L’altro giorno mi ritrovavo a rileggere per l’ennesima volta [non bisogna mai dichiarare di leggere Wallace, lo si rilegge sempre, insomma, anche fosse la prima volta, lo si sta rileggendo] Il Pianeta Trillafon in relazione alla cosa brutta.
Wallace lo amiamo quasi tutti [o, per lo meno, quasi tutti diciamo di amarlo], e quasi tutti detestiamo gli altri che lo amano. Gli altri non sono mai degni. O manco lo hanno letto, e lo dicono solo per fare QuelliCheLoLeggono, oppure, anche se lo leggono, ci capiscono niente e dicono di leggerlo solo per essere QuelliCheLoLeggono.
Io mi ricordo qualcuno di quelli che dicono, e dicevano e diranno sempre [almeno finché non ci sarà un altro scrittore da dire di leggere per avere in cambio un piatto di ammirazione con condimento condiviso]di leggerlo.
C’è Francesco P..
Francesco P. lo conobbi col pc, tanti anni fa: eravamo entrambi iscritti a un forum di letteratura, ed entrambi facevamo quelli che scrivevano meglio degli altri iscritti al forum di letteratura e, anzi, ci eravamo iscritti solo per noia e giusto per fare due chiacchiere, non certo per mischiarci agli altri iscritti al forum di letteratura.

