Corruzione [confessioni di un ologramma]

La questione rimane aperta, mia sorella mi saluta: “ci sentiamo nei prossimi giorni, mi raccomando”, mio fratello e la sua deliziosa ladra di madri morte (per farne corona) mi accompagnano alla stazione “mi raccomando, questa volta cerchiamo di risolvere le cose, nei prossimi giorni ti chiamo”.

Salito sul treno mi viene in mente una delle gag più imbarazzanti: lei che dice a lui chiamami, lui che sorride per un attimo, attimo sufficiente per far sparire lei dalla scena e affiorare la domanda – spiritosissima negli intenti dell’autore – a lui: “ma come mi chiama se non ha il mio numero?”

Be’, oltre ad essere una gag da pochi soldi, si basava sul fatto che il telefono non avesse alternative: ora c’è la mail che può arrivare ogni secondo sul proprio cellulare, come fosse l’apparizione di una madonna comprata al centro commerciale, a dieci euro al mese, traffico, promesse e sala d’attesa inclusi.

E io, come sempre, non riesco a piangere; mi sforzo, passo in rassegna le poche azioni commoventi che ricordo aver compiuto con mia madre, ma niente, lo sguardo non cambia, i vicini di carrozza non volgono lo sguardo altrove, imbarazzati dalla nuda disperazione che il mio sguardo tradisce, l’uomo delle bevande non allunga il passo, guardandomi, per cercare pecunia altrove, nelle tasche di uomini più conformi e disponibili.

Insomma, non capita nulla, ma va bene così: qualche soldo ce l’ho, abbastanza da continuare ad aspettare che ne arrivino altri. Amazon dovrà pur pagare, e poi sì, tutto sommato il viaggio andata/ritorno con vista sul morto dovrebbe portare qualche ulteriore spicciolo.
Così sia, posso dormire fino a Milano, nella tratta fino a Verona magari riuscirò a trovare qualche commovente immagine che mi faccia soffrire un poco, riabilitando le speranze che io possa diventare una persona degna e corruttibile da buoni e irrefrenabili sentimenti.

La storia di Mario [racconto] – incipit

Erano gli anni ottanta e la figa veniva prima di tutto.

Se qualcuno avesse chiesto a cinque ragazzi cosa avrebbero voluto fare da grandi, qualsiasi cosa, il loro maggior desiderio, le risposte sarebbero state diverse.

Il primo, figlio di insegnanti, era iscritto alla f.g.c.i.. E non aveva alcun dubbio: avrebbe voluto lavorare all’interno del partito, magari diventarne segretario. E questo non per vana gloria, ma per cambiare il mondo, per mettersi al servizio della società e dare il suo apporto per far sì che il mondo potesse diventare un posto migliore, senza disuguaglianze, senza poveri e senza ricchi, senza guerre, senza disperazione per non riuscire a trovare un lavoro. A tutti pari opportunità, a tutti uno stipendio degno del loro impegno, a tutti un futuro senza problemi e con grandi soddisfazioni.

Il secondo era il figlio di un operaio e non faceva alcuna attività politica. Lui non avrebbe voluto cambiare il mondo, voleva cambiare la sua condizione. Basta restrizioni, basta problemi per trovare i soldi per mandarlo in gita a Parigi, come tutti gli altri, basta vacanze in quella brutta casa in affitto in quel posto di mare per vecchietti. Lui avrebbe fatto l’università, avrebbe avuto un ottimo lavoro, si sarebbe sposato con la tizia del terzo banco alla destra del suo, quella carina che lo trattava bene, ma lui lo sapeva che lei sapeva che la figlia di un giornalista non si sarebbe mai messa con il figlio di un operaio. I suoi figli, grazie al suo lavoro, non si sarebbero mai sentiti così.

Il terzo si vestiva con abiti firmati e sua padre era uno che aveva i soldi, ne aveva tanti. E lui non voleva altro che continuare la sua vita, senza cambiamenti. Avrebbe voluti studiare quanto basta per entrare in azienda, per avere una auto sportiva, e poi una casa, due, tre. Voleva una moglie del suo livello. Voleva diventare come suo padre, ma più giovane, con vestiti più alla moda e lavorare un po’ meno. Avere almeno i fine settimana per sé, non come il babbo che era sempre in azienda. Voleva, insomma, essere la versione figa del padre.

