[Confessioni di un ologramma] ultimo stralcio: “pensavo fosse amore, invece era una colica”

Confessioni di un ologramma è finito (ancora una rilettura), pubblico ancora uno stralcio, l’ultimo.
Il romanzo uscirà, in italiano nel mese di marzo, in inglese, credo, pochi mesi dopo.

 

Una sera, Giulio, l’amico di Franco, il mio amico, aveva appuntamento con una sua conoscente buddista e la sua agente, per cena. Giulio ed io ci unimmo molto più che volentieri, era cibo a scrocco con figa, difficile volere di più.

Giulio era coordinatore dell’aspetto artistico della messa in scena degli spot dell’Isola, ma solo quelli che riguardavano la creazione di opere politicamente influenti. La moglie, Caterina, si occupava dell’editing di questo progetto. In pratica Giulio girava uno spot non si sa di cosa e per cosa, e Caterina lo metteva a posto. Poi lui ci faceva un ritornello sopra e il tutto veniva diffuso per l’isola tramite degli amplificatori applicati ogni cinquanta metri. Ogni dieci minuti iniziava lo spot di trenta secondi: “Rilassati, goditi lo spettacolo, il cinema, la nostra storia, la nostra cultura”, oppure: “Ogni passo che stai compiendo potrà essere un passo della storia del cinema”. Tutte le volte che sentivo questa frase mi veniva automaticamente da guardare sotto le scarpe, volesse mai il Signore che avessi calpestato qualche scarto di cane.

Pare che Giulio, con questi spot, avesse vinto diversi primi premi in numerose manifestazioni.

Franco ed io arrivammo con qualche minuto di ritardo, la tavola all’aperto del ristorante era già quasi completa: oltre a Giulio e Caterina c’erano due soubrettes con il loro agente, una coppia molto gay di loro amici, una ragazza che non riuscii a capire di chi fosse amica, due addetti alle pubbliche relazioni di una manifestazione sui diritti e sull’importanza che hanno gli addetti alle pubbliche relazioni, e niente popò di meno che Tiziano Reddu, il fantomatico direttore artistico dell’Isola tutta.

Una delle due soubrettes – che ovviamente faceva anche teatro – aveva avuto una buona notorietà in campo televisivo qualche quinquennio fa, seguito da un ritorno di popolarità con una partecipazione all’isola dei famosi. Quindi, per meriti televisivi acquisiti, era la star della nostra serata e ogni singolo sguardo a lei era rivolto.

La conversazione, dopo i saluti, inizialmente fu a carattere politico. Il mio amico si dichiarava anarchico e incominciò a dibattere sull’opportunità di far pagare i biglietti per le rappresentazioni cinematografiche. In fondo, diceva, le prime non sono forse pubblicità? E non è eccessivo far pagare per ottenere pubblicità? Il buon Reddu disse che l’Isola aveva alti costi e che i soldi servivano per promuovere cultura. Giulio disse che era inutile farne una questione politica, l’arte ha un prezzo, qualcuno deve pagarlo. La soubrette meno famosa disse che lei avrebbe anche lavorato gratis, era un’artista, ma poi chi le avrebbe pagato l’affitto? Io qualche idea su chi le avrebbe pagato l’affitto l’avevo, molte meno sul suo essere artista, ma non manifestai il mio pensiero. La soubrette più famosa disse che lei odiava lo show business e che Berlusconi era il diavolo. Non riuscivo a capire bene il collegamento Isola-show business-Berlusconi, e pensai che fosse giunto il momento di parlare.

– Scusa, ma se ti fa tanto schifo sia lo show-business, sia Berlusconi, come mai lavori per Mediaset?

Il suo agente, un uomo con molti anni e pochi capelli, tutti piccicati tra loro, mi guardò malissimo e disse:

– Facile parlare per te, ma sai, gli artisti se vogliono fare qualcosa devono pur farsi vedere, non credi? E i dieci milioni per l’ultimo film di Tornatore, chi credi che li abbia dati?

