[Confessioni di un ologramma] ultimo stralcio: “pensavo fosse amore, invece era una colica”

Confessioni di un ologramma è finito (ancora una rilettura), pubblico ancora uno stralcio, l’ultimo.
Il romanzo uscirà, in italiano nel mese di marzo, in inglese, credo, pochi mesi dopo.

 

Una sera, Giulio, l’amico di Franco, il mio amico, aveva appuntamento con una sua conoscente buddista e la sua agente, per cena. Giulio ed io ci unimmo molto più che volentieri, era cibo a scrocco con figa, difficile volere di più.

Giulio era coordinatore dell’aspetto artistico della messa in scena degli spot dell’Isola, ma solo quelli che riguardavano la creazione di opere politicamente influenti. La moglie, Caterina, si occupava dell’editing di questo progetto. In pratica Giulio girava uno spot non si sa di cosa e per cosa, e Caterina lo metteva a posto. Poi lui ci faceva un ritornello sopra e il tutto veniva diffuso per l’isola tramite degli amplificatori applicati ogni cinquanta metri. Ogni dieci minuti iniziava lo spot di trenta secondi: “Rilassati, goditi lo spettacolo, il cinema, la nostra storia, la nostra cultura”, oppure: “Ogni passo che stai compiendo potrà essere un passo della storia del cinema”. Tutte le volte che sentivo questa frase mi veniva automaticamente da guardare sotto le scarpe, volesse mai il Signore che avessi calpestato qualche scarto di cane.

Pare che Giulio, con questi spot, avesse vinto diversi primi premi in numerose manifestazioni.

Franco ed io arrivammo con qualche minuto di ritardo, la tavola all’aperto del ristorante era già quasi completa: oltre a Giulio e Caterina c’erano due soubrettes con il loro agente, una coppia molto gay di loro amici, una ragazza che non riuscii a capire di chi fosse amica, due addetti alle pubbliche relazioni di una manifestazione sui diritti e sull’importanza che hanno gli addetti alle pubbliche relazioni, e niente popò di meno che Tiziano Reddu, il fantomatico direttore artistico dell’Isola tutta.

Una delle due soubrettes – che ovviamente faceva anche teatro – aveva avuto una buona notorietà in campo televisivo qualche quinquennio fa, seguito da un ritorno di popolarità con una partecipazione all’isola dei famosi. Quindi, per meriti televisivi acquisiti, era la star della nostra serata e ogni singolo sguardo a lei era rivolto.

La conversazione, dopo i saluti, inizialmente fu a carattere politico. Il mio amico si dichiarava anarchico e incominciò a dibattere sull’opportunità di far pagare i biglietti per le rappresentazioni cinematografiche. In fondo, diceva, le prime non sono forse pubblicità? E non è eccessivo far pagare per ottenere pubblicità? Il buon Reddu disse che l’Isola aveva alti costi e che i soldi servivano per promuovere cultura. Giulio disse che era inutile farne una questione politica, l’arte ha un prezzo, qualcuno deve pagarlo. La soubrette meno famosa disse che lei avrebbe anche lavorato gratis, era un’artista, ma poi chi le avrebbe pagato l’affitto? Io qualche idea su chi le avrebbe pagato l’affitto l’avevo, molte meno sul suo essere artista, ma non manifestai il mio pensiero. La soubrette più famosa disse che lei odiava lo show business e che Berlusconi era il diavolo. Non riuscivo a capire bene il collegamento Isola-show business-Berlusconi, e pensai che fosse giunto il momento di parlare.

– Scusa, ma se ti fa tanto schifo sia lo show-business, sia Berlusconi, come mai lavori per Mediaset?

Il suo agente, un uomo con molti anni e pochi capelli, tutti piccicati tra loro, mi guardò malissimo e disse:

– Facile parlare per te, ma sai, gli artisti se vogliono fare qualcosa devono pur farsi vedere, non credi? E i dieci milioni per l’ultimo film di Tornatore, chi credi che li abbia dati?

Continuavo a non capire molto il nesso che avevano quelle frasi, così mi limitai a dire: “sì, certo, capisco”.

La soubrette famosa, dal canto suo, mi guardò e disse:

– Ma come mai hai i pantaloni più grandi di due taglie della tua misura? E come mai sei così magro?

– Non so, sono vegetariano, tendo a non ingrassare troppo.

– Sì, ma i pantaloni?

– Una volta non ero vegetariano.

Ma – disse rivolgendosi a Gianni – è anche lui buddista?

No – mi intromisi io – non sono buddista, anzi, ti dirò, già i buddisti non mi sono particolarmente simpatici, ma i Soka Gakkai tutti, credo siano rappresentazione religiosa del multi-level-market. Riunioni con capigruppo, con capi aerea, con responsabili di zona. Tutti a cercare nuovi sokini da introdurre al magico mondo del Buddha, per una vita migliore, per una vita felice.

