Non ti preoccupare

– Se non hai piacere che venga, non ti preoccupare.

Quanto ci avrebbe messo, mille vite fa, a rispondere? Un secondo? Dieci? E quanto tempo ci avrei messo io, a togliermi quell’espressione da film di serie b dal volto, leggendo “ti aspetto, vieni, vieni, vieni, vieni”. Invece adesso guardo lo schermo, il messaggio non sarà arrivato? Starà facendo altro, mettendo a posto un piatto sporco, pensando a come dire di no senza farmi troppo male, si starà cambiando per andare a letto, o starà leggendo un libro che non le ho consigliato io. E passano i minuti e diventa una delle mille vite e penso a quella volta che ci vedemmo a Milano tra una mia bugia e un suo treno. E camminavamo per le vie del centro, e un bar e un altro ancora, questo no, vieni qui, che ti frega, mica ti possono vedere, ma che caldo, ma che bella, che sei quando cammini e quando ti fermi, quando piove, ecco, adesso.
E poi un’altra vita e ti spoglio, ti voglio, ti guardo e ti annuso e quella sensazione dell’importa nulla del poi, che dopo i chiodi torneranno a sentirsi e Barabba di lato a parlare di oro, ma adesso no, la croce sa di pioggia e di fica e le parole sono come canditi da mangiare piano, e le parole sono come il fumo dalla sigaretta che brucia e tu la guardi col sapore di nicotina in fondo alla gola.
E la gente parla forte, di amore e di viaggi, mentre il messaggio non arriva. E sembrano piccoli lombrichi che si agitano in un cesto coperto di miele quando compiaciuti ricercano consenso. Consenso ricambiato per un pezzo di spago, da avvolgersi un regalo da aprire a Natale. La musica copre senza riuscire a nascondere, la musica avvolge, senza riuscire a guarire.
Così come non si rinasce mai, neanche se ci si reincarna in un pesce rosso, abbandonato in un sacchetto di plastica, davanti a una giostra in cui hai giocato senza pagare il biglietto, il messaggio arriva e le parole diventano prezzo.

Antisemiti in clarks

Giuseppe Genna, nella sua pagina facebook, scrive:

E’ semplicemente vergognoso che l’Italia e l’Europa tacciano, continuino a tacere, davanti e perfino intorno a quanto sta accadendo in queste ore nella Striscia di Gaza. E’ un genocidio, altroché operazione di terra per scovare i tunnel. Queste sono immagini dall’abitato di Shujaiyya: è una nuova Sabra e Chatila. Si contano 44 morti fino a ora. Uomini donne bambini massacrati, slogati, pronti alla decomposizione, mortificati prima che morti: sono le sillabe del loro sangue a pesare sul silenzio occidentale. Altroché ripetizioni dell’infinito conflitto mediorientale che mettono a disagio perché le abbiamo viste infinite volte (ho letto in giro anche questo). Devono vergognarsi tutti gli europei, gli italiani brava gente in primis, ché il premier sta in Mozambico ad annunciare che Eni investe 50mld. E’ un giorno di morte sacra, questo. Questa notte è stato il saccheggio della vita a opera di ebrei e questo fa più dolore ancora. Quanto vale un bacio da fratellino a un popolo martoriatissimo, il palestinese, che da decenni sta subendo lo stillicidio della lenta morte contrattuale? Vale nulla, è vero, ma io bacio da fratellino le guance dei palestinesi, inzaccherate di polvere e sangue o linde di aria frizzante che fa attrito mentre si fugge, chissà dove, dalla morte che parla – è incredibile – in lingua ebraica.

Premettendo che il testo riportato del Genna è simile ad altri diecimila e che quindi, ovviamente, lo uso solo a esempio, uno scrittore dovrebbe conoscere il significato delle parole. Genocidio è quello che vorrebbe Hamas, non quello che fa Israele (il ché non vuol dire delegittimare Israele dalle colpe che, a mio avviso, ha). Ma questa è ignoranza, ignoranza strumentalizzata e strumentalizzante, certo, ma siamo ancora nei confini dell’intellettuale che non mette il proprio cervello a servizio della ricerca di un suo punto di vista, ma si asserva al modello etico, ma soprattutto estetico, culturalmente “giusto”; si asserva ciecamente a quello che non lui, ma molti come lui – tutti quelli come lui – hanno deciso essere “il vero”, il “giusto”, “il buono”. Il povero da difendere, la vittima a cui piantare una bandiera nella schiena per mostrare non l’ennesimo morto in guerra, non la vittima presunta ma lui stesso, l’intellettuale: io sono l’occidentale buono, io ti difendo. Ci sarebbe anche da chiedere: difendi come? Ma questo è un altro discorso.
Quello che appare chiaramente è che il palestinese diviene lo status symbol dell’intellettuale. Che evidentemente non conosce, e che altrettanto evidentemente è solo un simbolo estetico per mostrare la propria superiorità etica. Altrimenti, vien da pensare, perché non parlare delle centinaia di migliaia di morti che nello stesso periodo hanno solo il torto di risiedere in terre poco “giustamente attaccabili”?

Ma, la frase che porta il confine oltre e rende il concetto chiaramente antisemita è dopo: “Questa notte è stato il saccheggio della vita a opera di ebrei e questo fa più dolore ancora”. Israele ed ebrei non sono la stessa cosa, e far credere, o credere e basta, che lo sia, unendo la valenza negativa, è antisemitismo.
E, oltre a essere antisemitismo (termine sbagliato, semiti sono anche gli arabi), contribuisce ad allontanare la possibilità di capire i veri problemi, e quindi le quasi impossibili soluzioni, del dramma che si vive nel medio oriente. Dramma di cui è responsabile, sempre a mio avviso, anche Israele. Anche, appunto.

