Pioveva.

Viganò era tornato dall’ennesimo appuntamento in cui non aveva ottenuto, come sempre, nulla. La Onlus non aveva nessuna direzione. Lui ne fu consumatore malato, cercando di uscire da una vita fatta di droga, di puttane e di una moglie a casa a sperare che non tornasse. E quando la suora morì si trovò tutta quella cosa tra le mani, senza essere capace di far altro che continuare a elemosinare, coi suoi abiti sporchi, il suo viso consumato da miserie e disgrazie, e il sapore di qualcosa che avrebbe potuto ingrassarlo. E lo ingrassò, per qualche anno. Prendeva soldi, cambiò auto, da piccoli spicci di cocaina passò a piccoli spacci nella sua struttura. Si inventò una casa di accoglienza per detenuti in libertà. E di soldi ne giravano. Ma i contributi, statali prima, europei dopo, erano sufficienti o per lui e la sua nuova vita grassa e viscida o per offrire servizi. E la coca aumentava, come le bollette accumulate. Le auto erano sempre più belle, gli uffici sempre più decadenti. E dopo anni la realtà non avrebbe potuto che essere quella che, in effetti, era. Nessun soldo, né per gli uffici, né per le droghe.
E io, in questo quadro, in quella Milano che non riuscivo a connettere, non avrei potuto fare altro. Ero entrato anche io in quella decadenza a fine mandato.

Mi disse che dovevo andare via, che ci sarebbero stati controlli da qualche ufficio che sapeva solo lui, e che la mia cameretta retro uffici poteva essere ispezionata da un momento all’altro, che non poteva rischiare di perdere anni di lavoro a causa mia. Gli dissi “va bene, certo, non ti preoccupare, stasera prendo il cane e andiamo via”. Pensai di ucciderlo, per un attimo. Di prendere quella spranga che c’era per chiudere quella porta che se no non si riusciva a chiudere e dargliela in testa. Per qualche secondo vidi la sua espressione di panico mentre mi avvicinavo, Jazz che alzava gli occhi, preoccupato, per un attimo, ma solo per un attimo, e poi rimettersi a dormire mentre mi avvicinavo a lui, a Viganò, e i suoi occhi sbarrati mentre iniziavo a colpirlo in faccia, mentre cadeva, ed io sopra di lui, a finirlo con gli ultimi colpi di miseria sul suo viso. Vedevo la sua espressione che poco a poco si spegneva come i suoi abiti consumati da sporcizia e stupidità. Come un verme che si muove rapido e poi rallenta, e poi piano, sempre più piano, fino a diventare solo un pezzo bianco sporco in mezzo a fango. Mi vidi guardarlo, a terra. Un senso di pace: stavo arrivando alla pace, rapidamente, colpo dopo colpo sulla sua faccia: “per colpa mia, brutto pezzo di merda tossico? Per colpa mia, schifoso disgusto della natura senza cervello né meta? Per colpa mia, testa di cazzo? Ti ho fatto un sito, ti ho messo a posto la contabilità, ti ho organizzato una agenda, ti ho trascritto tutti i tuoi appunti su carta viscida, perché non sapevi manco accendere un computer e in cambio mi hai dato una branda e un conto aperto in un bar di cinesi. Per colpa mia?” Un ultimo calcio in faccia, un ultimo sguardo a quel viso finalmente senza vita né movimento, un ultimo sospiro frenato, e poi attimi di quiete. Prendere una sigaretta, portarla alla bocca, prendere l’accendino, che questa volta è nella prima tasca in cui cerco. Una carezza a jazz, accenderla, sedermi, distendere le gambe. Respirare fumo, mollemente. Respirare piano e senza freni.

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