mia nonna

(commentando uno scritto di Chiara Lorenzetti mi è tornato alla mente questo mio vecchio racconto, che ripubblico)

E’ il millenovecentoquarantacinque, ritorno a casa. Casa mia è a Torino, io torno dal campo, sono ebrea. Mio marito e mia figlia mi aspettano. Sono salva. Sono viva, nient’altro può capitare. Ho sofferto per una vita intera, per mille vite intere.
Mia figlia si è salvata. Dal campo e dai nazisti.
Un impiegato dell’anagrafe, al momento di farle la carta di identità, mi guardò negli occhi. Io me lo ricordo quello sguardo. Fuori pioveva, vedevo il cielo grigio e le gocce infrangersi contro le finestre degli uffici. L’impiegato mi ha guardata per un secondo solo e quel secondo era lungo una guerra. C’era “Signora mia lei si chiama Jona, sua figlia si chiama Jona, Signora mia io non so cosa capiterà ancora in questa guerra ma non vorrei avere il suo cognome, non vorrei morire come forse accadrà a lei, Emanuella Jona, senza sapere perché. Signora mia lei ha più di quarant’anni, cosa fa in Italia, perché non è partita per l’America quando poteva ancora farlo, signora mia, lei è ebrea e per questo lei forse morirà ma in ogni caso la sua vita non è più vita, è un’esistenza in mano ad un’idea e ai suoi manichini senza testa e senza cuore. Signora mia io non posso fare niente per lei. Mi perdoni.

Mi diede la carta di identità della mia piccola, io la aprii e la guardai: Luciana Tona. Mia figlia era salva, l’impiegato dell’anagrafe, in quel secondo, aveva deciso di essere uomo, non manichino, e di salvare la vita a mia figlia, Luciana Jona.

Il medico, prima di partire per tornare a casa, mi ha visitata, ha detto che sto abbastanza bene, e che peso trentadue chili. Chissà cosa penserà Ernesto quando mi vedrà arrivare verso di lui. Penserà che sono brutta e forse mi bacerà solo per affetto. Non mi importa di nulla, le persone che hanno fatto il viaggio con me sono tutte morte, nel campo. Io, per mesi, li ho visti volare nel cielo come polvere e come polvere ricadere per terra. Ho camminato su di loro quasi ogni giorno e sempre ho solo sperato di non essere io la prossima a essere calpestata.

Ernesto aveva preso dell’argenteria, l’aveva portata da Ismaele e lui ne aveva ricavato due cuoricini con la scritta “ani ledodì vedodì lì” io sono del mio amore e il mio amore è mio. Poi mi hanno presa, mentre loro si sono salvati, cattolici tra cattolici. Quando credevo di non farcela spesso pensavo a quei piccoli cuori che non sono mai riuscita a vedere. Sarà riuscito a prenderli, prima di partire? E quel pensiero mi faceva bene, là, nel campo, pensavo a un cuoricino che forse un giorno avrei finalmente appeso al collo e riuscivo quasi a sorridere.

Non devo più pensare al passato, non devo più pensarci, non devo.

Ho quarantotto anni e mio marito mi bacerà e io bacerò mia figlia.

Ma cosa succederà di noi? Non sono riuscita a salvare nulla, non abbiamo più soldi, di sicuro non c’è riuscito Ernesto, amore mio, lui doveva pensare a Luciana che ormai è una donna, non certo ai soldi, al presente, non certo al futuro.

Cosa sarà di noi? E chi si sarà salvato a Torino?

Quanto è lungo questo viaggio per tornare a casa, sembra che non voglia passare. Ma deve e quando arriverò il campo non esisterà più, sarà solo terra e tombe. Io non sono in una tomba e non sono diventata polvere in quel campo. Quindi va bene, va tutto bene, sono magra e il cuore non sembra funzionare perfettamente, dopo tutto quello che è successo. No, non ci devo pensare a quello che è successo altrimenti questo viaggio per tornare a casa non finirà mai. Voglio solo vivere e dimenticare. Ma ho paura, in questo presente sperato tra la polvere dei morti io ho paura per un futuro senza la polvere dei vivi.

