Confessioni [romanzo] – La onlus (1)

Pioveva.

Viganò era tornato dall’ennesimo appuntamento in cui non aveva ottenuto, come sempre, nulla. La Onlus non aveva nessuna direzione. Lui ne fu consumatore malato, cercando di uscire da una vita fatta di droga, di puttane e di una moglie a casa a sperare che non tornasse. E quando la suora morì si trovò tutta quella cosa tra le mani, senza essere capace di far altro che continuare a elemosinare, coi suoi abiti sporchi, il suo viso consumato da miserie e disgrazie, e il sapore di qualcosa che avrebbe potuto ingrassarlo. E lo ingrassò, per qualche anno. Prendeva soldi, cambiò auto, da piccoli spicci di cocaina passò a piccoli spacci nella sua struttura. Si inventò una casa di accoglienza per detenuti in libertà. E di soldi ne giravano. Ma i contributi, statali prima, europei dopo, erano sufficienti o per lui e la sua nuova vita grassa e viscida o per offrire servizi. E la coca aumentava, come le bollette accumulate. Le auto erano sempre più belle, gli uffici sempre più decadenti. E dopo anni la realtà non avrebbe potuto che essere quella che, in effetti, era. Nessun soldo, né per gli uffici, né per le droghe.
E io, in questo quadro, in quella Milano che non riuscivo a connettere, non avrei potuto fare altro. Ero entrato anche io in quella decadenza a fine mandato. Continua a leggere “Confessioni [romanzo] – La onlus (1)”

putrido

Come il sapore di una pesca andata a male, viscida. Come quella volta che non riuscivi a dimenticarti il dolore allo stomaco, e ne gioivi d’inerzia. Come quella voglia di picchiare un bambino che canta, felice, una canzone, ma tu stai lavorando. Come un piccolo insetto nero trovato morto nel letto. Come quella voglia che passi, e tutta la voglia che resti. Come un città in cui non c’è niente che ti piaccia, ma ci devi restare, anche se non ce n’è motivo. Come quel fastidio incessante mentre senti la parola “anima” per bocca di un impostore. Come un cane che non c’è più, e come un legame che come corda sotto la pioggia, sembra scivolare tra le mani.
Come il freddo che passa, e non arriva niente a prenderne il posto.