È come se ti avessero rapito, portato via. E tutta la tua vita non c’è più. Non c’è più il tuo letto, non ci sono più quei colori sui muri, non c’è più il linoleum verde nella stanza di tuo fratello perché, anch’essa, non c’è più. E non c’è più l’università coi suoi gradini prima dell’ingresso e il bar di fronte e poco oltre il parcheggio in cui quella volta un tuo amico ti mise della coca dentro il braccio. Non c’è più tua nonna che era già morta ma c’era ancora. E poi tua madre e tuo padre, non ci sono più. E all’inizio ti sembra tutto irreale, nel nuovo posto in cui ti hanno portato. Le pareti sono diverse, il letto ha un altro odore, il sole stesso sembra profumare di qualcosa di diverso quando scalda le lenzuola. E al tuo fianco c’è una donna che non ti sembra ancora casa. Casa adesso è nei ricordi di prima che ti rapissero. E ogni tanto ti chiedi se il rapitore ha chiesto un riscatto e se qualcuno lo pagherà così da ridarti alla tua vecchia vita, ma passano i giorni e quella tua vita è sempre più un pensiero e quel pensiero compare sempre meno. E non ti domandi neanche più che faccia possa avere il rapitore nella porta accanto. Non ti domandi perché nessuno è venuto a liberarti. E non ti domandi quasi più niente. E quando vai a letto l’abbracci e inizi a riconoscerla. Senti il suo odore, l’odore dei suoi capelli, l’odore della sua fica, dei suoi piedi. E la stanza del rapitore è sempre più lontana e lei sempre più vicina. E la stanza del rapitore è sempre più piccola, e il tuo letto sempre più grande, più grande è lei che per abbracciarla devi allargare le braccia, più grandi i seni che ci puoi dormire sopra, più grande la fica che quando ci entri puoi entrare in tutto il suo corpo con tutto il tuo corpo fino a mettere dentro anche i piedi, e poi restare lì, dentro di lei, e vedere la sua milza, il suo cuore, la sua gola.

E quando oramai ti sei dimenticato pure che esiste un rapitore, quella notte in cui ti alzi, appena uscito dal corpo di lei, senti la sua porta, sempre più piccola e distante che si apre. E allora finalmente capisci che puoi guardarlo in faccia, e ti avvicini a poi entri, e dentro non c’è nessuno.

11 pensieri riguardo “[Confessioni di un ologramma] Quella cosa là – Il secondo dei cinque sensi

  1. Vorrei essere abitata così. Vorrei essere abitata così. Vorrei essere abitata così. Vorrei essere abitata così. Vorrei essere abitata così. Vorrei essere abitata così. Vorrei essere abitata così.

  2. Vorrei essere abitata così. Vorrei essere abitata così. Vorrei essere abitata così. Vorrei essere abitata così. Vorrei essere abitata così. Vorrei essere abitata così. Vorrei essere abitata così. Vorrei essere abitata così. Vorrei essere abitata così.

    (ti avevo mandato mail per quella cosa sul mio studio ma non mi hai risposto, puoi controllare se è giusta e se ti è arrivata?)

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