Prima parte

Sei un assassino?

 A quindici anni avrei voluto diventare una rock star. Andavo davanti allo specchio, quando ero solo in casa. Mettevo su The Wall, nel Thorens di mio padre, alzavo il volume del Sansui e cantavo a squarciagola. Non proprio a squarcia gola, invero, la mia totale incapacità a produrre un canto gradevole è talmente marcata da spingermi al play back anche sotto la doccia e, quindi, anche a quindici anni davanti allo specchio. Ma ballavo, tenevo un presunto microfono in mano e, soprattutto, c’erano centinaia di migliaia di persone a osannarmi. La maggior parte sconosciuta, ma anche tutti quelli che conoscevo. La mia vicina di banco, che di mattino guardava Pietro, di pomeriggio idolatrava me. La banda riccastri alternativi della classe. Quelli che se ne fottevano dei soldi che avevano e di te che non ne avevi. I compagni del giardino di quando ero più piccolo e che non vedevo da un bel po’, ricomparivano, con qualche pelo di baffo in più e con lo guardo da “lo sapevamo che saresti diventato un idolo, lo sei sempre stato, anche quando non lo eri ancora”. C’era persino mia nonna che sorrideva.

Rock star la sono stata ancora per molti anni, sempre meno, ma ogni tanto, solo in casa, la musica mi spingeva irrefrenabilmente davanti allo specchio.

L’altra notte ho pensato di uccidere mio fratello. Senza musica e senza specchio, a letto al buio, la sensazione era di essere una rock star.

Intendiamoci, lui è quello buono,io quello cattivo. Lui ha fatto le scuole giuste, io ho preso le scelte sbagliate, lui è integrato e stimato, io ripudiato e mal tollerato. In giro di lui dicono che è un serio professionista, che ha una donna che ama, indefesso lavoratore. Ma loro non sanno.

Non sanno chi è davvero mio fratello e non sanno, soprattutto, che deve morire. Morire non di morte naturale, ma dopo atroci sofferenze indotte da me, rock star dei tempi andati, killer per giustizia e, soprattutto, per riuscire a dormire.

Sì, perché, non credo sia una cosa bella indurre una persona a pensare di doverti ammazzare, insomma, già questo è un buon motivo per farlo, per smettere di pensarci. Avete presente la ragazzina che, stufa di pensare alla propria verginità, adocchia il più ingrifato dei compagni di scuola, lo trascina a casa e si fa saltare l’imene come fosse l’ultimo nemico che la ostacola alla integrità col mondo? E lo fa consapevolmente, mentre lo guarda come fosse la protagonista di un film d’amore che si concede al protagonista della sua vita futura, mentre gli dice “sono tua”, sa perfettamente che domani, davanti allo specchio, vedrà una donna, finalmente.

Ecco, io sono la vergine, e, per diventare donna, per il bene del mondo, per smascherare il criminale e punirlo, per smetterla di essere indotto in tentazione di omicidio, per farlo, semplicemente per farlo e provare una gioia immensa nel farlo, e, non ultimo, per riuscire a dormire, devo far saltare lo stupido fratello imene che mi separa dal compimento del mio (e a questo punto anche dal suo) destino ed essere, finalmente, felice e appagato come Roger Waters nel 1978, a giugno, a Londra, dopo aver suonato tre ore di maledetto rock in una giornata di pioggia.

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