Che poi, insomma, non è che Francesco P. fosse un gran scrittore, a dire il vero. Ma ogni tanto qualcosa su Roma di piacevole la scriveva. Bene, lui si innamorò di Wallace, come quasi tutti, e decise di essere UnoDeiDegni. Insomma, lui faceva l’architetto e aveva sessanta anni passati e seicento donne scopate [Francesco P. fu un bell’uomo, o almeno fu uno che riuscì a convincere le donne di esserlo] e sessantamila gauloises fumate parlando di Sartre – tracannanado pessimo whiskey o sorseggiando ottimo amarone a seconda del momento storico e della conseguente moda -,  alle spalle,  il cazzo – a suo dire – gli tirava poco e male, le giovani pulzelle romane [Francesco P. è romano de Roma]oramai lo vedevano solo come arredo tra un bicchere e un tavolino, e non come uomo che scopa, e che quindi potrebbe scoparle, gli architetti dopo anni di riconoscimento sociale come  maitre à penser furono soppiantati dai cuochi, e, per consequenza,  l’unica cartuccia valida da sparare per tornare a essere – e soprattutto a sentirsi –  il fico di un tempo, era di scrivere un romanzo alla maniera di Wallace, e PorcoIlMondo: lui lo avrebbe scritto. Quindi, con gli anni le sue amicizie furono sempre più mirate. Avrebbe parlato solo con gente DegnaDiLeggerlo, e, comunque, parlato sempre meno, insomma, lui doveva scrivere IlRomanzoDegnoDiWallace, non è che avesse tanto tempo da perdere con gli altri, Cristo!
Io lo ritrovai, dopo anni di lontananza [lui era impegnato a scrivere come Wallace, io ero impegnato a sopravvivere alla meno peggio]su facebook. Ma anche qui, il nostro fu solo un fugace momento amichevole. Lui scrisse un raccontino terrificante e dalla punteggiatura incerta. Io lo criticai, una sua amica, nonché esperta di punteggiatura alla Sa’lCazzoPerchéSonoEspertaMaSonoEspertaQuindiPortateRispetto, non solo lo difese, ma per farlo citò un suo cazzo di libro sulla punteggiatura. Ora: a parte che difendere uno scritto dalla punteggiatura sbagliata è operazione non adatta ad attempate casalinghe in cerca di riscatto culturale, ma poi, cosa c’è di più volgare che citarsi, per difendere una nostra opinione? Quindi il mio mantra quotidiano “NonDevoLitigareIoAmoIlProssimoTuttoNonDevoLitigareIoAmoIlProssimoEMeNeFotto” cominciò a vacillare, pur reggendo, ma, purtroppo, dopo un paio di repliche e controrepliche la crepa sulla ferocia divenne voragine, la voragine divenne fiume, il fiume divenne parola, e io, insomma, le diedi della MinchiaSeccaInCercaDiLegittimazioni, e “non è  che se hai scritto un cazzo di libro sulla punteggiatura per una casa editrice di staminchia, vuol dire che capisci di punteggiatura, VecchiaTroiaCheNonSeiAltro, e guarda che così mica lo aiuti, il Francesco P., ZoccolaInfame, così stai solo facendo bella mostra del tuo libro da DonnaInMenopausaInCercaDiCazziCulturali”. Insomma, dài, siete una ventina di deficienti col disperato bisogno di credervi DegniDiQualsiasiCosa, e per raggiungere questo vostro ultimo patetico sforzo per dimenticarvi che, appunto, siete solo una ventina di deficienti, passate il tempo a legittimare Sa’lCazzoCosa, tra di voi. Ma quando creperete, e Sa’lDioSeSiDeveAspettareTroppo, dove andrete non ci saranno le settantadue vergini da trombare allegramente citando i vostri CazzoDiLibriSullaPunteggiatura, ma ci saranno, invece,  tutti i segni ortografici tutti, in fila, pronti a incularvi uno a uno.Tempo un secondo e il buon Francesco P., memore delle mie  strepitose litigate (e, a dire il vero: leggendarie), e ormai felice abitante del paesello  NoiParliamoDiWallaceVoiChiCazzoSiete, mi cacciò dal suo RegnoDeiDegni, bloccò la possibilità di leggerlo, e sono certo, si scusò con la VecchiaMerdaDonanteVirgoleACazzo per il mio comportameno irriverente. Perdendo, così, la possibilità di capire qualcosa sul perché la sua  punteggiatura faceva e fa veramente cacare.Dopo un po’ vidi che Francesco P. aveva in uscita il suo romanzo  DegnoDiWallace, e che a pubblicarglielo fu la casa editrice in cui lavorava la sua compagna, ma questa, son poco certo, è solo  una fottuta coincidenza.
Altra amante, ma meno dichiarata, di Wallace, è una amica di Francesco P. Anzi, in realtà era una mia amica, mille anni fa, ma poi, insomma, tra di noi non finì proprio benissimo e Francesco P. decise che lei era una creatura intelligente, profonda, sensibile e delicata da proteggere (soprattutto da me) e ne divenne amico e mentore. Eh, sì, perché io e la Emmanuela C., iscritti al forum di letteratura con Francesco P. e molti indegni scrittori, un poco, anzi parecchio,  flirtammo. Lei era poco maggiorenne, io molto più che, lei tra le giovani pulzelle era senza dubbio quella che scriveva meglio, io sicuramente quello che piaceva di più, e quindi, attraversato il fiume Rubicone, il dado fu tratto. Ammiccamenti, “oh, quanto sei brava”, “oh, quanto sei bravo tu”, “dovresti proprio continuare a scrivere, tu”, “ma no, lo faccio solo perché non so vivere” (sissì, lo scrisse, ma, appunto, era molto giovane: diamogliene sconto). E poi fu amore. Insomma, di quelli migliori, falsi, ingannevoli e dai secondi contati, seppur per sempre, ci manchrebbe altro. Io scomparvi, lei mi odiò. Odiandomi scrisse un racconto su di MeGrandeVecchioStronzoLeiGiovaneDaAmare con cui vinse qualcosa, tipo il Campiello Giovani o Sa’lCazzoCosa.  Dopo questa vittoria (di cui, insomma, mi prendo grande parte del merito) ebbe una crisi “o mioddio, adesso tutti pensano che io sia una scrittrice e io, omioddio, io sono bloccata, e sono indifesa, e tutto è brutto e tutto è brutto, e tutto è brutto”, poi inventò un personaggio per un blog, poi pubblicò un romanzo tratto dal personaggio per il blog (sempre con la casa editrice della compagna del Francesco P.). E, questo romanzo, ha avuto un bel successo di critica. Insomma, non additata come DegnaEredeItalianadiWallace, ma DegnaScrittriceDalFuturoMeraviglioso. Ora, sono certo, quel romanzo fa cacare. E non lo dico perché si è dimenticata di menzionarmi come unico contribuente del dolore che le ha dato la possibilità di scrivere ogni riga che scrive e scriverà in vita sua, ma proprio perché fa cacare. E’ un gioco che si diverte a giocare a un altro gioco che gioca a un altro gioco ancora. Ma, questo gioco, alla fine, non c’è. Lei che parla a un cazzo di salmone che parla di lei, che è lei, che tutto è un salmone, che il salmone è il mondo, che il mondo è qualcosa, non so cosa, ma qualcosa lo è di certo. Scritto bene – perché Emmanuela C.  scrive moto bene – ma classico lavoro di quelli che ogni frase sembra bella e che tutte insieme si dimenticano in due giorni. E poi, insomma, un salmone? Are you fuckin’ kidding me? Ma prima di dimenticarsene, del salmone, e anche dopo, i duecentoventitre scrittori italiani in cerca di legittimazione, le dicono: TuSìCheSeiBravaEmmanuela! SissìSeiTantoBravaEmmanuela! ContinuaAScrivereENonCambiareMaiEmmanuela!
Forse, amasse meno Wallace e parlasse meno con Francesco P., suo vecchio e vecchiocentrico mentore, potrebbe scrivere qualcosa di buono, la Emmanuela C. (e, soprattutto potrebbe  darmi una SacrosantaPercentuale sulle vendite poiché tutto è iniziato col mio abbandono, e se mai dovesse scrivere qualcosa di buono, anche quello sarà solo per merito mio), e se no, in fondo, ChisseneFotteEcazziSuoiEDelSalmoneDi’StoCazzo.