Continuavo a non capire molto il nesso che avevano quelle frasi, così mi limitai a dire: “sì, certo, capisco”.

La soubrette famosa, dal canto suo, mi guardò e disse:

– Ma come mai hai i pantaloni più grandi di due taglie della tua misura? E come mai sei così magro?

– Non so, sono vegetariano, tendo a non ingrassare troppo.

– Sì, ma i pantaloni?

– Una volta non ero vegetariano.

Ma – disse rivolgendosi a Gianni – è anche lui buddista?

No – mi intromisi io – non sono buddista, anzi, ti dirò, già i buddisti non mi sono particolarmente simpatici, ma i Soka Gakkai tutti, credo siano rappresentazione religiosa del multi-level-market. Riunioni con capigruppo, con capi aerea, con responsabili di zona. Tutti a cercare nuovi sokini da introdurre al magico mondo del Buddha, per una vita migliore, per una vita felice.

L’agente della soubrette mi guardò, nuovamente, malissimo, lei invece iniziò a ridere.

– Che vuol dire?

No, guarda – disse Gianni – litighiamo sempre per questa cosa, lui è polemico di suo, in realtà è più buddista di quanto lui stesso non voglia ammettere.

Sì, certo, come no – risposi io – guarda, io sono il Soka Gakkai per eccellenza, anzi, adesso guarda, mi metto a pensare che ho l’obiettivo di stare meglio nei miei pantaloni e, sono certo, entro mezz’ora mi staranno una favola. Ma dai, è una religione quella in cui dieci persone si ritrovano, una alla volta parlano di quanto vorrebbero trovare un ragazzo perché quello di prima le ha lasciate perché stupido e superficiale non apprezzava che fossero grasse non capendo la loro vera luce dell’anima e le altre nove applaudono? Insomma, quelle scenette sembrano pagate dal papa tetesco per far pubblicità al cattolicesimo.

Piccoli patetici omuncoli che confondono la spiritualità col mettere anima e corpo e volontà per dimagrire?

Ma guarda – interruppe la soubrette – tu mi sa che di buddisti ne hai visti pochi, quelle cose lì le fanno in alcune riunioni… Sì – dissi io, e nelle altre cosa fate, inneggiate al Buddha e alla consapevolezza dell’anima delli mortacci vostri?

La soubrette rideva, Gianni si lanciò in un discorso per giustificare le mie parole, dicendo ancora una volta che amavo provocare, ma che avevo un grande rispetto per i buddisti. Franco, invece, cercava di arruffianarsi l’altra soubrette, parlando di rock e di anarchia.

La cena terminò e Franco ed io tornammo a casa sua.

– Allora, te la sei intortata per bene quella, eh.

– Ma va, sei tu che sei stato tutto il tempo a punzecchiarti con la biondina.

– Sì, come no, manco un pelo e mi prende a schiaffi, temo non abbia apprezzato troppo la mia simpatica verve.

– Ma no, guarda, a me in realtà non sembrava arrabbiata, anzi.

– Mah, comunque bella è bella, niente da dire.

– Essì, e che corpo.

– Poi c’erano dei momenti, hai fatto caso quando non parlava, insomma, nei rari momenti in cui non parlava era davvero interessante, aveva un’espressione triste, quasi autentica.

– Sì, l’ho notata anche io, mi sa che è meno scema di quanto la facciano apparire.

– Be’, ecco, meno scema non lo so, ma in quei momenti era davvero bella.

Il giorno dopo, da bravi maschi italiani, ci confrontammo con Gianni.

