E poi quando quando infine riuscimmo tornare a casa, la casa era cambiata. La cucina aveva il tavolo di un legno diverso e gli stoviglie avevano un altro disegno, il colore della tappezzeria del corridoio pareva un altro, l’odore stesso, era diverso. Quell’odore che arriva prima di una idea o di un concetto formando una idea: non so perché ma qui mi sembra di essere arrivato. Ci dividemmo, ognuno andò nella propria stanza. La porta della mia era la stessa di quella che ricordavo. Ma poi dentro, no, non quadrava niente.

I giocattoli, devo trovare la scatola dei giocattoli. Quella con dentro la mustang arancione, quella con i pezzi del lego e poi il pallone nell’angolo vicino al balcone. E l’autopista, che i comandi non si incastrano mai bene e ci ho messo lo scotch.

Non c’è niente. Una 131 racing nera, una racchetta da ping pong Stiga, un pallone da calcio da 280 grammi che non è il mio, il mio era quello da 420, lo avevo comprato poco prima che ci trasferissimo e poi topolini, che a me non è che piace tanto ma Diabolik non posso comperarlo e allora lo vedo solo quando vado da Flavio.

Che ci trasferissimo?

Ma allora questa non è casa mia, è dove abitavo prima ecco perché non torna niente e devo dirlo agli altri e mi alzo da terra, lascio la 131 racing nera e vado. Vado ma non c’è più nessuno. Non eravamo appena tornati dalle vacanze? E in questa casa chi ci abita che non c’è nessuno?

E sono per strada e se mi ricordo la casa di prima e so che poi ci siamo trasferiti, io quanti anni ho? E allora forse è un sogno, sì, deve esserlo, ma c’è il sole e quelli sono i miei giardinetti e adesso il pallone da 420 grammi ce l’ho in mano e posso andare. Mi staranno aspettando tutti per la partita di pallone, io faccio la squadra, Maurizio fa la sua, scegliamo un giocatore a testa fino a che ce ne sono. Io questa volta devo prendere Andrea, ma per riuscire devo vincere a pari e dispari alle bombe del cannon

 Centocinquanta la gallina canta lasciatela cantare la voglio maritare.

 e devo scegliere per primo se no succede come l’ultima volta che abbiamo perso. Per un pelo ma abbiamo perso. Quanti passi ci sono da qua al giardino, una volta li avevo contati ma adesso non ricordo più, e queste maledette lastre per terra che devo evitare gli spazi tra una e l ‘altra che se no poi a pallone perdo anche se gioco con Andrea.

 Ma dura poco e mi sveglio anche da questo sogno.

 Una mail per dire che mia madre è morta non è quello che ci si aspetta, né come forma, né come contenuto, se arriva da una famiglia morta venticinque anni prima. Ma questo, comunque, succede, e il funerale è di nuovo al cimitero ebraico, come quello di mia nonna, trentun anni dopo. A seguire la mail di mia sorella c’è quella di mio fratello, commossa nella dichiarazione, distratta nella forma. Ma va bene così.

Arrivo un giorno prima, alla stazione. E mi sembra di non vedere Torino da cent’anni. La prima decisione da prendere non è gravosa, uscita da Via Nizza o da Via Sacchi? Mia sorella alle mail non risponde, mi domando perché abbia deciso, lei, questo metodo di comunicazione, forse gli sms sono troppo vicini, non so. Ma dopo qualche dieci minuti passati a non sapere bene come fare, le mando un sms, sfidando la sorte del d-o delle abitudini. Ma niente, nessuna risposta. Inizio a pensare che forse è il caso di tornare indietro. Ma indietro dove, penso. Una centotrentuno racing passa, veloce, e io non riesco a capire come sia possibile, forse, quindi, è solo un altro sogno.

Quindi mia sorella chiama. “Adesso sono con papà, capisci che non posso lasciarlo solo e lo sai che tu non puoi venire a casa, ma se vuoi più tardi passano a prenderlo per fargli fare un giro e se vuoi puoi passare a casa, o se vuoi mi dai uno squillo e usciamo e andiamo a fare due passi, cosa ne dici?” Dico va bene.

La casa è sempre uguale, è cambiato l’ascensore. Adesso ci sono i pulsanti che illuminano il numero del piano, quando ci passi. E poi suono, e poi mia sorella apre, e poi entro, e poi mi abbraccia e poi inizia a piangere. L’avvolgo e cerco un po’ di disperazione da qualche parte, qualche stanza più avanti deve esserci mia madre, morta su un letto, e lei, mia sorella, sembra pesare meno di cinquanta chili, ne sento le ossa e il dolore. Ma trovo solo un po’ di tenerezza, per un attimo ci vedo bambini, in camera sua, e allora riesco a vedere quel filo che ci univa, anche quando ci davamo le spalle. Ma poi vedo mio fratello che arriva e ci divide perché stavamo facendo troppo chiasso e lui non riusciva a studiare, nella sua bella stanza col linoleum verde per terra, e allora mi stacco, come fosse un ordine arrivato in forma di eco, dalla valle dell’egoismo, in fondo agli anni, a destra.

E poi parliamo, e poi per qualche minuto riesco a riconoscerla, dietro a tutti questi anni, e poi chiedo di vedere mia madre, e mi dice che non è uno spettacolo facile, e poi insisto, e poi apre la porta e poi la guardo da lontano, e lei è di lato.

Chiudo la porta di quella stanza e se ne apre un’altra, e lei mi guarda male, sarei dovuto tornare a casa per la lezione di francese, ma stavo giocando ai giardinetti e me ne sono scordato, mi perdoni, mamma?