Comunque, stavo rileggendo per l’ennesima volta Il Pianeta Trillafon in relazione alla cosa brutta.
Durante la lettura e subito dopo, mi sono venute in mente diverse considerazioni e qualche domanda.

1) Ma che meraviglia la descrizione della depressione, col tutto il corpo che ha nausea; credo di aver letto poche cose più belle.
2) Perché i critici dicono che questo racconto di Wallace è meno bello di altri? Solo perché giovanile (vedremo come scriveranno loro a novant’anni. Lo so, c’entra niente, ma l’ho pensato) e meno complesso, meno articolato, meno strutturato di altri che scriverà?
3) Certo che poi si è suicidato.
4) Ma nel pianeta Trillafon ci si può andare anche senza pasticche e può esistere anche senza “in relazione a”?
5) Ma siamo sicuri che la depressione sia come lui l’ha descritta?
6) Wallace aveva tante fissazioni. Una, non so se la più grande, era che a volte la morte arriva solo come stato finale, come mettere il cappello su, di una morte arrivata, in realtà, da molto tempo. Sul vivere da morti aspettando di morire. Ecco, questa è una cazzata. Ma ne parlo dopo.

Io nel mio pianeta Trillafon, che poi ha un altro nome, ci vivo da quasi sempre, e non ho avuto  bisogno di prendere pastiglie per andarci. E poi la mia depressione  – quando c’è – non è fatta di nausea. La nausea è dinamica, la mia depressione è statica. La nausa è non riuscire a mandare fuori. La mia depressione è data  dalla consapevolezza dell’inesistenza di ogni forma di fuori.
Nel mio pianeta Trillafon, che poi ha un altro nome, cominciai ad andarci da bambino. Iniziai a lasciare qualche oggetto, così da non doverlo portare ogni volta, come fanno gli innamorati nell’appartamento dell’amata, quando sanno che presto ci si trasferiranno, ma non lo hanno ancora deciso, chiesto, fatto. Portai un pallone e poi uno spazzolino da denti, un paio di scarpe, un maglione per quando fa freddo, nel pianeta Trillafon, che poi ha un altro nome, perché nel pianeta Trillafon, che poi ha un altro nome, quasi sempre fa fottutamente freddo.
Spesso, quando sono nel mio pianeta Trillafon, che poi ha un altro nome, penso che il PianetaTerra non esista, non esistano i suoi abitanti, quelli che conosco  e quelli che non conosco, le sue case, quelle viste e quelle non viste, le sue nazioni, i continenti, i fiumi, i palazzi, le montagne e i mari e il cielo, ma che sia solo, tutto, una mia invenzione. E che esista solo mio il pianeta Trillafon, che poi ha un altro nome, ed io. Penso che il PianetaTerra sia solo un sogno da cui volersi o doversi svegliare, prima o poi, e che prima o poi tutto avrà un senso, tutto questo vagare dal PianetaTerra che non esiste, e il mio pianeta Trillafon, che poi ha un altro nome, finalmente troverà tutte le risposte del caso.
Cerco di ricordarmi la prima volta che andai sul mio pianeta Trillafon, che poi ha un altro nome. La volta che lo conquistai, la volta che ne piantai bandiera, che andai a farci il primo giro per capire di cosa era fatto, quanto grande era, come poter raggiungere tutti i posti, i posti del mio pianeta Trillafon, che poi ha un altro nome. Passare da un pianeta che non esiste, il PianetaTerra, a uno nuovo da conquistare, non è operazione semplice, e per farlo bisogna prepararsi molto bene, e solitamente, per volerlo fare bisogna avere delle motivazioni molto forti.
Un altro problema, quando esiste un PianetaTerra che non esiste, abitato da persone che non esistono, e il mio pianeta Trillafon, che poi ha un altro nome, in cui esisto solo io, è trovare una collocazione per la SalaIncontri. Le persone – che non esistono – con cui parli, dove sono? Le si debbono invitare formalmente al mio pianeta? Devo andare al PianetaTerra io? Si può parlare, discutere, scopare, ci si può arrabbiare, si può far pace, stando in due pianeti diversi? Quindi, tre soluzioni:

1) Andare al Pianeta Terra, fare le cose con le altre persone, che non esistono, tornare al mio Pianeta Trillafon, che poi ha un altro nome.
2) Portare le altre persone, che non esistono, al Pianeta Trillafon, che poi ha un altro nome.
3) Fare tutte le cose dal mio pianeta Trillafon, che poi ha un altro nome, con le persone del PianetaTerra, che comunque restano a casa loro.