E’ bello questo treno, così bello e così brutto che forse riuscirà a farmi dimenticare l’altro, è solo che non riesco a godere di questa gioia. Mi sembra che manchi qualcosa nella felicità di essere vivi e di tornare dai miei cari. Non lo so, non voglio pensare al passato, non voglio, il passato appartiene al tempo, non a me. Io sono viva. Chissà come sarà casa mia, chissà se c’è ancora. Ernesto e Luciana erano a Nizza ma adesso ci vedremo a Torino, la mia città. Tra qualche ora arriverò e loro saranno lì ad aspettarmi. Spero solo che mi riconoscano, magra come sono, e con questo maledetto numero al polso. Spero solo che il tempo, sempre lui, non abbia cancellato l’amore dai loro cuori e la speranza dai loro occhi. Siamo tre persone che si amavano. Avranno ucciso anche questo. Non ti ho pregato per non diventare polvere, adesso lo faccio per continuare ad amare. Fa che loro mi amino ancora come io amo loro, fa che Ernesto non si sia perso, senza speranze dietro a qualche falsa passione, per dimenticare l’amore. Sono sicura del pezzetto di me, di Luciana, lei mi appartiene come un fiore appartiene ai suoi colori. Ma tu, Ernesto, mi amerai ancora, brutta e povera come sono diventata? Arrivo a te solo col mio corpo di trentadue chili, il mio cuore malandato e quel che mi resta da vivere.

Le case, le ville, la banca, non me le restituiranno, lo sento, lo so che andrà così. Ma non mi importa di nulla, solo di voi. Solo per me e per voi ho sperato di vivere, nel campo, tra i morti e gli assassini.

Adesso arrivo, come piccolo pacco spedito dall’inferno, e con pagamento a carico del destinatario. Le mie cicatrici e il mio cuore sono il prezzo da pagare. Il mio viso invecchiato di mille anni e la mia bellezza diventata, lei, polvere, sono gli interessi.

Ernesto, amore mio, li hai persi i nostri cuori d’argento, o al solito te ne sei dimenticato, al solito il tuo sguardo era volto a qualcosa di più tangibile e certo, di più bello e sicuro?

Soffro e il mio cuore è pesante in questo lungo viaggio di ritorno.

Vorrei arrivare bella, vorrei arrivare com’ero un tempo, con la mia cipria e le mie perle e il sorriso. Ma arriverò avvolta da stracci e al posto delle perle potrò solo mostrare un tatuaggio e al posto del sorriso, trentadue chili di ossa.

Amore, amori miei, mi amate ancora? E mi amerete sempre?

Arrivo, scendo dal treno, è buio. Non sento più nulla, la gente intorno a me lentamente diventa sfumata. Cammino senza asfalto sotto i piedi, senza contorni di notte nei miei occhi.

Vi vedo, vedo i vostri corpi in mezzo a un buco nero che diventa sempre più piccolo mentre voi sempre più grandi apparite. I miei trentadue chili di carne si uniscono a voi, diventano una cosa sola, e quando tu, amore mio, sfili uno dei due cuori d’argento che hai al collo e lo porti a me io posso finalmente piangere ed essere felice.

Parte due

Luglio 1982

Mi sono trasferito, da poco, con la mia famiglia, ho cambiato quartiere. Abitavo alla Crocetta, vicino al centro, adesso siamo andati a Città Giardino.

Preferivo prima. I miei amici abitano tutti lì. E poi lì le cose sono vecchie e belle, qui nuove e tutte uguali. Lì l’autunno lo vedi nei giardini in cui andavo da piccolo. Gli alberi diventano marrone scuro ed il buio li copre presto.

Qui non so ancora com’è l’autunno, sono arrivato che era primavera. E la primavera qui la vedi nel volto sudato dei benzinai e dalle finestre non più bagnate dalla rugiada.

L’altro giorno sono uscito con Gianna. Siamo andati a bere un bicchiere in centro. L’indomani sarebbe partita per Viareggio. Ci siamo dati qualche bacio. Io ce l’avevo durissimo e ho paura che lei l’abbia notato. Non siamo ancora abbastanza intimi, le mie mani hanno toccato solo le sue tette e la sua pancia e le sue gambe. Non il culo e non la figa. Ci vediamo da un mese io e Gianna. Gianna è media. E’ carina. All’interno del gruppo del liceo è considerata bene. Insomma non faccio né una buona né una cattiva figura ad uscire con lei. Non che la cosa abbia troppa importanza, ma un po’ ne ha.

A me piace la considerazione del gruppo e credo che non riuscirei mai a uscire con una brutta o una troppo facile.