Certo – dissi io – che la biondina è di una bellezza assoluta! Insomma, a parte quando fa le battute da soubrette-intelligente sperando che la gente possa pensare che la sua stupidità sia solo di facciata, a parte quando si cimenta in piece da attrice da teatro di periferia, a parte quando si ricorda che è sensuale e sembra la brutta copia della foto di una lontra lavorata male a photoshop, ci sono dei momenti in cui guarda il nulla ed è essenziale, pura, sofferta, intensa. Sembra che le si sgretoli la patina di “mondo” e diventi davvero senza barriere, sembra che tutto il corpo diventi trasparente e la luce che si vede dentro, è autentica. Autentica come un sogno, quando tutto quello che c’è, è tuo. Autentica come un ricordo in cui hai dimenticato gli eventi, e hai solo la sensazione. Autentica come quando ti svegli e non sai ancora come ti chiami, e tutto quello che senti te lo porti di vita in vita, senza nome. Altro che bellezze da veline rifatte, altro che sovrastruttura e plastiche facciali, alle tette, al naso, alla bocca, altro che glamour-fashion-cool, Lei è altro, l’ho vista! E’ poesia, è la rappresentazione in vita di Rimbaud, la dimostrazione che Breton aveva ragione, è un quadro di Monet con la potenza di Picasso, è Emma Bovary quando si libera dalla prigione-marito, è la fine del sonno e l’inizio del risveglio, è Shylock che grida al mondo la sua vita, è l’antiberlusconi, è la Bardot da ragazzina e la Portman mentre piange in free zone, lei è l’assoluto!

Lui mi guardò un po’ basito e interrompendo la mia rappresentazione della soubrette-incantevole mista ad attacchi di compulsiva mistica forse Soka Gakkai, disse:

– Ma che stai a di’? quando guardava enbasso?

– Boh, insomma, in basso, a lato, dico quando non guardava fuori, eh.

– Ma no, cazzo, povera, aveva la colite!

La notizia dei dolori della soubrette fu presa benissimo da Franco e da me, a tal punto che decidemmo di scrivere una canzone, lui la musica e io il testo, dal titolo: “pensavo fosse amore ma era una colite”.

[Confessioni di un ologramma] Quella cosa là – Il secondo dei cinque sensi

È come se ti avessero rapito, portato via. E tutta la tua vita non c’è più. Non c’è più il tuo letto, non ci sono più quei colori sui muri, non c’è più il linoleum verde nella stanza di tuo fratello perché, anch’essa, non c’è più. E non c’è più l’università coi suoi gradini prima dell’ingresso e il bar di fronte e poco oltre il parcheggio in cui quella volta un tuo amico ti mise della coca dentro il braccio. Non c’è più tua nonna che era già morta ma c’era ancora. E poi tua madre e tuo padre, non ci sono più. E all’inizio ti sembra tutto irreale, nel nuovo posto in cui ti hanno portato. Le pareti sono diverse, il letto ha un altro odore, il sole stesso sembra profumare di qualcosa di diverso quando scalda le lenzuola. E al tuo fianco c’è una donna che non ti sembra ancora casa. Casa adesso è nei ricordi di prima che ti rapissero. E ogni tanto ti chiedi se il rapitore ha chiesto un riscatto e se qualcuno lo pagherà così da ridarti alla tua vecchia vita, ma passano i giorni e quella tua vita è sempre più un pensiero e quel pensiero compare sempre meno. E non ti domandi neanche più che faccia possa avere il rapitore nella porta accanto. Non ti domandi perché nessuno è venuto a liberarti. E non ti domandi quasi più niente. E quando vai a letto l’abbracci e inizi a riconoscerla. Senti il suo odore, l’odore dei suoi capelli, l’odore della sua fica, dei suoi piedi. E la stanza del rapitore è sempre più lontana e lei sempre più vicina. E la stanza del rapitore è sempre più piccola, e il tuo letto sempre più grande, più grande è lei che per abbracciarla devi allargare le braccia, più grandi i seni che ci puoi dormire sopra, più grande la fica che quando ci entri puoi entrare in tutto il suo corpo con tutto il tuo corpo fino a mettere dentro anche i piedi, e poi restare lì, dentro di lei, e vedere la sua milza, il suo cuore, la sua gola.

