede che non ci sia più niente da fare. Leggo Renzi contro Bersani. Berlusconi contro chi capita a tiro. Il centro che si allinea con Monti.

E noi decidiamo. Decidiamo se questo piace a quelli che ci piacciono, e quindi va bene. Leggo di scandali e di gente che dice di scandalizzarsi. Leggo appartenenze, a destra, a sinistra, a gruppi che dicono che la destra e la sinistra non hanno più senso di esistere.

E leggo di gente che ha deciso con chi stare e con chi non stare.

Gente che dice di votare il meno peggio, anche se oramai tutto è il peggio. Berlusconi, Renzi, Monti, Casini e Bersani. E poi Fini e Vattelapesca.

Alcuni dicono che tanto sono tutti uguali, almeno Berlusconi faceva vedere chi era. Altri che dicono Che Renzi cambierà tutto, altri che è peggio di tutti. E che Grillo è il vero Bene-per-il-Popolo. E che è il vero-male.

Chi rimpiange i comunisti e le clarks e le lotte in piazza. Chi rimpiange gli anni ’80 e la coca che c’era una volta, che quella di adesso fa schifo. Ma ve la ricordate la boliviana rosa in pietra?

Vedo programmi in tv, gente che parla, che grida, che sta qui, sta lì.

Poi vedo la gente, come vive. E non trovo nessun legame con quelle cose.

Insomma, da qualche parte qualcuno lo dice. Se ti compri un abito, firmato o meno, di moda o del mercatino, poi quando vai a letto te lo togli, no?

 

Alessandro Mazzi

R’enzi

Renzi vuole rottamare quasi tutti. Quindi mi piace.

Però io ho età in mezzo tra i rottamatori e i rottamati. No, forse non mi piace.

Però che mi frega, mica voglio fare politica. Sì, mi piace.

Berlusconi dice che ha le idee come le sue. No, cazzo, non mi piace.

Gli pseudo-omologati-noiosissimi-intellettualoidi di sinistra dicono che è peggio di Berlusconi. Mi sa che lo amo.

Gli operai della zittivilicenzio lo detestano. Hm, mi sa che non mi piace.

Ha detto che veltroni è meglio come scrittore che come politico. Mi piace assai, anche se mi sa che non ha letto i suoi romanzi.

Piace ai fighetti mediaset e ama il mac-style. No, decisamente non mi piace.

Dice di essere la vera sinistra. Mi piace.

Dicono che è la vera destra. Non mi piace.

Ma, a proposito, qual è il programma di Renzi?