Oggi fa un caldo boia. Domani c’è l’Italia che gioca e andrò a vederla da Corrado. Lui è del Toro e mica è tanto contento ai gol di Paolo Rossi. Io glielo dicevo che avrebbe segnato. Era in crisi, doveva solo sbloccarsi. Io sono della Juve, per me è facile credere in Paolo Rossi e comunque c’è la partita col Brasile, loro sono favoriti, ma non è mica detto, metti che Paolo Rossi ti fa una doppietta, loro cosa fanno? Ne fanno tre? Noi siamo forti in difesa, tre gol non ce li fanno mica facile.

Io a calcio gioco e sono abbastanza forte, voglio dire, non forte da giocare coi professionisti, ma abbastanza che quando giochiamo tra amici mi vogliono tutti in squadra. Sono numero dieci ma non un regista puro, sono uno che segna anche.

Fa un caldo boia oggi. In casa siamo in sei. Ci sono io, mio fratello e mia sorella, mio padre e mia madre e mia nonna. Io sono il più giovane, mia sorella ha vent’anni, mio fratello trenta. I miei sono di mezza età e mia nonna ha ottantacinque anni. Da un po’ ha l’arteriosclerosi. Non si ricorda le cose insomma, ma non sembra triste.

Quando se le ricordava invece forse lo era. Non so. Suo marito, mio nonno, è morto prima che io nascessi. Era un bell’uomo, almeno così dicono, dalle foto non si vede bene. E mia nonna lo amava moltissimo, anche se lui la tradiva e spendeva tutti i soldi in stupidaggini. Mia nonna una volta mi ha detto che alla sua morte, se fosse stata convinta dell’aldilà e di poterlo rivedere, si sarebbe uccisa. Io nell’aldilà non ci credo molto. E poi ho abbastanza casini nell’aldiqua. Tipo che Gianna mi sa che al mare trova un altro. O che io al mare non trovo nessun’altra. Non lo so.

Oggi fa un caldo atroce e non so cosa fare. In casa non c’è nessuno, sono andati tutti al cimitero a trovare il nonno. E’ morto esattamente venti anni fa. I miei insegnano, così, da piccolo, stavo sempre con mia nonna. Dormivo nella sua stanza e ogni tanto nel suo letto. Capitava quando mi svegliavo da un incubo. Ne avevo di classici e ricorrenti, di incubi. In uno scappavo, con mia sorella, dal lupo. Passavo tutta la notte a correre e non mi raggiungeva mai. In un altro c’era una specie di biblioteca quadrangolare in mezzo ad una stanza. Toglievo i libri e all’interno c’era un ascensore. Nei fili d’acciaio, quelli che servono per farlo andare su e giù, c’era un uomo morto impiccato.

Il più terribile dei miei incubi da bambino era quello del male. Un male senza forma, non era né un lupo né la morte di un impiccato. Era una presenza che mi opprimeva le notti, non lo vedevo, il male, ma sapevo che c’era. Così, se mi accorgevo di star sognando, decidevo di svegliarmi e correvo nel letto di mia nonna. Non so perché facevo tutti questi sogni orrendi. Di giorno ero un bambino felice. A scuola andavo bene, ai giardinetti avevo tanti amici, eravamo una banda. Ci si trovava tutti i giorni per giocare a calcio o per andare in bici. Bello, era tutto bello da bambino, almeno di giorno. Di notte no.

Una volta feci una cosa strana. Ero in prima elementare, credo, o forse in seconda. Scarabocchiai l’ultima pagina del libro di lettura. Così, senza motivo. Passavano i giorni e con i giorni i fogli letti. Rimasi mesi con la paura del mattino in cui avremmo letto quell’ultimo schifosissimo racconto nella pagina scarabocchiata.

Telefono a Gianna.

 – Buongiorno signora, sono Renato, potrei parlare con Gianna?

 – Ciao Renato, te la passo subito.

 – Grazie signora. Ciao Gianna, come stai?

 – Bene, che piacere, tu come stai? Fa un caldo boia a Viareggio e da te.

 – Sì, anche qui si muore.

 – Ma quando parti, sei ancora a Torino, vero?

 – Sì, partenza rinviata, non so, i miei devono aspettare perché devono accompagnare mia nonna per un controllo. Che palle, qua si muore di caldo e c’è solo Corrado. Tu la vedi la partita domani?

