La pioggia non aiuta la giornata. Sono stanco, la borsa, anche se di pochi chili, dopo qualche ora inizia a pesare. Non sono riuscito a trovare una soluzione neanche oggi e le forze iniziano a vacillare. Ho cercato un posto per collegare il telefono al wifi per poter comunicare, ma oggi niente, non sono stato fortunato. Posso ancora provare, chissà, anche se pure la batteria inizia ad avere poca carica. E così cammino, che la stanchezza, per adesso, è inferiore alla irrequietudine. E un isolato, e ancora uno, e un altro ancora. Oggi non ho voglia di pensare troppo. Di pensare sì, di provare sì, di cercare sì, ma non fino in fondo. Non ho voglia di affrontare quella cosa, non oggi, non adesso, tra un po’ forse qualcosa mi ci porterà, qualcosa farà in modo che io debba vederla per forza e dirci qualcosa, o anche solo ascoltarla, ma adesso preferisco continuare a camminarci sopra, con passo svelto per non venirne imbrigliato, con sguardo altrove per non esserne incantato.

Un negozio di bici è qualcosa di buono, da incontrare. Ne capisco, posso parlare col commesso, posso chiedere se nel frattempo mi mette il telefono in carica, posso andare a trovare quello che ero e abitare perfettamente quella conversazione in cui penso di essere interessato a questo o a quel modello e chiedere se è possibile averlo in configurazione record perché shimano no, proprio no, grazie.

E così un’ora è passata, la borsa pesa un poco meno, il telefono ha più autonomia.

E mi siedo, che non piove e prendo la sigaretta elettronica e di carica ce n’è, di liquido pure, e tutto sembra quasi familiare. Sì, lei non c’è, non so se ci sarà e le strade interrotte non ti portano in paradiso, ma questo dolore per adesso preferisco trascurarlo.

E questo odore mi porta indietro, questo odore che esce da qualche panetteria, di pizza con acciughe, di quella bassa, tra il morbido e il croccante. A Viareggio, ai dieci anni, a mia madre che mi dice che mi sono macchiato la maglietta a righe, e lo dice ridendo, a mia sorella che continua a mangiare e a mio padre qualche avanti o indietro, con la macchina fotografica in mano a cercare di dare un senso a questa immagine. Era una bella giornata di agosto, quella, e faceva caldo e all’odore di pizza si univa quello di olio da sole, o come si chiamava, quando per proteggersi dalle ustioni si usava quella cosa lì e non le creme. Poi diventavi rosso come un peperone lo stesso, perché giocando a calcio in spiaggia ti dimenticavi del tempo e di rimetterlo e poi la sera bruciava tutto, tra pelle e lenzuola, ma poi dormivi, e il giorno dopo ci sarebbe stata altra pizza e altro mare.

E il tempo passa anche adesso, e io sono ancora seduto, e il sole inizia a cambiare nazione, continente, e resta solo afa e penombra. Riprendo a camminare, vado a trovare quel negoziante di computer e tecnologia, e poi è sera e la gente ride, scherza, fa aperitivo, gioca, si bacia, fa rumore, litiga per pochi secondi, va al ristorante, si siede, lascia il palmare a fianco del piatto e il pacchetto di sigarette dall’altra, e parla di vacanze e di colleghi e di quella volta che.

Io non sono come quella gente. Quante volte l’ho detto. Quante volte avrei voluto essere come quella gente, quando non potevo, e quante volte sono andato via, quando lo ero. Adesso torno a pensare che lei c’è e che non c’è. E’ il pensiero comune, banale, è il pensiero canaglia, che poi mi porta a pensare a tutte le volte tra le sue braccia e le sue gambe, e a quel fottuto senso di estraneità da corpo e mondo e a quella comunione tra purezza e bestialità.

E passano ancora un paio di ore, e poi tre, e poi cammino e sono stanco. Adesso la borsa pesa cento chili, la gente è andata a casa, a portarsi le voglie e a barattarle per un letto, a portarsi il palmare e le sigarette e la donna e ancora qualche parole, di amore o di ego, e buonanotte, a domani.

E la strada sembra non andare avanti e devo trovare un posto per dormire. E niente, solo maledette case. E ancora case e la borsa è sempre più pesante. E quella cosa, quella cosa che stamattina non volevo affrontare, inizia a spingere e buttarmi a terra. Ma non posso dormire qui, così continuo, passo dopo passo, a portarmi più avanti, e a ogni passo penso: “adesso basta, buttati per terra, sei vecchio, sei stanco, cazzo, muori, vaffanculo a tutto, a lei, al mondo, a quegli stronzi nei ristoranti, anche a d-o, se c’è, vada là insieme a tutti loro, io voglio solo che basta, basta passi uno dopo l’altro.

E continuo, invece, anche se fa male la gamba, la schiena, fanno male le braccia, fa male davvero tutto e mi sembra di camminare nel cemento quasi solido, devo muovermi prima che diventi roccia e che io ne diventi parte. Devo trovare un cazzo di posto al riparo da freddo o caldo, o polizia o banditi, e dormire, lasciare che il tempo scorra per i fatti suoi e svegliarmi che è già domani.

Ma non lo trovo e la borsa adesso è una montagna e d-o è ancora là che non mi dice se esiste o se è un disegno, e lei non c’è e io sono più vecchio di un anno rispetto a dieci minuti fa. E cammino lo stesso, inerte al dolore, a lacrime e rabbia e cammino senza più chiedermi perché.

Poi, di colpo, mentre scivolo in un buco di prato che casualmente incontro, tutto, per pochi secondi, sembra svanire, quella cosa mi ha trovato, lei è ancora lì, da qualche parte, e io, vaffanculo, sono ancora vivo.

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