Ma torniamo indiero, quando fu la prima volta che andai, conquistai, conobbi il pianeta Trillafon, che poi ha un altro nome?
Avevo sette anni e faceva caldo. I miei amici Corrado e Maurizio facevano la conta per formare le squadre di calcio. Prima uno, poi l’altro, dicevano il nome di un bambino che avrebbe giocato con loro, in genere eravamo otto contro otto. Io ero di quelli forti, quindi il mio nome veniva scelto all’inizio. Le squadre furono fatte e iniziò la partita. Il nostro campo di calcio era la prima di tre parti di un giardinetto. Le porte avevano, per pali, due alberi. Il terreno era erboso e poco lineare. Alla fine del rettangolo di gioco c’era una fontanella [il toro verde] in cui andavamo a bere. Io correvo, col pallone tra i piedi, correvo forte, c’era solo Giuseppe davanti a me, e poi la porta  per lanciare il pallone, fare gol e sentire le urla dei miei compagni di squadra: “Bravo! Grande! Gooooal!
Faceva caldo, mentre correvo, e il tempo smise di esistere. Mi fermai, pur continuando a correre. Io non ero più su quel campo, non esisteva il metro dopo, scomparve Giuseppe, scomparve la porta, scomparve la fontanella, scomparve la strada dopo il giardinetto, il marciapiede dopo, la casa dopo, scomparve il portone di casa mia, la mia ascensore, scomparve il mio appartamento, scomparvero i miei genitori e i miei fratelli.
Nel periodo in cui tutto scomparve, io, per la prima volta, abitai il mio pianeta Trillafon, che poi non si chiama così. Appena giunsi ebbi paura, ero solo, non c’era nulla. Ero senza memoria di me stesso, senza memoria di una casa o una famiglia, c’ero solo io e io ero indefinito. Avevo male al petto e non riuscivo a respirare senza sentire degli aghi che mi si conficcavano in gola. Cercai di guardare intorno, per capire dove fossi e, dopo parecchi vani tentativi, un poco di luce venne a darmi vista. Il terreno era arido come fosse un deserto pietrificato. Non c’erano case, strade, contorni a quel vedere. Io ero nel perfetto punto centrale, ovunque guardassi il mio vedere non cambiava. Deserto pietrificato, null’altro a cui gli occhi avrebbero potuto aggrapparsi, nessuna differenza visiva, niente. Tutto quello che sentivo erano gli aghi in gola e la mia paura. Non sapevo di cosa aver paura, né me lo domandavo, era una FottutaPauraPura. Mi sedetti a terra, sul deserto pietrificato e aspettai.
Il tutto non so quanto durò, e finì quando mi ritrovai nel campo di gioco, portato in trionfo dai miei compagni di pallone, dopo il più bel gol della storia dei giardinetti fatto, gol che, essendo altrove, non mi vidi segnare.Dopo quel mio arrivo al pianeta Trillafon e ritorno al Pianeta Terra, tutto cambiò. Di lì a poco, nelle sempre più frequenti visite al cemento pietrificato, incominciai a sapere che ero io, quando ero là. Quando ero là, a differenza della prima volta, io iniziai ad avere una identità. Non avevo una età precisa né un corpo definito, ma ero io e sapevo di esserlo. Ero IoSoloIo, senza padre, madre, nome, senza nascita, senza storia, senza niente.  E quindi capii che quello era il luogo vero; in realtà io lì ero, io lì ero reale, io lì ero quello che sono, e, al contrario, quello che succedeva al Pianeta Terra era solo una mia invenzione. Come detto, portai con me, dal luogo immaginario, il Pianeta Terra, al pianeta Trillafon, che poi non si chiama così, alcune cose o persone, per non sentirmi così solo. La cosa strana che accadeva è che le persone, pur portate da me, continuavano a pensare di abitare il Pianeta Terra. Quindi c’era il mio compagno di lego che si divertiva a costruire infinite città di plastica, ma che, terminato il gioco, tornava nella sua stanzetta, nel suo pianeta inventato da me, e io tornavo ad essere solo, sul cemento pietrificato.
Quando andavo al Pianeta Terra tutto mi sembrava irreale. Non capivo perché avevo inventato il mondo in quel modo, non capivo perché ci fossero quelle regole, non capivo che importanza potesse avere una vita, visto che tutto era solo frutto della mia immaginazione. E così, pur non trovandone ragione, mi comportavo come meglio credevo. Dopo tutto, tutto esisteva solo perché lo avevo inventato io, e solo nel momento in cui decidevo di abitarlo, una volta tornato a casa, nel mio pianeta Trillafon, che poi non si chiama così, tutto il Pianeta Terra smetteva di esistere.