 – Certo che la vedo. Ho ritrovato tutti gli amici dell’anno scorso, la vediamo insieme a casa di Lucio. Lucio, sai quello con cui uscivo l’estate scorsa? Adesso sta con Mara.

 – Mara?

 – Sì, quella della I C, quella rossa con le lentiggini. Viene tutte le estati a Viareggio anche lei.

 – Ah.

 – Senti, mi pensi?

 – Come ti penso? Certo che ti penso, non ti pensassi come avrei fatto a telefonarti.

 – Scemo. Mi pensi e facciamo come abbiamo detto.

 – Sì, Gianna, siamo insieme.

 – Che bello, mi piace stare con te. Adesso devo andare. Me lo dai un bacio?

 – Sì Gianna, ti bacio.

 – E io bacio il tuo bacio. Ciao Renato, ti chiamo domani pomeriggio tra il primo e il secondo tempo, vuoi?

 – Sì, ma non so se sono a casa, forse vado a vederla e tu sei da Lucio, facciamo che se non ci si becca ci sentiamo dopodomani a pranzo, eh?

 – Va bene facciamo così. Ciao, adesso vado al mare.

 – Ok, ciao ti bacio.

 – Bacio sul tuo bacio, ciao.

Secondo me quel Lucio se lo rifà. O forse no, sennò me lo diceva. Quindi se lo fa ma non lo sa ancora. In pratica saranno tutte puttane le donne ma senza saperlo ancora. Non mi dà molto fastidio. Fa troppo caldo per avere un fastidio che mi distragga. Mi sa che sarà un’estate noiosa. Nizza con i genitori e nonna. Che palle.

Passerò la mattina in spiaggia con gli amici a guardar tette e culi di donne che non la danno e sanno che sai che non la danno e a interminabili partite a pallavolo. Di pomeriggio gireremo sudati per le strade dell’isola pedonale in cerca dei culi e delle tette che non la danno. La sera ci dimenticheremo che sappiamo che non la danno e in discoteca faremo le facce più da fighi che possiamo. E la notte ci faremo seghe pensando a quei culi e a quelle tette che finalmente ce la danno.

Va be’, non è detto che vada così. In fondo l’estate scorsa qualche pomiciata sparsa l’ho pure rimediata. E magari i miei mi lasciano andare a trovare Gianna. Già, ma se lei nel frattempo si è messa con Lucio?

Madonna che caldo fottuto che fa oggi.

Chiamo Corrado.

 – Ciao, com’è?

 – Bene, cheffai?

 – Un cazzo, mi rompo i coglioni dal caldo, e tu?

 – Idem. Ci si vede ai giardini?

 – Ah, prendo la vespa, ci vediamo là fra quindici minuti.

Prendo la vespa, vado ai giardini.

I nostri giardini sono belli. Ovali, lunghi, duecento metri. Sono divisi in tre. La prima parte è rada con pochi grandi alberi e un toro verde per fontana. E’ la parte dei miei dieci anni, lì facevamo le partite di pallone. La parte centrale ha scivolo, girotondo, altalena. Ovviamente lì ci andavo con mia nonna e i bambini e le tate. L’ultima parte è vuota in parte e con grande aiuola. Lì ci si imboscava dai tredici ai quindici anni per liminare.

In pratica ho vissuto tutta la mia vita in quei giardini.

Vespa primavera T3, novantacinque all’ora, quattro marce. Quella stretta, con più ripresa, meno comoda, più cattiva. Bianca in origine, diventata azzurra con due bombolette spray di vernice. Bellissima.

Ci troviamo al solito posto, davanti al toro verde.

 – Ciao, com’è?

 – Mah, bene, tutto sommato, ma ‘sto cazzo di caldo.

 – Madonna, lascia stare pure in vespa non passa, ti arriva solo aria calda.

 – Che facciamo?

 – Boh, andiamo da Gatsby a prendere un gelato?

 – Ok, a chi fa prima?

A chi arriva primo. La strada si muove sempre veloce e stretta. Le macchine vicine, tutto è sfocato, la telecamera è su di me.

A chi arriva prima arrivo sempre primo.

Un gelato.

Telefono a casa che faccio tardi.

 – Vieni, nené sta male.

A chi arriva prima arrivo sempre primo.

Mia madre è agitata, ha chiamato il dottore, il dottore non c’è ancora. Mia nonna respira a fatica, respirando sento un fischio, sento l’aria che non arriva come dovrebbe. E’ agitata, si muove sulla sedia. E’ magra, magrissima, i suoi occhi sembrano una scultura di bronzo su viso di legno.

