Joseph e il diavolo (parte prima)

Joseph quella notte aveva sognato il diavolo. Gli era andato incontro mentre camminava lungo un viale, sotto la pioggia. Era buio e non c’erano passanti né auto. Gli disse: “ciao, sono il diavolo”. Joseph rispose: “ciao diavolo, sono Joseph”.
Fecero un pezzo di strada insieme, in silenzio. Ma, in realtà, Joseph non lo vide più, dopo la presentazione, anche se sapeva che stava camminando con lui. Ne avvertiva la presenza.
Da ragazzo aveva letto un passo del Talmud che gli venne in mente: “D-o è pressione”. Si era sempre domandato cosa volesse dire e adesso, finalmente, lo aveva capito, solo che, appunto, non era D-o ma il diavolo. Mentre sognava si rese conto che, in realtà, era una cosa che aveva provato altre volte, in sogno, da bambino. Anzi, era addirittura un sogno ricorrente. La sensazione era esattamente la stessa, quella della pressione, ma adesso la cosa non lo turbava, mentre da bambino ogni successivo risveglio era accompagnato da profonda disperazione. La madre gli chiedeva se c’era qualcosa che non andava e lui rispondeva: “sì, ma non so cosa sia”. E dopo faceva colazione e andava a scuola e quella pressione poco alla volta svaniva.
Adesso, nel sogno, ricordando i sogni da bambino, sotto quella pressione letta nel Talmud, ma con altro nome, si sentiva quasi, di nuovo e finalmente, a casa. Era una sorta di infelice serenità, la sua. Continuava a camminare e i passi erano al tempo stesso pesanti e leggeri. Sembrava muoversi nella pietra a causa di quella pressione, ma era una pietra sospesa in un tiepido vento e lui ne seguiva le lente movenze, rinunciando, passivamente, al suo libero arbitrio.
D’un tratto si accorse che era arrivato sotto la casa che abitava da bambino e si arrestò, e il diavolo ricomparve.
“Hai visto” – il diavolo gli disse – “ questa volta ti ho accompagnato a casa, la prossima, magari, mi accompagnerai tu”. Mentre diceva queste parole Joseph lo fissò in volto e, fissandolo, si svegliò.