Che tu sia bersaglio per la mia notte insonne passata a contarti gli sguardi e a squarciarti il petto.

Che tu sia pausa di mezzogiorno, tra un sacchetto di plastica di un centro commerciale di nome Qualunque e un verso di Mallarmé sentito mille volte ma ora solo lettere perfette, passate e sepolte.

Che tu sia mattino senza sole, sotto nebbie a raggiera che mi bagnano bisogni e certezze.

Che tu sia pranzo di carne e di sangue da salare con occhi e respiro.

Che tu sia parola rinnegata e sofferenza, bolle di nervi e poi lasciare.

Che tu sia buchi da riempire, dita da raccogliere appese al letto in penombra mentre ancora gridi aiuto.

Che tu sia distanza tra attesa e oggetto, gambe nel cemento che strappano centimetri senz’aria, e poi mani.

Che tu sia seni da allattare, strappare, masticando vetro, e poi budella, e poi fica da chiudere, corpo da cingere, bocca e saliva.

Che tu sia silenzio e poi lampo, scossa e poi tempo che passa poi molle, che passa poi in fretta.

Che tu sia rasoio la mattina, in ginocchio sul letto, aspettando i tuoi occhi.

Che tu sia figlia e poi vacca, da monta e da latte.

Che tu sia segni di sole, tra pioggia e contorni.

Che tu sia qui, per sempre soltanto.

10 pensieri riguardo “Vacca da latte e da monta

  1. Questo racconto (o parte di romanzo?) mette in contrasto il mio corpo.
    Per una parte di esso alcune frasi sono contro cultura, per un’altra parte del mio corpo sono scatenenti.
    Sei uno scrittore pazzesco.

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