E quando oramai ti sei dimenticato pure che esiste un rapitore, quella notte in cui ti alzi, appena uscito dal corpo di lei, senti la sua porta, sempre più piccola e distante che si apre. E allora finalmente capisci che puoi guardarlo in faccia, e ti avvicini a poi entri, e dentro non c’è nessuno.

[Confessioni di un ologramma] Quella cosa là – Il primo dei cinque sensi

La pioggia non aiuta la giornata. Sono stanco, la borsa, anche se di pochi chili, dopo qualche ora inizia a pesare. Non sono riuscito a trovare una soluzione neanche oggi e le forze iniziano a vacillare. Ho cercato un posto per collegare il telefono al wifi per poter comunicare, ma oggi niente, non sono stato fortunato. Posso ancora provare, chissà, anche se pure la batteria inizia ad avere poca carica. E così cammino, che la stanchezza, per adesso, è inferiore alla irrequietudine. E un isolato, e ancora uno, e un altro ancora. Oggi non ho voglia di pensare troppo. Di pensare sì, di provare sì, di cercare sì, ma non fino in fondo. Non ho voglia di affrontare quella cosa, non oggi, non adesso, tra un po’ forse qualcosa mi ci porterà, qualcosa farà in modo che io debba vederla per forza e dirci qualcosa, o anche solo ascoltarla, ma adesso preferisco continuare a camminarci sopra, con passo svelto per non venirne imbrigliato, con sguardo altrove per non esserne incantato.

Un negozio di bici è qualcosa di buono, da incontrare. Ne capisco, posso parlare col commesso, posso chiedere se nel frattempo mi mette il telefono in carica, posso andare a trovare quello che ero e abitare perfettamente quella conversazione in cui penso di essere interessato a questo o a quel modello e chiedere se è possibile averlo in configurazione record perché shimano no, proprio no, grazie.

E così un’ora è passata, la borsa pesa un poco meno, il telefono ha più autonomia.

E mi siedo, che non piove e prendo la sigaretta elettronica e di carica ce n’è, di liquido pure, e tutto sembra quasi familiare. Sì, lei non c’è, non so se ci sarà e le strade interrotte non ti portano in paradiso, ma questo dolore per adesso preferisco trascurarlo.

E questo odore mi porta indietro, questo odore che esce da qualche panetteria, di pizza con acciughe, di quella bassa, tra il morbido e il croccante. A Viareggio, ai dieci anni, a mia madre che mi dice che mi sono macchiato la maglietta a righe, e lo dice ridendo, a mia sorella che continua a mangiare e a mio padre qualche avanti o indietro, con la macchina fotografica in mano a cercare di dare un senso a questa immagine. Era una bella giornata di agosto, quella, e faceva caldo e all’odore di pizza si univa quello di olio da sole, o come si chiamava, quando per proteggersi dalle ustioni si usava quella cosa lì e non le creme. Poi diventavi rosso come un peperone lo stesso, perché giocando a calcio in spiaggia ti dimenticavi del tempo e di rimetterlo e poi la sera bruciava tutto, tra pelle e lenzuola, ma poi dormivi, e il giorno dopo ci sarebbe stata altra pizza e altro mare.

E il tempo passa anche adesso, e io sono ancora seduto, e il sole inizia a cambiare nazione, continente, e resta solo afa e penombra. Riprendo a camminare, vado a trovare quel negoziante di computer e tecnologia, e poi è sera e la gente ride, scherza, fa aperitivo, gioca, si bacia, fa rumore, litiga per pochi secondi, va al ristorante, si siede, lascia il palmare a fianco del piatto e il pacchetto di sigarette dall’altra, e parla di vacanze e di colleghi e di quella volta che.

Io non sono come quella gente. Quante volte l’ho detto. Quante volte avrei voluto essere come quella gente, quando non potevo, e quante volte sono andato via, quando lo ero. Adesso torno a pensare che lei c’è e che non c’è. E’ il pensiero comune, banale, è il pensiero canaglia, che poi mi porta a pensare a tutte le volte tra le sue braccia e le sue gambe, e a quel fottuto senso di estraneità da corpo e mondo e a quella comunione tra purezza e bestialità.

