primavera

Il tempo diventa brutto di colpo, la pioggia cade copiosa. Ugo è completamente bagnato, torniamo al residence e lo asciugo. È difficile capire l’espressione dei cani, io ne ho visti da quando sono nato, eppure certe volte hanno l’aria di essere tristi, senza alcun motivo. Si siedono e guardano il vuoto. Ugo adesso è così, mi guarda, ma per pochi secondi, poi sembra non vedere nulla, assorto chissà dove. Eppure viviamo insieme da dieci anni, abbiamo cambiato paesi e città e siamo stati insieme quasi sempre ventiquattro ore al giorno. E non riesce ancora a condividere tutto, e ancora tutto non mi dà, tiene una piccola parte per sé, tanto piccola e così altrove che spesso mi chiedo se la sua vera vita non sia quella cosa lì, se il nostro tempo comune non sia solo un enorme contorno di quello che lui è veramente. Ma poi mi guarda, piega la testa, scodinzola, e così facendo permuta il mio oblio con un attimo di comunione e in quell’attimo e per un secondo le nostre solitudini diventano primavera.

Prima di Ugo, con Paola, avevo un altro cane, Cerbero. Lo presi che non aveva neanche due mesi, da un mio amico allevatore. Un pastore della Beauce o Beauceron, razza molto diffusa in Francia e in altri paesi del mondo, quasi sconosciuta in Italia. Lo portai a casa, in mansarda, era più pelo che corpo, faceva pipì ogni tre minuti e leccava e mordeva qualsiasi cosa gli passasse a qualche centimetro dal muso. Paola arrivò e iniziò a dire le tipiche frasi da donna mamma. Dal: “ommioddio che bello fatti baciare” a “vieni qui, vieni qui, ti prendo in braccio”, ma lo faceva in maniera non forzata, non fastidiosa. Io dovevo andare a lavorare, le dissi di non farlo salire sul letto, che se avesse preso l’abitudine subito non sarebbe più andata via, e di cercare di fargli capire, da subito, che il fatto di fare sempre pipì a casa, non era propriamente una cosa bella, da farne corona.

Al mio ritorno vidi che Paola aveva ovviato perfettamente al farlo salire sul letto, era lei a dormire nella sua cuccia, con Cerbero in braccio e senza null’altro da volere. Sono quelle immagini inenarrabili, che quando le vedi provi qualcosa, che quando lo racconti diventa un’altra cosa, da poetico a patetico nello spazio di qualche parola.