Svegliandosi, Joseph, invece di fissare il diavolo fissò il vuoto. Per un attimo pensò di aver sognato qualcosa, ma,  alzandosi, ogni barlume di ricordo si perse coi suoi movimenti. Il senso di pressione che nel sogno aveva trovato un nome, nella veglia non l’aveva e, nemmeno, aveva riconoscibilità. C’era, era lì, sopra di lui, ma non aveva veste propria. E così, il buon Joseph, era solito dargli nomi diversi. Una volta si chiamava “stanchezza”, un’altra “problemi”, un’altra ancora era, semplicemente “vita”. Insomma, c’era ma era come se non ci fosse, c’era ma era visto come quell’inspiegabile senso distacco che spesso aveva da sé stesso.

Viveva da solo, e, al risveglio, come in tutti i giorni lavorativi, faceva la doccia, poi colazione, infine auto verso l’ufficio. Quel giorno aveva un appuntamento di lavoro importante. Si occupava di amministrazione per una multinazionale e, in previsione di un suo possibile trasferimento con avanzamento di carriera, un responsabile sarebbe arrivato per un ultimo colloquio.

Si era messo la cravatta migliore, la camicia con le sue iniziali e il completo che aveva comprato qualche mese prima, in quel negozio caro, in centro città. Non era preoccupato, in realtà non ci teneva così tanto alla carriera, piuttosto era interessato al trasferimento, al conoscere nuove persone, a dare una svolta a una vita che, per lo più, lo annoiava.

Mentre guidava un senso di sicurezza sembrava quasi avvolgerlo. Era dentro l’auto, le mani sul volante, i piedi sui pedali; in mezzo a un traffico di altre centinaia di persone che si muovevano quasi all’unisono, con tante mete diverse che però portavano verso posti simili, persone simili, lavori simili. E lui, in quell’auto, era come fosse un pezzettino di quel flusso in lento movimento, e, più che controllarlo, si faceva trasportare.

Arrivò in ufficio, come sempre, con qualche minuto di anticipo, sufficiente per un altro caffè e due chiacchiere con il barista. “Come va, tutto bene, oggi c’era molto traffico, neanche tanto, forse piove, di questi tempi non si capisce più, hai visto la partita ieri, no ero stanco, grazie ci vediamo a pranzo, mi raccomando se faccio tardi tienimi il solito da parte”.

E poi i due passi, i soliti cinque minuti per arrivare in ufficio, per respirare a pieni polmoni aria e smog, per salutare i colleghi, per guardarsi allo specchio, per aprire la porta del suo ufficio cheera sempre lì, sempre uguale, e poi sedersi, accendere il computer, guardare le email in arrivo e perdersi nel lavoro.

Qualche ora seduto, una pausa caffè, e al telefono gli dissero che era arrivata quella persona, dalla sede principale. Si alzò, si sistemò la cravatta e, di un tratto, gli sembrò di muoversi pianissimo. Le sue braccia avanzavano seguendo i movimenti delle gambe, mentre camminava verso la porta, ma sembravano passare secondi ad ogni passo. Gli parve, invero, che tutto andasse pianissimo, non solo lui. Per una frazione di secondo pensò di fermarsi, ma tutto ciò non aveva senso, deve essere solo la pressione bassa, pensò, e poi la persona lo stava aspettando a pochi metri, e lui doveva solo continuare a camminare. Solo continuare a camminare e tutto sarebbe andato a posto. Ma, di colpo, si fermò.

2 pensieri riguardo “Joseph e il diavolo (parte seconda)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...