Siamo nella sua camera, c’è poca luce, mia madre cammina avanti e indietro. Non so cosa fare, dio mio cosa devo fare? Il mio respiro segue quello di mia nonna, sento solo più aria che non vuole arrivare ai polmoni e fischio e fischio nell’aria che non sa di niente. E’ tutto sfocato, vedo gli occhi di mia nonna che cercano i miei, la sua mano che cerca la mia mentre il poco peso del suo corpo sembra ballare sulla sedia. Mia madre è nel contorno sfocato.

Non riesco a tenere la sua mano nella mia, mi alzo, cerco di diventare sfocato anch’io, mentre lo faccio diventa tutto nitido. Nitida è la stanza accanto, Nitida è mia madre che mi dice “ma quando arriva il dottore? cosa devo fare?” Nitida è la luce fioca di mezzo pomeriggio di luglio che passa dalla finestra ai miei occhi, nitido è il mio cane a cuccia, che sembra sognare.

E’ tutto nitido tranne mia nonna che muore senza la mia mano e lontana dal mio sguardo. Muore nel contorno sfumato e al gioco di chi arriva primo io non sono partito.

Adesso mia madre piange e io l’abbraccio e arriva il dottore e passano i minuti e le ore e ancora tutto è sfocato. Mia nonna adesso è a letto sdraiata, la porta della sua camera si chiude e la luce del mezzo pomeriggio ormai si è fatta buia. La scultura di bronzo su viso di legno è andata via.

Mia madre dice che sono stato bravo, che l’ho aiutata quando sua madre moriva.

Mia madre non mi ha visto quando scappavo dalla sua mano e dai suoi occhi sui miei.

C’è Italia – Brasile; vado da Corrado.

Io non piango. Domani c’è il funerale e non piango. Non riesco a dormire ma non piango. Fa un caldo schifoso in ‘sta cazzo di città. Paolorossi ha fatto tre gol e ha mandato il Brasile all’inferno, io non piango.

Una volta sono entrato in camera di mia nonna e lei era nuda, lei non mi ha visto. Aveva il seno molle mia nonna ed era curva su se stessa. Tra le gambe aveva dei peli duri. Mi ricordo che quando avevo sei o sette anni l’avevo fatta arrabbiare e lei mi rincorreva per casa. Inciampò. C’era sangue per terra e un taglio sulla fronte. Lei mi disse “sei cattivo”. Io non piango.

Un’altra volta eravamo andati al mercato e facevo un capriccio, volevo che mi comprasse un regalo, lei mi disse “smettila, trattami bene, quanto credi che mi resti ancora da vivere? Quattro o cinque anni”

Io non piango.

Fa caldo al cimitero. Il rabbino parla in ebraico. Siamo tutti intorno alla bara, mamma, papà, Riccardo e Sara. La vedo andare giù nella terra.

Nella mia mano destra stringo due cuori d’argento.

Corro lontano. Piango. Piango che non riesco a respirare. Piango e mi fa male lo stomaco, mi fa male il petto, sento le gambe molli e ora, davvero, è tutto sfocato.

sangue trasparente (this is not a love song)