Col tempo capii cosa e chi portare a casa. Era una questione di ombre e di trasparenze. Nei miei passaggi al centro del Pianeta Terra talvolta vedevo che una persona non era come le altre persone. Insomma, non era proprio come me, ma neanche come le altre. Era meno definita, era meno parte integrante del Pianeta Terra, era quasi trasparente, meno FacenteParte delle altre.
Iniziai a interagire quasi esclusivamente con queste persone. Con loro era più facile andare via, loro ti seguivano scollandosi facilmente dalle loro abitazioni. Poi, sì, tornavano a casa, ma non si mostravano mai così spaesati, nel mio Pianeta Trillafon, che poi non si chiama così.
Fu così per tanti anni, continuai a frequentare il Pianeta Terra per non sentirmi solo e per non sentirmi solo portai saltuariamente delle persone a casa mia. Prima compagni di gioco, poi donne con le quali passare il tempo, avere una relazione, scopare, mandare via o veder andare via. Alcune erano belle, alcune erano brutte, con alcune riuscivo pure a sentire qualcosa, anche se inventato, ed alcune, una volta sparite, mi lasciavano una sensazione di mancanza, quasi come se fosse una reale perdita. Ora, intendiamoci, quelle sensazioni non erano mai veramente-vere. O meglio, erano sì sensazioni, ma era come vivessero su altre sensazioni. Di base io, nel mio pianeta Trillafon, sentivo sempre e solo quel dolore descritto prima, unito alla consapevolezza dell’orrore dell’essere solo. Nel mio pianeta Trillafon, che poi non si chiama così, non c’è il tempo che scorre, non c’è il mutare delle stagioni, non c’è alcuna mutevolezza, non c’è la vita e quindi non c’è la morte, ma solo e sempre  un infinito deserto pietrificato.
O almeno, così pensavo che fosse, fino a che accadde una cosa.
In una delle mie permanenze al Pianeta Terra, con un mio amico inventato, un giorno decisi di prendermi un cane. E così, col mio amico inventato andammo in un canile inventato per l’occasione, a prendere un cane. Mi piaceva l’idea di avere un amico fisso, da raggiungere al Pianeta Terra quando volevo e da portare a casa senza troppi problemi. E così feci.
Passai qualche giorno al Pianeta Terra e una notte decisi di tornare a casa col CaneDaMeInventato.
Tornai, e, quasi contento, iniziai a giocare a palla sul mio cemento pietrificato. Il cane correva che era un piacere guardarlo e, dopo ore passate così, decisi che era tempo di rimandarlo nel Pianeta Terra. E qui capitò l’imprevisto. Il cane non volle andarsene. Provai e riprovai [avevo ed ho i miei sistemi, che non sto qui a descrivere], ma niente, il cane si rifiutava categoricamente di andare via. Non mi sembrava vero. Non c’era niente da fare, lui voleva restare con me. E, addirittura, lui pensava che la sua vera casa fosse il Pianeta Trillafon, che poi non si chiama così. E, ogni volta che andavo in visita al Pianeta Terra, lui mi seguiva, e, ogni volta che tornavo a casa, lui era con me. Per la prima volta la sensazione d’orrore, quell’orrore dato dalla consapevolezza dell’essere l’unica persona esistente, cessò. E gli aghi in gola scomparvero.
Certo, la cosa portò inquietanti domande e nessuna risposta, ma la mia vita, da quel momento, non fu più la stessa. Lui, il mio cane, aveva coscienza propria. Lui, il mio cane, quando eravamo al Pianeta Terra, sapeva che erano tutte costruzioi, che non c’era casa, cane, gatto, amico, non cera freddo, caldo, cibo, legge, sapeva che in realtà c’eravamo solo noi due. Sapeva, insomma, che il Pianeta Terra è un enorme giardino inventato per poter pisciare e correre allegramente, e che tutti gli abitanti che lo popolano erano solo nostri GiochiDaInventare.
La felicità data da questa mia nuova esistenza, però, oltre alle inquietanti domande [ma allora esiste il tempo? Ma allora esiste la vita? Ma allora io e il mio cane possiamo morire?] mi portò il  più grande dubbio: potrebbe esserci qualcun altro, da qualche parte, oltre a me e al mio cane? Potrebbe qualcuno usare il Pianeta Terra, da me sicuramente inventato, per allontanarsi dal suo Pianeta Trillafon, che poi non si chiama così?