E passano ancora un paio di ore, e poi tre, e poi cammino e sono stanco. Adesso la borsa pesa cento chili, la gente è andata a casa, a portarsi le voglie e a barattarle per un letto, a portarsi il palmare e le sigarette e la donna e ancora qualche parole, di amore o di ego, e buonanotte, a domani.

E la strada sembra non andare avanti e devo trovare un posto per dormire. E niente, solo maledette case. E ancora case e la borsa è sempre più pesante. E quella cosa, quella cosa che stamattina non volevo affrontare, inizia a spingere e buttarmi a terra. Ma non posso dormire qui, così continuo, passo dopo passo, a portarmi più avanti, e a ogni passo penso: “adesso basta, buttati per terra, sei vecchio, sei stanco, cazzo, muori, vaffanculo a tutto, a lei, al mondo, a quegli stronzi nei ristoranti, anche a d-o, se c’è, vada là insieme a tutti loro, io voglio solo che basta, basta passi uno dopo l’altro.

E continuo, invece, anche se fa male la gamba, la schiena, fanno male le braccia, fa male davvero tutto e mi sembra di camminare nel cemento quasi solido, devo muovermi prima che diventi roccia e che io ne diventi parte. Devo trovare un cazzo di posto al riparo da freddo o caldo, o polizia o banditi, e dormire, lasciare che il tempo scorra per i fatti suoi e svegliarmi che è già domani.

Ma non lo trovo e la borsa adesso è una montagna e d-o è ancora là che non mi dice se esiste o se è un disegno, e lei non c’è e io sono più vecchio di un anno rispetto a dieci minuti fa. E cammino lo stesso, inerte al dolore, a lacrime e rabbia e cammino senza più chiedermi perché.

Poi, di colpo, mentre scivolo in un buco di prato che casualmente incontro, tutto, per pochi secondi, sembra svanire, quella cosa mi ha trovato, lei è ancora lì, da qualche parte, e io, vaffanculo, sono ancora vivo.

Mi chiamo Paola Cohen [confessioni di un ologramma] – romanzo

Mi chiamo Paola Cohen, sono nata a Barcellona a marzo del millenovecentosettanta. I miei si trovavano in Spagna per lavoro, mio padre era architetto. Tornammo in Italia quando io avevo appena compiuto cinque anni, le mie due sorelle quattro e tre. Quando compii dodici anni mia madre dette alla luce un figlio maschio, al quarto tentativo.

Sono la sorella più grande, non la più amata, non la più apprezzata.

Mi sono laureata in lettere moderne a ventitré anni e mezzo, secondo mio padre con sei mesi di ritardo da quando avrei dovuto.

Andai a finire la preparazione per la tesi a casa di mia nonna, al mare, e lì conobbi Andrea.

Quando lo conobbi ero fidanzata con Carlo, avremmo dovuto sposarci di lì a poco. Lo lasciai al telefono, si arrabbiò molto, non poteva crederci.

La prima volta che facemmo l’amore, Andrea ed io, eravamo a casa di mia nonna, lui entrò in me e io non sentii quasi nulla, una cosa dentro che si muoveva, una cosa fuori che mi baciava. Era di fretta, doveva vedere una sua amica in un paesino vicino, mi aveva detto.

La seconda volta fu a poche centinaia di metri da casa al mare, su un colle, vicino alle resta di un castello abbandonato. Pioveva piano e c’era il sole, io mi appoggiai di spalle a un muretto, quella volta iniziò ad essere bello, ed io iniziai a sentire qualcosa.

La prima che lo vidi dopo il nostro rientro dal mare, ci misi un po’ per prepararmi e vestirmi. Non sapevo bene cosa mettere, se truccarmi o meno, al mare era diverso, ero quasi sempre in costume, quasi sempre lo stesso, un due pezzi con dei fiorellini blu o qualche vestitino, non ero mai truccata.