Mi sanguina il culo.
L’altro giorno sono andato con una puttana, mentre me lo succhiava mi ha messo un dito dentro con troppa forza. Era molto brava, una negra, brasiliana. Lo succhiava forte, io seduto sul letto, lei per terra. Non molto bella, con una pancia troppo evidente. E adesso mi brucia il culo, puttana troia. Non che mi sia spiaciuto, anzi, ma avrebbe potuto fare più piano, che cazzo. E poi, la cosa grave è che sono tre giorni che non mi cambio e questo mi crea un po’ di imbarazzo.
Prima ero in un bar, per l’aperitivo, aspettavo Giulio, ero solo, musica forte, con un dj, come si usa adesso, e mi sembrava di essere in un videogioco, voglio dire, si muovevano tutti plastici, il suono era ovattato, irreale. O forse, peggio, reale. A un certo punto alternavo possibilità di giochi. Ero un cattivo che tirava fuori la pistola e li doveva uccidere tutti, un colpo a cranio. O un pilota che doveva evitare le automobiline uomini macchinette che se le investi pazienza, ricominci da capo. Lo immaginavo e lo avrei fatto, se solo fossi riuscito a togliermi questa patina di normalità che ancora, forse per poco, mi separa da me.
Non lo so, forse, invece, non riuscirò mai e continuerò a vivere in questo stato di inerzia da contratto sociale. Sono buono, lavoro, non uccido. Ma poi chissenefrega, in fondo, posso anche non ucciderli, in fondo cambia poco, sono già morti. Questi del bar erano tutti dai 20 ai 35 anni, tutti forzatamente alla moda, sorridevano le donne truccate, sorridevano gli uomini malconci e col trucco solo nello sguardo. Da “cazzo quanto son figo, c’ho pure il rolex, dovresti proprio darmela, brutta puttana troia che non sei altro”. A un certo punto ho avuto la sensazione che il mio culo incominciasse a sanguinare e sono andato al cesso a controllare e sanguinava davvero, maledizione, aveva lasciato pure una macchia sui pantaloni. E così paranoie immediate, “si vede? Non si vede? Metto la camicia fuori dai pantaloni e poi tanto ho la giacca, non dovrebbe proprio vedersi, che cazzo”. Non si vedeva, ma, come dicevo prima, non mi cambio da tre giorni e adesso la macchia incomincia ad essere evidente. Non mi cambio per una serie di inutili motivi, non mi cambio e basta, saranno cazzi miei perché non mi sono cambiato, no?

Comunque, dicevo, erano quasi tutti dai 20 ai 35, ma la stessa cosa mi capita con tutte le altre persone, specie con gli impiegati a pranzo, nei bar, non so perché. Diciamo che a) li ammazzerei tutti e b) non li considero vivi, sì, vabbe’ sembra un controsenso, lo so. E’ la vecchia, noiosa storia ripresa dai cyber punk sul fatto che nulla esiste, che è tutto una nostra cazzo di proiezione, cosa che del resto dicevano anche i filosofi un sacco di tempo fa. Lo so, è banale, ma che cazzo ci posso fare se spesso mi sembra l’unica cosa vera, l’unica giustificazione a tutto? E poi chi cazzo me lo dimostra che un’altra persona esiste? Credo che nessuno possa. Non che questo mi porti a non provare nulla per le persone, anzi. Ho molti amici, una fidanzata, i genitori. Il punto è se morissero quanto mi dispiacerebbe? Credo poco, forse quasi niente e credo che non avrei difficoltà ad ammetterlo né a me né ad altri. Comunque, dicevo, ero al bar, mi sanguinava il culo e aspettavo Giulio.

I rumori passano lentamente. Piove e c’è traffico, le macchine squillano, i passanti urlano. E io cammino senza destinazione mai. E i rumori passano passo dopo passo. Lentamente, mollemente si dissolvono facendosi pensiero. Cammino piano trascinando peso e pesi e non penso che al calare delle gocce per terra e ai grigio ghiaccio che scende dal cielo. Vorrei una biova calda e un pallone e un cornetto crema cioccolato, ne vuoi un altro, ancora un po’ di coca cola? Vorrei la giornata più bella del mondo quando proprio in questa via, già, forse proprio in questa via, vorrei l’incanto prima di morire e poi più nulla, vedere le parti di me che una a una si staccano, scivolano in basso, diventano niente, una a una, una a una, poi più nulla, un lento passare, una sostanza non visibile che soffia piano, che passa, passa, passa da un lato all’altro come in un videogioco di un cretino incredulo, passa come uno slittino sulla neve quando fa freddo ma non importa l’importante è avvivare giù dove la salita e la discesa non hanno più senso, passa come un delitto dimenticato, passa e poi passa ancora. fino a non distinguere il movimento dalla quiete, fino a non distinguere me da te da tutto.

Non voglio più morire in questa vita. Troppe volte son morto, adesso basta. Aspetto Giulio e Giulio al solito non arriva. E non so cosa fare, un bus, mi serve un bus capolinea a capolinea per riordinare le idee, per trovare una soluzione a tutto.

C’è sempre una soluzione a tutto e io la cercherò sul bus guardando le facce degli altri passeggeri, guardando fuori le automobili e i colori del cemento e del cielo e la strada bella e lenta e veloce. O forse no, nessuna soluzione.

Gli dei, se si guardano, muoiono.
Eppure non passa, questa giornata non diventa la più bella, finisce così.

