confessioni di un ologramma [romanzo] frammento [orrore]

Carla arriva alle quindici, puntuale, citofona e la faccio entrare.
Fuori c’è il sole e una leggera pioggia.
Io volevo farmi una doccia, ma poi si è fatto tardi e mi sono limitato a lavarmi il viso e il cazzo. Carla ha una gonna corta di jeans e stivali neri che le arrivano sotto al ginocchio, una camicetta nera con tanti piccoli bottoni che le cinge il corpo, seno grosso, fianchi grossi, vita normale. Mi dice padrone, mi dice che è venuta e aspetta che le dica cosa fare. Io la guardo e le dico di andare nell’altra stanza, di spogliarsi, di mettersi a quattro zampe sul letto, di restare ferma e di aspettarmi.
Lei mi dice: sì, padrone, e va. Io mi siedo sul divano e fumo una sigaretta, poi mi alzo, accendo il computer per ascoltare una canzone, carte da decifrare di Fossati, vado verso la finestra, la pioggia è fina e si appoggia piano sul vetro, sotto c’è gruppo di gente che fuma e che chiacchiera, in pausa dal Bingo. Chissà se mi lasceranno un po’ tabacco; un uomo è grasso e brutto, spero di non trovare una cicca che sia sua.

Non sono ancora pronto per Carla, il suo odore misto al profumo che ha messo è dolce e mi nausea. La faccio aspettare, ho bisogno di qualche minuto. Guardo il forum di fotografia di mio padre, hanno scritto un commento dopo il mio: “la luce è sbagliata, avresti dovuto gestirla meglio, per il resto non mi dice molto”. Mio padre non ha replicato. “Avresti dovuto gestirla meglio”. Brutto piccolo stronzo, che ne sai della luce di mio padre, tu? E come cazzo ti permetti? E se lui non replica, replico io. “Prima di parlare forse sarebbe meglio fare un corso di tecnica fotografica, dai dati exif si evince che il diaframma era 12, il tempo un sessantesimo, l’ora le sedici e quaranta. Gestire meglio la luce? Più di così non era possibile, dato questi fattori. Quindi, prima di commentare, connettere il cervello, anche se capisco, fa sempre sentire bene parlare male dei lavori altrui, ci dà la sensazione di essere superiori, vero?”. E vaffanculo, deficiente. Il nick di mio padre ha un pallino verde accanto, il che significa che adesso è online, e che sta leggendo il commento. Carla mi aspetta, come un piccolo Cristo da crocifiggere, come una puttana in attesa del suo pappone, a cui far vedere i segni del suo lavoro, come una feto in attesa che un pugno venga e lo strappi via dalla pancia, vivo o morto non importa, ma via da questa bara. E io vado da Carla, con quel suo nauseabondo odore di oppio che ha addosso, e per Dio, le darò tutto il male che è venuta a prendersi.

Nefòs [romanzo] – frammento

Mario era un suo ex amante. Si erano conosciuti diversi mesi prima che il rapporto con Andrea finisse, a una festa, presentato da un’amica. Per molto tempo Mario la corteggiò.

Il giorno dopo che si separò, Ester andò a casa sua, Mario le disse di spogliarsi, lei si spogliò, Mario la bendò, lei non disse nulla, Mario le legò le caviglie e i polsi dietro la schiena. La insultò per averlo fatto aspettare tanto. Lei aveva paura ed era eccitata, si sentiva impotente. Lui cominciò a sculacciarla, senza dire nulla. Ester sentiva dolore, avrebbe voluto scappare, ma era legata. Passarono secondi, minuti, il suo corpo era teso, i muscoli rigidi e le mancava il respiro. Incominciò a supplicare Mario di smetterla. Mario disse: “smetto quando voglio, puttana, e poi guardati, sei bagnata come una cagna in calore”. Era vero, il sesso di Ester stava colando. Lui la prese da dietro e lei smise di sentire dolore, ma solo il corpo di Mario dentro al suo corpo.

Avrebbe voluto restare così, per sempre legata, priva di ogni volontà. Solo carne con dentro carne, carne che godeva, adesso, voce che urlava “ancora, sono la tua cagna, non ti fermare, ti supplico”.

Poi Mario la slegò, lei non disse nulla, aveva le lacrime agli occhi. Si rivestì e uscì da quella casa, esausta. Si sentiva appagata.