Indossai un vestito arancione che mi cingeva bene il corpo, volevo essere bella. Lui mi aspettava nel viale dei Tigli, dietro casa mia, io arrivai con qualche minuto di ritardo. Volevo così tanto vederlo, quel giorno, che quando lo vidi non pensai più a nulla.

  • Hai detto qualcosa a qualcuno di me?

  • Sì, che ti amo, che hai ventotto anni e che sei un poeta. E tu?

  • Che ti amo, che hai ventitré anni e che sei poesia.

  • Davvero?

  • Sì. Dove vuoi andare?

  • A casa tua.

  • Oggi non si può, andiamo in un bar, andiamo a fare un giro in centro, e adesso vieni qui dai, fatti baciare.

E quel giorno andammo in centro, e quello dopo ancora, e ancora molti altri a seguire. Io era volontaria della croce rossa e tenevo dei corsi di primo soccorso. Lui veniva ad ascoltarmi: in mezzo a tutta la gente che veniva per il corso di primo soccorso, lui veniva per me. Davo anche ripetizioni di italiano in una specie di cooperativa, e lui mi accompagnava, ogni volta, poi andava a fare un giro in attesa che io terminassi le lezioni, e poi mi riaccompagnava a casa.

Questo per due mesi, due mesi in cui andammo in centro, andammo a tenere corsi di primo soccorso, andammo  a dare lezioni di italiano.

Una volta, era quasi ora di cena, io ero in ritardo e continuavamo a baciarci sotto casa mia. Avevamo voglia di fare l’amore, l’avevamo sempre, io aprii il portone e lui mi seguì in cortile, entrammo nel gabinetto pubblico, lui chiuse la porta a chiave. Fuori pioveva, eravamo stati in un parco e avevamo le scarpe sporche di fango, lui si inginocchiò, mi alzò la gonna e abbassò le mutandine, io chiusi gli occhi. Avevo le mani nei suoi capelli e respiravo forte e sentivo la pioggia fuori e poi venni e lui si mise in piedi.

  • Vai, amore mio, è tardi, i miei mi ammazzano.

  • Ci vediamo domattina alle nove, vengo a prenderti.

  • Sì, adesso vai, ti amo.

Aveva i jeans bagnati fino alle ginocchia e mi guardava con amore, io gli diedi un bacio e poi un altro e un altro ancora in quella bocca che sapeva di me.

Corruzione [confessioni di un ologramma]

La questione rimane aperta, mia sorella mi saluta: “ci sentiamo nei prossimi giorni, mi raccomando”, mio fratello e la sua deliziosa ladra di madri morte (per farne corona) mi accompagnano alla stazione “mi raccomando, questa volta cerchiamo di risolvere le cose, nei prossimi giorni ti chiamo”.

Salito sul treno mi viene in mente una delle gag più imbarazzanti: lei che dice a lui chiamami, lui che sorride per un attimo, attimo sufficiente per far sparire lei dalla scena e affiorare la domanda – spiritosissima negli intenti dell’autore – a lui: “ma come mi chiama se non ha il mio numero?”

Be’, oltre ad essere una gag da pochi soldi, si basava sul fatto che il telefono non avesse alternative: ora c’è la mail che può arrivare ogni secondo sul proprio cellulare, come fosse l’apparizione di una madonna comprata al centro commerciale, a dieci euro al mese, traffico, promesse e sala d’attesa inclusi.

E io, come sempre, non riesco a piangere; mi sforzo, passo in rassegna le poche azioni commoventi che ricordo aver compiuto con mia madre, ma niente, lo sguardo non cambia, i vicini di carrozza non volgono lo sguardo altrove, imbarazzati dalla nuda disperazione che il mio sguardo tradisce, l’uomo delle bevande non allunga il passo, guardandomi, per cercare pecunia altrove, nelle tasche di uomini più conformi e disponibili.