Qualcosa di concreto, ci vuole solo qualcosa di concreto. Devo smettere con questo silenzio tra me e me. Basta parlarsi e si risolve tutto. Basta fare un passo dopo l’altro, lentamente, solo un passo, nella direzione giusta e il problema è già finito, non più tentennamenti, ma decisioni giuste, passo dopo decisione, concretizzare, ecco quello che devo fare, basta, adesso trovo soluzione e andrà tutto bene.

L’importante è la direzione. Tra un quattro ed un sette, a scuola, la differenza era un dettaglio, un “usciamo, non usciamo, massi esco” , un momento solo, un secondo, la mia esistenza è creata da tre minuti decisivi, qualche secondo per anno, sempre sbagliati, mi hanno portato qui a cercare ancora qualche secondo per mettere tutto a posto. Dentro di me ci sono anni e anni, difficile trovare i secondi, difficile riuscire a non morire per l’ultima volta, questa volta.
E Giulio non arriva e domani saranno quattro i giorni con gli stessi abiti e il cielo questa notte sarà nero sopra di me, dentro di me.

Certe volte ti penso e vedo me dentro di te. Certe volte ti penso e vedo solo la tua perle, altre solo i tuoi occhi, altre i gemiti sotto di me. Certe volte penso agri dei che ci guardarono la prima volta che ci guardammo e sono felice. Altre volte gli dei giocano a nascondersi e il ricordo diviene ritratto, la vita pastello, ed io conto le persone come si contano le pedine inesistenti di una scacchiera e tutto diventa contorno visibile e falso delle mie finte funzioni. Tutto diventa percorso senza fine, strada senza uscita e senza possibilità di ritorno. Non passerà? Bisogna trovare il mattone afflitto di verità e con un sol colpo far cadere tutta la casa marcia e poi passare, semplicemente passare e venire da te, e, raggiungere me. Ma che non sia retorica,questa volta.

Piove, piove quasi sempre quando deve piovere. I secondi continuo a non trovarli, quindi vado in un bar a prendere un caffè. L’anormalità ti porta in dono la solitudine, la disperazione spesso te la fa odiare. Io adesso non sono ancora disperato, riesco ancora a oscurare la vista sulla lunga distanza, mi concentro o meglio mi assento, sul caffè. E’ autodifesa o vigliaccheria, dir si voglia, quella di non guardare al dopodomani, forse anche al domani, e a me riesce benissimo, e così facendo, se non altro, non impazzisco, non mi dispero, non penso dentro. Così sia. Il caffè è buono e caldo e lo bevo seduto, sfogliando il tuttosport dei locale, unto e consunto, con i fogli fuori via. lVli piace il calcio, tifo juventus e quest’anno sembra non andare male, specie in coppa, e poi c’è delpiero che sta giocando da dio, speriamo bene.

E un vacuo pensare quello che mi porta fino al garage di casa mia, dove il cancello prima è chiuso, poi aperto su nulla. Non c’è nulla nei garage di casa mia, non c’è auto, moto, bici, non c’è attrezzo, vino, riserva. Non c’è luce e così anche quella porta in fondo al garage, non c’è.

Giulio non arriva, me ne vado. Il punto è” dove e perché? Non trovo molto senso nello spostarmi. C’era anche in un film o in un libro, una persona che di colpo smetteva di camminare e, semplicemente si fermava. Dovrei fare così anche io, ma a volte fermarsi è più complicato che continuare a camminare, e così altra corsa, altro bar, un po’ di vodka, per piacere.
Due anni fa non era così, era tutto diverso due anni fa. O anche solo due mesi fa forse. Adesso sembra che non ci sia più scissione tra ii giorno e la notte, tra la notte e il giorno dopo. Un unico, eterno, tempo, che pare non passare, che sembra non passerà. Devo cambiarmi.

Qual è la differenza, nei ricordi, tra la felicità e la tristezza ? La sensazione che ne traiamo è una copia, non l’originale.
E se non c’è differenza nel passato come può esistere nel presente?
Il futuro è una dea che non c’è. lo mangio il pane e guardo le briciole.

Mi spoglio mi lavo mi rivesto con abiti consunti e puliti. Mi pettino lavo i denti sembro normale nella norma, in mezzo a tutti non mi distinguo più, non sanno chi sono, non sanno niente
adesso, posso camminare e andare e se mi fermerò forse nessuno riuscirà a notarlo. Ho voglia di un piatto di fallafel. A San Salvario c’è un turco che lo fa bene, costa poco, io ci vado.

