Era l’estate del millenovecentosettantacinque e avevo dieci anni.
Avevo ancora qualche giorno di montagna, solo con mia madre, poi avremmo raggiunto mio padre e mia sorella nella casa di Nizza.
Nizza era bella e c’era il mare e gli amici francesi, ma qui ero a casa e Andrea ed io, insieme, eravamo i più forti.
Eravamo quelli che giocavano meglio a calcio, quelli che a fare a botte non si tiravano mai indietro.
E quell’estate avevamo la nostra banda. Avevamo battuto i nemici con un’abile azione militare. Loro avevano costruito una piccola casetta di legno su per la collina. Se li attaccavi dal basso ti tiravano le pietre e potevi solo scappare. Così ci dividemmo, due con Andrea, a fingere l’attacco dal basso, tre con me, a fare il giro della collina e a sorprenderli dall’alto. La sincronia dei nostri due gruppi, unita alla quantità di pietre che scagliammo, fu motivo di vittoria e di conquista.

Quel pomeriggio era quasi ora di cena e Andrea ed io trovammo Ugo, uno dei ragazzi del gruppo nemico, in mezzo al nostro cammino.
Ugo, come tutta la sua banda, era milanese. Di quelli che non ci piacevano, che tifavano inter e avevano il Barracuta originale, a differenza del nostro, falso come Giuda.

  • Togliti, Ugo, dobbiamo passare.
  • E se no cosa mi fai?

 Ugo aveva un cestino con delle bocce, non quelle di plastica vuota, quelle piene, colorate.

  • Se no prendo una boccia e te la tiro in testa
  • Ah ah ah, tanto non mi fa niente, cretino.

 Presi una boccia, guardando Andrea, complice.Ugo continuava a ridere. Io la tirai mollemente in aria, dal basso verso l’alto,  e questa ricade, altrettanto mollemente, sulla testa di Ugo.

  • Non mi hai fatto niente, ahahah, cretino, non mi hai fatto niente.

 Presi la boccia da terra, era blu. Questa volta non guardai Andrea, la complicità era solo tra me e la mia rabbia. Ricordo quella sensazione, partiva dal basso, arrivava al cervello, lo elettrizzava, lo smuoveva: ogni piccolo pensiero stava diventando lucido, vivo, preciso, meraviglioso.
Strinsi la boccia forte, la sentivo, perfetta, pulsarmi nella mano.
Frazioni di secondo in cui Ugo si cercava di proteggere con una mano, mentre si abbassava a terra. Ma troppo lentamente in rapporto alla velocità del movimento del mio braccio – dall’alto al basso,questa volta –  con tutta la forza che un bambino di dieci anni può avere.
Liberai la boccia aprendo la mano chiusa a pugno. Per la prima volta liberai tutta quella mia natura.
Sulla testa di Ugo, che cadde a terra, immobile.

 Andrea gridò “scappiamo, l’hai ammazzato”.

 E iniziammo a correre senza dirci nulla, fino al bivio insieme, poi ognuno per la sua strada a raggiungere casa.

 Io mi rinchiusi in camera, convinto di averlo ucciso. Mi immaginavo in prigione. Rinchiuso per aver liberato a mia verità a forma di boccia. Felice per aver ucciso quel piccolo milanese insulso e terrorizzato per aver regalato la mia vita alla sua morte.

 Qualche ora dopo la mamma di Ugo bussò alla porta di casa, mia madre andò ad aprire e poi capii, tra uno schiaffo e l’altro, che avevano trovato Ugo, ancora svenuto a terra, e che adesso – per fortuna – stava bene.

Un pensiero riguardo “Ugo e la boccia in testa

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