Insomma, non capita nulla, ma va bene così: qualche soldo ce l’ho, abbastanza da continuare ad aspettare che ne arrivino altri. Amazon dovrà pur pagare, e poi sì, tutto sommato il viaggio andata/ritorno con vista sul morto dovrebbe portare qualche ulteriore spicciolo.
Così sia, posso dormire fino a Milano, nella tratta fino a Verona magari riuscirò a trovare qualche commovente immagine che mi faccia soffrire un poco, riabilitando le speranze che io possa diventare una persona degna e corruttibile da buoni e irrefrenabili sentimenti.

Confessioni di un ologramma [romanzo] connessioni

E a volte si frappone il passato col presente. E faccio fatica a scinderlo, faccio fatica a restare in un posto o nell’altro. Non cambia l’odore che c’è, è sempre il tuo. E’ il tuo mentre ti abbraccio a letto, e tu dormi, mentre allunghi una mano per raggiungere la mia. E’ il tuo mentre ti voglio e tu mi guardi mentre ti tiro giù i pantaloni e poi gli slip, e la mia bocca sulle tua e le tue gambe si fanno manici di una ampolla in cui entrare, in cui bere, in cui sentire la mia pelle, prima della tua. Sì, prima la mia: è come se prima la mia mano o il mio sesso, o un piede, o la bocca, fossero mie parti in quanto mio corpo, non in quanto me. Carne da portare dove vado io, carne che mi segue, carne che mi delimita, fino a lì sono io, poi c’è il resto. Ma poi quando entra in contatto con la tua diventa calda o fredda, gode o si rilassa, sente te e poi non ti sente e poi ci sei di nuovo. E’ come se la tua rendesse la mia consapevole. E poi sento te, il tuo tremare leggero, il corpo che diventa liquido, i nervi che si contraggono portandosi dietro i miei, e ancora, e adesso sono a fondo, e tu sei lì con me.

E poi diventa presente e poi ti alzi e sbuffi e io devo andare, devo tornare, devo sbrigare questi momenti fatti di altri, fatti di passato, fatti di niente, e ogni volta sembra impossibile, sembra che no, dai, è troppo complicato, sì dai le parole, quelle erano parole, e si va bene tutto, però adesso no. No dai. E così di nuovo la mie pelle e il mio corpo diventano solo qualcosa da portare a spasso, da portare altrove, da vediamo se va tutto bene.

E qualche nodo si scioglie e uno piccolo si forma, ma è solo benigno questa volta, e le tue mani adesso sono lontane e questa è la vita dici tu, e questo è quello che serve alla vita dico io, e poi una notte e due, e due giorni e tre, e treni e metropolitane che mi portano in questo presente che ha il tuo odore e non ci sei.

Lo chiamano karma, altri amore, altri sogno, altri qualcosa che semplicemente c’è fino a ché tutto si spegne. Io lo chiamo tu, qualche volta noi, quasi sempre casa.

Confessione di un ologramma [romanzo] Cap 12 – incipit

  • Sei ossessionato dalla morte, tu.