E come è buono questo fallafel che sa di Africa e Medioriente e basta Europa case e democrazia a rate un tanto al mese un poco alla volta e bambini referendum per il colore dei capelli delle maestre dei palloni blu o lillà, questo fallafel è proprio buono e io non sono più in Europa italia Torino san Salvario bar pantaloni puliti e consunti e non sono più in questo corpo brutto e vecchio, in questo cervello in cancrena non ci sono più io. E’ così buono questo fallafel e io sono solo il sapore nella bocca, senza corpo codice fiscale dio amore odio, e strade da camminare senza scarpe né piedi.

sapone

Che noia l’inconscio e che noia Jung. Che noia i sogni quando sogni l’infanzia e quel giorno che non ricordavi e ti svegli e adesso è quasi chiaro, che chiaro ancora no, chiaro mai, ma quasi.

Che noia le analisi e pensa a quello e pensa a quello e pensa a quello e la vita è difficile si sa, ma è unica la vita; che noia, che noia l’unicità e la complessità e che noia il groviglio da districare e le canzoni impegnate, da ascoltare.

Che noia anche questa è fatta e che noia mettercela tutta, la mattina che ti svegli e che fa freddo ma poi c’è la doccia calda e l’aria esce piano dalla bocca e la pelle torna piatta e il vapore sul vetro da disegnare un viso che ride, che noia, che noia la sufficienza per prendere le cose e per lasciarle andare via e la mano che si schiude e la pelle che rimane.

Che noia quella membrana che continua a vestirti quando i vestiti te li toglie e vorresti solo dimenticare, tutto chiudendo gli occhi, recidere e smettere di germogliare, che la crescita è solo dilatare e dilatare è ostinazione.

Che noia e questa noia è opaca e sopra e sotto c’è ancora opacità e tutto quello che puoi fare è recidere sperando che il sangue non sia colla e tu, solo, geroglifico.

Essere una saponetta che scivola da un punto all’altro come fosse niente, o almeno poco.

[Confessioni di un ologramma] Quella cosa là – Il secondo dei cinque sensi

È come se ti avessero rapito, portato via. E tutta la tua vita non c’è più. Non c’è più il tuo letto, non ci sono più quei colori sui muri, non c’è più il linoleum verde nella stanza di tuo fratello perché, anch’essa, non c’è più. E non c’è più l’università coi suoi gradini prima dell’ingresso e il bar di fronte e poco oltre il parcheggio in cui quella volta un tuo amico ti mise della coca dentro il braccio. Non c’è più tua nonna che era già morta ma c’era ancora. E poi tua madre e tuo padre, non ci sono più. E all’inizio ti sembra tutto irreale, nel nuovo posto in cui ti hanno portato. Le pareti sono diverse, il letto ha un altro odore, il sole stesso sembra profumare di qualcosa di diverso quando scalda le lenzuola. E al tuo fianco c’è una donna che non ti sembra ancora casa. Casa adesso è nei ricordi di prima che ti rapissero. E ogni tanto ti chiedi se il rapitore ha chiesto un riscatto e se qualcuno lo pagherà così da ridarti alla tua vecchia vita, ma passano i giorni e quella tua vita è sempre più un pensiero e quel pensiero compare sempre meno. E non ti domandi neanche più che faccia possa avere il rapitore nella porta accanto. Non ti domandi perché nessuno è venuto a liberarti. E non ti domandi quasi più niente. E quando vai a letto l’abbracci e inizi a riconoscerla. Senti il suo odore, l’odore dei suoi capelli, l’odore della sua fica, dei suoi piedi. E la stanza del rapitore è sempre più lontana e lei sempre più vicina. E la stanza del rapitore è sempre più piccola, e il tuo letto sempre più grande, più grande è lei che per abbracciarla devi allargare le braccia, più grandi i seni che ci puoi dormire sopra, più grande la fica che quando ci entri puoi entrare in tutto il suo corpo con tutto il tuo corpo fino a mettere dentro anche i piedi, e poi restare lì, dentro di lei, e vedere la sua milza, il suo cuore, la sua gola.

E quando oramai ti sei dimenticato pure che esiste un rapitore, quella notte in cui ti alzi, appena uscito dal corpo di lei, senti la sua porta, sempre più piccola e distante che si apre. E allora finalmente capisci che puoi guardarlo in faccia, e ti avvicini a poi entri, e dentro non c’è nessuno.