Frequentò Mario per sei mesi, andava da lui quasi tutti i giorni.

confessioni di un ologramma [romanzo] – frammento [orrore]

Carla arriva alle quindici, puntuale, citofona e la faccio entrare.
Fuori c’è il sole e una leggera pioggia.
Io volevo farmi una doccia, ma poi si è fatto tardi e mi sono limitato a lavarmi il viso e il cazzo. Carla ha una gonna corta di jeans e stivali neri che le arrivano sotto al ginocchio, una camicetta nera con tanti piccoli bottoni che le cinge il corpo, seno grosso, fianchi grossi, vita normale. Mi dice padrone, mi dice che è venuta e aspetta che le dica cosa fare. Io la guardo e le dico di andare nell’altra stanza, di spogliarsi, di mettersi a quattro zampe sul letto, di restare ferma e di aspettarmi.
Lei mi dice: sì, padrone, e va. Io mi siedo sul divano e fumo una sigaretta, poi mi alzo, accendo il computer per ascoltare una canzone, carte da decifrare di Fossati, vado verso la finestra, la pioggia è fina e si appoggia piano sul vetro, sotto c’è gruppo di gente che fuma e che chiacchiera, in pausa dal Bingo. Chissà se mi lasceranno un po’ tabacco; un uomo è grasso e brutto, spero di non trovare una cicca che sia sua.

Non sono ancora pronto per Carla, il suo odore misto al profumo che ha messo è dolce e mi nausea. La faccio aspettare, ho bisogno di qualche minuto. Guardo il forum di fotografia di mio padre, hanno scritto un commento dopo il mio: “la luce è sbagliata, avresti dovuto gestirla meglio, per il resto non mi dice molto”. Mio padre non ha replicato. “Avresti dovuto gestirla meglio”. Brutto piccolo stronzo, che ne sai della luce di mio padre, tu? E come cazzo ti permetti? E se lui non replica, replico io. “Prima di parlare forse sarebbe meglio fare un corso di tecnica fotografica, dai dati exif si evince che il diaframma era 12, il tempo un sessantesimo, l’ora le sedici e quaranta. Gestire meglio la luce? Più di così non era possibile, dato questi fattori. Quindi, prima di commentare, connettere il cervello, anche se capisco, fa sempre sentire bene parlare male dei lavori altrui, ci dà la sensazione di essere superiori, vero?”. E vaffanculo, deficiente. Il nick di mio padre ha un pallino verde accanto, il che significa che adesso è online, e che sta leggendo il commento. Carla mi aspetta, come un piccolo Cristo da crocifiggere, come una puttana in attesa del suo pappone, a cui far vedere i segni del suo lavoro, come una feto in attesa che un pugno venga e lo strappi via dalla pancia, vivo o morto non importa, ma via da questa bara. E io vado da Carla, con quel suo nauseabondo odore di oppio che ha addosso, e per Dio, le darò tutto il male che è venuta a prendersi.

che tu sia

Che tu sia bersaglio per la mia notte insonne passata a contarti gli sguardi e a squarciarti il destino.

Che tu sia pausa di mezzogiorno, tra un sacchetto di plastica di un centro commerciale di nome Qualunque e un verso di Mallarmé sentito mille volte ma ora solo lettere perfette, passate e sepolte.

Che tu sia mattino senza sole, sotto nebbie a raggiera che mi bagnano ricordi e carezze.

Che tu sia pranzo di carne e di sangue da salare con gli occhi e il respiro.

Che tu sia parola rinnegata e sofferenza, bolle di nervi e poi perdono.

Che tu sia buchi da riempire, dita da raccogliere appese al letto in penombra mentre ancora gridi aiuto.

Che tu sia distanza tra attesa ed oggetto, gambe nel cemento che strappano centimetri senz’aria, e poi le mani.

Che tu sia seni da allattare, strappare, masticando vetro, e poi budella, e poi fica da chiudere, corpo da cingere, bocca e saliva.

Che tu sia silenzio e poi lampo, scossa e poi tempo che passa poi molle, che passa poi in fretta.

Che tu sia rasoio la mattina, in ginocchio sul letto, aspettando la vita.

Che tu sia figlia e poi vacca, da monta e da latte.

Che tu sia segni di sole, tra pioggia e contorni.

Che tu sia qui, per sempre soltanto.

Alessandro Mazzi