Il quarto era il migliore della classe, e i suoi erano impiegati. Si erano conosciuti al lavoro, si erano sposati e avevano avuto un figlio. Lui era molto affezionato a loro, ma non voleva diventare come loro. Voleva iscriversi a matematica alla Normale di Pisa. Voleva diventare uno scienziato importante. E trovare un qualcosa, non sapeva ancora cosa, ma un qualcosa che gli altri non erano riusciti a trovare ancora. Una formula, una teoria, una soluzione. Non per la fama, ma per vedere quella consapevolezza di essere superiore al gregge diventare realtà.

Il quinto era sempre ai bagni della scuola a fumare marjuana e non sapeva cosa avrebbe voluto fare da grande. Magari viaggiare con uno zaino, trovare nuovi amici, vivere la vita come viene, senza farsi troppe domande. Continuare a fumare, che fa solo bene – ne era convinto – molto meno dannoso del tabacco. Gli sarebbe andato bene avere una compagna con cui dividere la vita, senza sposarsi. E magari fare qualcosa di artistico con lei, avere una compagnia teatrale, o, insomma, una cosa così.

Se la stessa persona che chiese ai cinque ragazzi cosa avrebbero voluto fare da grandi, dopo avesse detto loro: “io adesso posso esaudire ogni vostro desiderio, tutto quello che mi avete detto può diventare realtà, lo volete davvero?”, tutti e cinque avrebbero detto “sì”.

Se poi avesse detto loro, potete scegliere: “tutto quello che avete detto oppure domani notte la passate con la ragazza che volete, una qualunque, sia che la conosciate, sia che sia una attrice, o una cantante, o chi volete voi, ma solo per una notte. Cosa scegliete?”

Il primo, il secondo, il terzo e il quinto avrebbero detto, senza pensarci un attimo: Bo Derek.

Erano gli anni ottanta e la figa veniva prima di tutto.

Il quarto ragazzo si chiamava Mario, questa è la sua storia.

Confessioni di un ologramma [romanzo] connessioni

E a volte si frappone il passato col presente. E faccio fatica a scinderlo, faccio fatica a restare in un posto o nell’altro. Non cambia l’odore che c’è, è sempre il tuo. E’ il tuo mentre ti abbraccio a letto, e tu dormi, mentre allunghi una mano per raggiungere la mia. E’ il tuo mentre ti voglio e tu mi guardi mentre ti tiro giù i pantaloni e poi gli slip, e la mia bocca sulle tua e le tue gambe si fanno manici di una ampolla in cui entrare, in cui bere, in cui sentire la mia pelle, prima della tua. Sì, prima la mia: è come se prima la mia mano o il mio sesso, o un piede, o la bocca, fossero mie parti in quanto mio corpo, non in quanto me. Carne da portare dove vado io, carne che mi segue, carne che mi delimita, fino a lì sono io, poi c’è il resto. Ma poi quando entra in contatto con la tua diventa calda o fredda, gode o si rilassa, sente te e poi non ti sente e poi ci sei di nuovo. E’ come se la tua rendesse la mia consapevole. E poi sento te, il tuo tremare leggero, il corpo che diventa liquido, i nervi che si contraggono portandosi dietro i miei, e ancora, e adesso sono a fondo, e tu sei lì con me.

E poi diventa presente e poi ti alzi e sbuffi e io devo andare, devo tornare, devo sbrigare questi momenti fatti di altri, fatti di passato, fatti di niente, e ogni volta sembra impossibile, sembra che no, dai, è troppo complicato, sì dai le parole, quelle erano parole, e si va bene tutto, però adesso no. No dai. E così di nuovo la mie pelle e il mio corpo diventano solo qualcosa da portare a spasso, da portare altrove, da vediamo se va tutto bene.

E qualche nodo si scioglie e uno piccolo si forma, ma è solo benigno questa volta, e le tue mani adesso sono lontane e questa è la vita dici tu, e questo è quello che serve alla vita dico io, e poi una notte e due, e due giorni e tre, e treni e metropolitane che mi portano in questo presente che ha il tuo odore e non ci sei.

Lo chiamano karma, altri amore, altri sogno, altri qualcosa che semplicemente c’è fino a ché tutto si spegne. Io lo chiamo tu, qualche volta noi, quasi sempre casa.