  • Mica vero, e poi cosa vuol dire ossessionato? Se uno è ossessionato vuole una cosa? Se uno è ossessionato dalle donne, vuole le donne, se uno è ossessionato dai fiamminghi, vuole i fiamminghi. Io mica voglio morire.
  • Intendi i quadri fiamminghi?
  • Sì, i pittori, i dipinti. Ma comunque, in effetti uno può essere ossessionato dal calcio, ma vuole vederlo, mica averlo. Quindi, se per ossessione intendiamo una cosa che ci occupa la mente per parecchio tempo, forse sono ossessionato.
  • E quindi, cosa c’è dopo? Qualcosa, niente, paradiso, inferno?
  • Ah, non lo so.
  • Va be’, un’idea te la sarai pure fatta visto che sei ossessionato.
  • Non ho idee, ho possibilità.
  • Ok, quindi?
  • Secondo me la possibilità maggiore è che non ci sia nulla, poi reincarnazione, poi altro, misto.
  • Misto?
  • Sì, ci sta tutto, dal fatto che questa vita sia un sogno e ci si svegli e allora sono altri dubbi perché sarebbe un’altra vita simile. Anche se, in effetti potrebbe essere anche un’altra cosa. Oppure non so, ci sono infinite possibilità, visto che non sappiamo se c’è qualcosa e, in caso ci fosse, cosa è.
  • Be’, dicevo secondo te.
  • Sì, e te l’ho detto. Anche se in fondo, la cosa più probabile è anche la più difficile da immaginare.
  • In che senso?
  • Pensa che non ci sia niente.
  • Sì.
  • Pensarlo è facile, è, forse, la cosa più facile da pensare: si vive, si muore, fine. La cosa difficile, o forse impossibile, è immedesimarsi in quel niente.
  • Se è niente, in effetti, come puoi immaginarlo.
  • Ma provaci un attimo, pensaci, muori. Poi niente, inesistenza. Ce la fai?
  • No. Insomma, non penso.
  • Ecco, neanche io, ci ho provato per ore, non sai quante, e credo sia l’orrore. Anche se poi, se non esisti, insomma, non c’è manco quello. Quindi è come se l’orrore ci fosse solo per un attimo e per tutti gli attimi in cui provi a immedesimarti, ma alla fine è un orrore di una cosa che non saprai mai. E’ come se anche quello non esistesse, visto che non ha riscontro. Come se neanche la vita fosse esistenza, visto che la morte non lo è.
  • E tu cosa preferiresti ci fosse?
  • Questo credo sia il paradosso, quello grande.
  • Cioè?
  • Io credo si viva, almeno, io, poi gli altri non so, solo perché non si sa. Si sapesse, si sapesse qualsiasi cosa, sarebbe meglio morire.
  • Ho mica capito.
  • Se non ci fosse nulla che senso avrebbe vivere? Cosa cambierebbe se morissi tra un secondo o tra anni? A me niente. Tutto ha un senso se c’è altro. Anche i legami: che senso hanno se non sono eterni? Tutto ha senso se davvero c’è un senso.
  • Be’, per qualcuno c’è in questa vita.
  • Appunto, per qualcuno, io dico per me. E comunque, se invece fossi certo che c’è altro, preferirei morire e andare a vedere cos’altro c’è.
  • Cazzo. Quindi,scusa, in ogni caso preferisci morire.
  • In ogni caso, sì. È proprio questo il paradosso: in ogni caso preferirei morire, ma visto che non so, preferisco vivere. Vivo per il dubbio, insomma. Ma il dubbio tra due cose per cui preferirei morire.
  • E chi ti porteresti?
  • Cosa vuol dire chi ti porteresti?
  • Metti che tra cinque minuti sei morto, chi ti porteresti?
  • Ma che domanda del cazzo è? Sarebbe mica gentile portarsi qualcuno.
  • Ok. Ma lascia perdere altruismo, tanto è una cazzata, mica può avverarsi. Dico per te. Tu muori, chi vuoi che continui a essere con te.
  • Il mio cane è già morto, posso ritrovarlo dall’altra parte e basta. Vale?
  • No, una persona, una, una sola che ti porteresti dall’altra parte.
  • E se non vuole?
  • Oh, cazzo, chi se ne fotte, ci viene lo stesso.
  • E poi mi odia perché l’ho portata.
  • Cazzo, no. Tu la porti e per una stracazzo di legge universale, poi dimentica che sei una merda ed è felice di stare con te.
  • Ah, così.
  • Sì, quindi, chi ti porti?
  • Non lo so.
  • Dai, muori tra tre minuti, chi ti porti? Rebecca? Sara? Tua madre, che ne so, chi cazzo ti porti?
  • Mia madre è morta da poco, coglione.
  • Ah, cazzo, vero. Va bene, scusa, chi ti porti?
  • Sara.