Joseph e il diavolo (parte terza)

In quell’attimo in cui si fermò rivide gli occhi del diavolo. Poi tante altre cose: una notte passata a leggere la nausea di Sartre, una partita di pallone da bambino, la rincorsa a una donna che scappava in lacrime. Poi nulla di reale, un sogno in cui era felice, felice come non lo era mai stato, e poi, di colpo quella sensazione così bella diventava di terrore, come se qualcosa di tragico fosse già capitato, e lui lo sapesse pur senza ancora sapere cosa. Poi, ancora, pensò: ecco, sto per morire, sto rivedendo tutta la mia vita perché sto per morire. Pensò a quanto tutto fosse così patetico e trascurabile. Così insignificante la differenza tra gli antipodi e a tutto quello che c’è in mezzo. Pensava. “è davvero tutto qua?”. Siamo davvero così niente, e questo niente che si veste di tutto, dal potere all’amore, dalla povertà alla ricchezza, dalla casa alla strada, una volta reso nudo e senza nome è davvero così, così insignificante, così poco degno di aver trovato esistenza, così patetico nel credersi quella cosa o quell’altra, così ingiustamente altezzoso quando pensava di valer oro o almeno argento, qualcosa in più di un lungo e sofferente sbadiglio con la gola che raschia e polmoni che ne godono? Pensò a quante volte aveva desiderato morire e ai motivi per cui non lo aveva fatto. Cos’era? Paura quella cosa che lo aveva sempre ostacolato? O istinto di conservazione, quella meschina definizione adatta a moschini che continuano a svolazzare davanti a una lampadina fino, finalmente, friggersi e morire? Pensò a tutti i suoi tristi tentativi per cercare di evitare l’ultimo colpo di calore, e cercare di andare più forte, che stai precipitando, e pensare di essere salvo perché pensi di aver trovato la giusta distanza tra buio e lampadina. Pensò che in fondo non c’era altro nella sua vita e in tutte: svolazzare cercando la giusta distanza tra buio e lampadina per andare avanti ancora un po’. Pensò che sarebbe troppo triste vederla per quello che è, e così, durante tutti i viaggi ci si inventano i nomi, si creano le sensazioni, si stabiliscono legami.

Poi tutto questo se ne andò e Joseph rivide nuovamente gli occhi del diavolo.

Joseph e il diavolo (parte seconda)

Svegliandosi, Joseph, invece di fissare il diavolo fissò il vuoto. Per un attimo pensò di aver sognato qualcosa, ma,  alzandosi, ogni barlume di ricordo si perse coi suoi movimenti. Il senso di pressione che nel sogno aveva trovato un nome, nella veglia non l’aveva e, nemmeno, aveva riconoscibilità. C’era, era lì, sopra di lui, ma non aveva veste propria. E così, il buon Joseph, era solito dargli nomi diversi. Una volta si chiamava “stanchezza”, un’altra “problemi”, un’altra ancora era, semplicemente “vita”. Insomma, c’era ma era come se non ci fosse, c’era ma era visto come quell’inspiegabile senso distacco che spesso aveva da sé stesso.

Viveva da solo, e, al risveglio, come in tutti i giorni lavorativi, faceva la doccia, poi colazione, infine auto verso l’ufficio. Quel giorno aveva un appuntamento di lavoro importante. Si occupava di amministrazione per una multinazionale e, in previsione di un suo possibile trasferimento con avanzamento di carriera, un responsabile sarebbe arrivato per un ultimo colloquio.

Si era messo la cravatta migliore, la camicia con le sue iniziali e il completo che aveva comprato qualche mese prima, in quel negozio caro, in centro città. Non era preoccupato, in realtà non ci teneva così tanto alla carriera, piuttosto era interessato al trasferimento, al conoscere nuove persone, a dare una svolta a una vita che, per lo più, lo annoiava.

Mentre guidava un senso di sicurezza sembrava quasi avvolgerlo. Era dentro l’auto, le mani sul volante, i piedi sui pedali; in mezzo a un traffico di altre centinaia di persone che si muovevano quasi all’unisono, con tante mete diverse che però portavano verso posti simili, persone simili, lavori simili. E lui, in quell’auto, era come fosse un pezzettino di quel flusso in lento movimento, e, più che controllarlo, si faceva trasportare.

Arrivò in ufficio, come sempre, con qualche minuto di anticipo, sufficiente per un altro caffè e due chiacchiere con il barista. “Come va, tutto bene, oggi c’era molto traffico, neanche tanto, forse piove, di questi tempi non si capisce più, hai visto la partita ieri, no ero stanco, grazie ci vediamo a pranzo, mi raccomando se faccio tardi tienimi il solito da parte”.

E poi i due passi, i soliti cinque minuti per arrivare in ufficio, per respirare a pieni polmoni aria e smog, per salutare i colleghi, per guardarsi allo specchio, per aprire la porta del suo ufficio cheera sempre lì, sempre uguale, e poi sedersi, accendere il computer, guardare le email in arrivo e perdersi nel lavoro.

Qualche ora seduto, una pausa caffè, e al telefono gli dissero che era arrivata quella persona, dalla sede principale. Si alzò, si sistemò la cravatta e, di un tratto, gli sembrò di muoversi pianissimo. Le sue braccia avanzavano seguendo i movimenti delle gambe, mentre camminava verso la porta, ma sembravano passare secondi ad ogni passo. Gli parve, invero, che tutto andasse pianissimo, non solo lui. Per una frazione di secondo pensò di fermarsi, ma tutto ciò non aveva senso, deve essere solo la pressione bassa, pensò, e poi la persona lo stava aspettando a pochi metri, e lui doveva solo continuare a camminare. Solo continuare a camminare e tutto sarebbe andato a posto. Ma, di colpo, si fermò.