46 pensieri riguardo “Il [mio] pianeta Trillafon, che poi non si chiama così [racconto in due parti]

  1. Io Wallace non lo ho letto: (
    Questo tuo mi sembra pazzesco come costruzione e mi sembra tutto un deserto pietrificato , e mi sembra di una tristezza così perfetta da rimanerne imbrigliati. Mi hai fatto sentire il cemento e non se ringraziarti e non so a cosa servirebbe farlo. Però mi sembra che il tuo cane inventato sia una strada che vorrei trovare, nel mio Pianeta.
    Meraviglioso comunque.

  2. Il pianeta trillafon l’ho letto e amato tantissimo (dopo quello che scrivi per distinguersi bisognerebbe dire il contrario) .
    Questo tuo racconto ha una costruzione pazzesca e mi è piaciuto da morire. Non è semplice e io non amo le cose semplici.

  3. A me più che Wallace ricorda altri tuoi scritti. Posso dire che è un piccolo capolavoro prima di avere letto la seconda parte?

  4. La prima parte mi ha fatta morire dal ridere: )
    La seconda mi ha fatto sentire il deserto.
    Sei il mio scrittore preferito, tu.

  5. Il deserto pietrificato è magnificamente vivido nel tuo racconto. Aspetto la seconda parte per dire che è una meraviglia.

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