L’agente della soubrette mi guardò, nuovamente, malissimo, lei invece iniziò a ridere.

– Che vuol dire?

No, guarda – disse Gianni – litighiamo sempre per questa cosa, lui è polemico di suo, in realtà è più buddista di quanto lui stesso non voglia ammettere.

Sì, certo, come no – risposi io – guarda, io sono il Soka Gakkai per eccellenza, anzi, adesso guarda, mi metto a pensare che ho l’obiettivo di stare meglio nei miei pantaloni e, sono certo, entro mezz’ora mi staranno una favola. Ma dai, è una religione quella in cui dieci persone si ritrovano, una alla volta parlano di quanto vorrebbero trovare un ragazzo perché quello di prima le ha lasciate perché stupido e superficiale non apprezzava che fossero grasse non capendo la loro vera luce dell’anima e le altre nove applaudono? Insomma, quelle scenette sembrano pagate dal papa tetesco per far pubblicità al cattolicesimo.

Piccoli patetici omuncoli che confondono la spiritualità col mettere anima e corpo e volontà per dimagrire?

Ma guarda – interruppe la soubrette – tu mi sa che di buddisti ne hai visti pochi, quelle cose lì le fanno in alcune riunioni… Sì – dissi io, e nelle altre cosa fate, inneggiate al Buddha e alla consapevolezza dell’anima delli mortacci vostri?

La soubrette rideva, Gianni si lanciò in un discorso per giustificare le mie parole, dicendo ancora una volta che amavo provocare, ma che avevo un grande rispetto per i buddisti. Franco, invece, cercava di arruffianarsi l’altra soubrette, parlando di rock e di anarchia.

La cena terminò e Franco ed io tornammo a casa sua.

– Allora, te la sei intortata per bene quella, eh.

– Ma va, sei tu che sei stato tutto il tempo a punzecchiarti con la biondina.

– Sì, come no, manco un pelo e mi prende a schiaffi, temo non abbia apprezzato troppo la mia simpatica verve.

– Ma no, guarda, a me in realtà non sembrava arrabbiata, anzi.

– Mah, comunque bella è bella, niente da dire.

– Essì, e che corpo.

– Poi c’erano dei momenti, hai fatto caso quando non parlava, insomma, nei rari momenti in cui non parlava era davvero interessante, aveva un’espressione triste, quasi autentica.

– Sì, l’ho notata anche io, mi sa che è meno scema di quanto la facciano apparire.

– Be’, ecco, meno scema non lo so, ma in quei momenti era davvero bella.

Il giorno dopo, da bravi maschi italiani, ci confrontammo con Gianni.

Certo – dissi io – che la biondina è di una bellezza assoluta! Insomma, a parte quando fa le battute da soubrette-intelligente sperando che la gente possa pensare che la sua stupidità sia solo di facciata, a parte quando si cimenta in piece da attrice da teatro di periferia, a parte quando si ricorda che è sensuale e sembra la brutta copia della foto di una lontra lavorata male a photoshop, ci sono dei momenti in cui guarda il nulla ed è essenziale, pura, sofferta, intensa. Sembra che le si sgretoli la patina di “mondo” e diventi davvero senza barriere, sembra che tutto il corpo diventi trasparente e la luce che si vede dentro, è autentica. Autentica come un sogno, quando tutto quello che c’è, è tuo. Autentica come un ricordo in cui hai dimenticato gli eventi, e hai solo la sensazione. Autentica come quando ti svegli e non sai ancora come ti chiami, e tutto quello che senti te lo porti di vita in vita, senza nome. Altro che bellezze da veline rifatte, altro che sovrastruttura e plastiche facciali, alle tette, al naso, alla bocca, altro che glamour-fashion-cool, Lei è altro, l’ho vista! E’ poesia, è la rappresentazione in vita di Rimbaud, la dimostrazione che Breton aveva ragione, è un quadro di Monet con la potenza di Picasso, è Emma Bovary quando si libera dalla prigione-marito, è la fine del sonno e l’inizio del risveglio, è Shylock che grida al mondo la sua vita, è l’antiberlusconi, è la Bardot da ragazzina e la Portman mentre piange in free zone, lei è l’assoluto!

Lui mi guardò un po’ basito e interrompendo la mia rappresentazione della soubrette-incantevole mista ad attacchi di compulsiva mistica forse Soka Gakkai, disse:

– Ma che stai a di’? quando guardava enbasso?

– Boh, insomma, in basso, a lato, dico quando non guardava fuori, eh.

– Ma no, cazzo, povera, aveva la colite!

La notizia dei dolori della soubrette fu presa benissimo da Franco e da me, a tal punto che decidemmo di scrivere una canzone, lui la musica e io il testo, dal titolo: “pensavo fosse amore ma era una colite”.