Mia sorella mi dice che poi verranno a sistemarla e che sarà molto più bella, che la morte, sui corpi, sembra togliere qualcosa, che non si sa bene cosa, ma li rende così. Le dico che in effetti sembra mancare qualcosa, ma lo dico per inerzia, come continuazione di quello che ha appena detto. In realtà a me sembrava bellissima, ma era buio e io forse guardavo altrove.

Seguono momenti lenti, una casa che riconosco e che non sento più, e mille parole sull’essersi ritrovati che sento poco e male.

“Il funerale è domattina alle undici e papà non viene, non se la sente e così puoi venire tu, noi prima facciamo il giro con la bara, ci troviamo lì alle undici, c’è anche il rabbino”.

E ci salutiamo, e hai bisogno di qualcosa e no grazie non ho bisogno di niente non ti preoccupare, allora va bene ci vediamo domattina che emozione esserci ritrovati e mi spiace questa notte non la puoi passare qui lo sai che non posso, ma figurati, certo, ciao.

E la notte passa come tutti le notti fuori. Un minuto dopo l’altro, che sembrano non passare, ma poi arriva la mattina che sembra passato solo un attimo.

E io arrivo prima, che tanto non ho niente da fare. E fa caldo e scendo due fermate prima di quella giusta e cammino.

Il cancello è chiuso e aspetto.

 Centocinquanta la gallina canta, lasciatela cantare, la voglio maritare.

 Arriva la Cagazzi, mio antico capo a La Stampa, nonché ex di mio fratello, scende dallo scooter e si ferma dall’altra parte della strada. E forse mi ha visto e vuole evitare i convenevoli, venti anni di noncuranza dopo. Per questo le sono grato. Oddio, il fatto che sia qui, al funerale, un po’ mi dà fastidio, ma chi se ne frega, in fondo.

E poi finalmente le auto, una due tre, e poi quella con la mamma.

E scende mia sorella e non riconosco quasi nessun altro.

E si entra nel cimitero e si inizia a camminare e me ne sto in disparte e poi arriva una a salutare e sì, la riconosco, una ex allieva di mia madre, viso commosso e grosse tette sotto la maglia. E mia sorella che da lontano mi guarda in cerca di complicità. E poi il rabbino, almeno quello lo riconosco, e non ho la kippa e col fazzoletto in testa sembro un cretino. E poi quello là è Giulio, mi sa che lui non la conosceva, ma per tradizione ebraica devono esserci almeno una dozzina di maschi e i miei non erano molto socievoli.

Giulio lo conoscevo ai tempi di Luisa, una volta volevo picchiarlo questo viscido ciccione, ma sembrano passati cento anni. E, in effetti, poco meno.

E poi gruppetti di persone che parlano e continua a fare caldo. E la Cagazzi: sì, a un certo punto non vogliono più mangiare, sembra che ci chiedano di andare via. E io sorrido per un attimo, pensando che prima o poi anche tu lo chiederai a qualcuno. Sì, non mi sei troppo simpatica e scrivi malissimo, ma nessuno te lo dice.

E poi, dopo malcelato ritardo, dopo che la sua convivente ha chiesto quasi scusa al rabbino giustificando il suo non essere ancora tra i presenti in qualche maldestro modo, arriva mio fratello. Insomma, c’era solo una possibilità di rubare la scena a mia madre, e l’ha colta al volo. La vera tragedia non appartiene mai alla morte, ma a chi riesce a far vedere che soffre di più, e in questo – che cazzo – mio fratello sembra un moderno Sisifo dalle sofferenze altrui. E   senza pena propria mai.

E arriva e mi abbraccia, come ci volessimo davvero bene, come se questo gesto rappresentasse qualcosa e non la memoria di una inerzia di nulla. Come se questi venti anni di separazione fosse roba altrui. Come se essere fratelli prescindesse dall’amore fraterno.
E mi dice che  – prima o poi –  ci diremo tutto, ma davvero tutto, e che lo sa, che penso che abbia colpe, lo sa. E soffre, ovviamente, sisifone mio.

E finalmente ci siamo tutti e mia madre può essere interrata. E i primi a darle la spintarella per il paradiso devono essere i famigliari. Quindi mio fratello, pala, terra che scivola sul suo ultimo abito, e poi sorella, pala, e poi io pala. E poi la terra va su, la bara giù e amèn.

A questo punto, esattamente come feci con mia nonna, trentuno anni prima, me ne vado, velocemente. Simona, la ex allieva triste e tettona cerca di fermarmi, io platealmente le dico che va tutto bene e vado a sedermi lontano. E per qualche secondo le voglio davvero bene. Nonostante tutti i suoi sbagli e miei addii, le sue assenze e le mie grida, nonostante la sua stupidità e la mia cattiveria, le voglio bene. Anche se faccio fatica a capirlo, anche se faccio fatica a trovare immagini che non siano già troppo consumate per potermi lasciare ancora qualcosa, le voglio bene. Ma non piango, e, invece, vedo mio fratello in lontananza, che cammina. Forse si sente solo, per tutto il tempo che l’ho frequentato, è sempre stato figlio. Di quelli che se hanno mal di pancia, a quarantanni, chiamano la mamma. Adesso credo dovrà smettere di piangere, e smettere di essere figlio.

E poi: andiamo a mangiare qualcosa? Chi?

Io, mia sorella, mio fratello e la sua donna?

Quella che, una delle ultime cose che mio madre mi ha detto: “dice che non è che l’ha con noi è che andare a trovare i vecchi le mette tristezza”?

Quell’essere che tratta mio fratello come una pezza da piedi?

Massì, non ho niente da fare e nessuna casa che mi attende, pranzo sia.

 Centocinquanta la gallina canta, lasciatela cantare, la voglio maritare.

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