Centocinquanta la gallina canta, lasciatela cantare, la voglio maritare.

Da Break ci andavo ogni tanto con mio padre. Alle Gru. Diceva che c’è gente, e che gli piaceva passeggiare. Ed è vicino a casa, meglio che andare in centro, che poi parcheggio non c’è mai. E adesso, visto che mio padre non c’è,  io posso mangiare con mia sorella, mio fratello e la sua donna.

E lei si atteggia, fa quella di famiglia, fa quella che conosceva mia madre. Per un attimo credo quasi che voglia istruirmi su chi era, mia madre, e poi accarezzarci con le mani sue. Poi mio fratello fa una battuta. E noi sorridiamo. E lui nota che sorridiamo, quindi quella battuta, lo so, la ripeterà almeno cinque volte. E così fa. Fino a che l’inerzia del ridere finisce, lui continua. E lei parla di un viaggio che hanno fatto e hanno conosciuto una mia zia o cugina di qualche grado. Il nome mi dice qualcosa. Ma non importa chi fosse, è un’altra tacca per lei, da farne bandiera e cappello insieme, e portare sul vassoio de: io sono famiglia, tu chi cazzo sei. E’ fatta così, che ci posso fare. La cosa sconvolgente è che tutte le donne di mio fratello, sono tutte fatte così. Tutte dominanti, insicure, aggressive. Una volta stava con una che si chiamava Grazia. E nelle vacanze di inverno lei lo aspettava a Bardonecchia. Io avevo una ventina di anni e a Bardonecchia avevo amici e una festa di capodanno che mi aspettavano. Così facemmo il viaggio insieme, per andare. E lei uguale. Dominante, insicura, aggressiva. Arrivati a Bardonecchia lei era infastiditissima per quei venti minuti di ritardo. E ci tenne a mostrare tutto il suo disappunto di fronte a me, prima che io salutassi e andassi via. Poco prima che la mia voglia di prenderla a calci diventasse bella. Va be’, contento lui. E adesso sorride e parla di mia madre, come fosse la sua. E sorridono, sì, ma solo a labbra accennate. Insomma, è morta ier l’altro, siamo famiglia unita ma anche addolorata. Poi, poco alla volta, il dolore diventerà ricordo di dolore, e poi solo ricordo di qualcosa. Per adesso, noi si mangia, si ride e si ascolta lei che ci racconta com’era nostra madre. E va be’, così sia.

Io mangio e cerco di pensare ad altro. E sono troppo stanco per litigare o anche, solo, per opporre resistenza. E poi, a che pro? Mio fratello ci crede davvero. Quando mi ha detto che ci parleremo, che parleremo davvero di tutto, lui pensava che accadrà davvero. Per quella frazione di secondo si è assunto il peso di vent’anni di assenza. O, al meno, la corresponsabilità. Come quella volta, me lo ricordo bene. Ero appena tornato da Bruxelles, il giornale aveva chiuso, non mi avevano pagato e io ero a Torino senza un soldo. Gli chiesi un prestito per pagare l’affitto di un appartamento. Ma poco importò che due anni prima lui era rimasto senza lavoro, che lo invitavo tutte le sere a casa, gli preparavo cena e cercavo di stargli vicino, nonostante tutto. Poco importò che gli avevo presentato il mio capo e che, grazie a lui, aveva ottenuto una collaborazione con una azienda danese. Poco importò – anche e solo – che fosse mio fratello. Contò, invece – molto e solo – che molti anni prima mi ero comportato malissimo. E quindi non mi prestò nulla. E, qualche mese dopo, e sicuramente anche a causa della sua legittima decisione, mentre io vagavo dormendo una notte da un amico, una notte su una panchina davanti alla stazione, lui mi vide passare. Io voltai subito lo sguardo, non volevo che mi vedesse in quello stato, non foss’altro per risparmiarmi il furto della mia miseria. Ma io so perfettamente che anche quel giorno di venticinque anni prima, lui, per qualche frazione di secondo, si sentì tristissimo. Insomma, c’è quasi da star male per lui, e da dargli la mancia per la sua smorfia senza speranza.

Mia sorella li guarda. Mentre lei parla e lui la guarda, assonnato e adesso confuso. Dice poco, annuisce, qualche volta cerca di inserirsi nella conversazione. Lei credo che la debba rispettare. Insomma, è la sorella di mio fratello, nella vita ha sofferto molto. Io non c’ero, non so come abbia sofferto, ma so che era molto. E si vede, si vede nel corpo eccessivamente magro, nel viso tirato, si vede in come dice le cose. Sempre leggermente sopra misura, sembra quasi voglia aggrapparsi a quelle parole, a salire in aria con loro, a farsi vedere mentre volteggia, libera e bella, fino ad arrivare dentro di te.

E dentro di me ci arriva, almeno adesso, in questo pranzo post funerale in cui quella donna continua ancora a parlare di mia madre come fosse la sua.

 Centocinquanta la gallina canta, lasciatela cantare, la vogliono ammazzare.

2 pensieri riguardo “Confessioni di un ologramma – u.p. – capitolo 1

  1. Sembra di essere vicino al tavolo
    dei personaggi, sembra di vederli e vederlo anche se non c’è..
    Complimenti il romanzo sta diventando sempre più bello, quando in carta?

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