Era nato così. Al posto di un occhio aveva una pesca, nell’altro una fragola. Uno zoccolo di cavallo per naso, la sua bocca era un vecchio tubolare di una bici da corsa. Aveva orecchie di cane bobtail e capelli di lana di pecora.
Il corpo era molto bello di giorno, sembrava un nuotatore, di notte diventava magro e leggermente curvo.
Il suo nome era “Singhiozzo”, e non ci è dato sapere il perché.
A tre anni sapeva leggere e scrivere e giocava benissimo a scacchi. Cosa che dimenticò completamente una notte di marzo, poco prima del suo sesto compleanno.
A nove anni imparò il linguaggio delle formiche.
Quell’estate i genitori lo portarono in campagna e non fecero troppo caso quando lui, uscendo dal giardino, si mise a danzare avvolto da formiche, mentre uno scoiattolo scandiva il tempo, suonando un tamburo.
Un giornalista lo incontrò in sinagoga, quando, a tredici anni, per il suo Bar Mitzvah, sì ostinò a recitare il Cantico dei Cantici col linguaggio morse. Gli chiese il perché. Lui rispose in una lingua sconosciuta, ma sembrava molto allegro, nel farlo.

Un giorno, aveva sedici anni, si innamorò di una ragazza.
Lei veniva da lontano, non si sa da dove.
Il suo corpo era una scia di api. Parlava come il suono del vento e il suo odore era di fragola.
Lui guardò lei e fecero l’amore per tredici giorni e tredici notti.
Poi lei volò via, ma prima gli promise che sarebbe tornata quando i fiumi avrebbero iniziato a sorridere.
Lui pianse tutta la notte, poi si addormentò e al suo risveglio i suoi occhi erano diventati come quelli di tutti gli altri uomini, con la sola particolarità che uno era rosso e l’altro arancione.
Il giorno dopo imparò a volare, anche se con molta paura. Era in piedi, sul balcone, guardò in basso e poco dopo accarezzava una nuvola.
Tornato a casa si dimenticò di averlo fatto.
Si diplomò a diciannove anni, ma a venti era già laureato in etologia, portando, come tesi, uno studio sul modo di mentire dei merli come strumento per la conservazione della specie.
Gli diedero il massimo dei voti, ma senza sapere perché.
Quel giorno stesso i suoi genitori gli dissero che era tempo, per lui, di andare via di casa.
Andò a dormire non privo di preoccupazioni e, al suo risveglio, la sua bocca era diventata una radio.
Trovò lavoro in sinagoga: il rabbino, quando arrivava una persona in cerca di consigli, la accompagnava nel suo ufficio.  Non si seppe mai cosa dicesse, ma sempre le persone se ne andavano col sorriso stampato sulla bocca.
Un giorno smise di lavorare prima del solito, erano le sedici e sedici, il rabbino gli disse che erano arrivati i pittori per riverniciargli il soffitto del suo ufficio, quindi lui uscii.
Stava camminando verso casa quando, all’improvviso, vide un’ape.  Nello stesso momento in cui accadde la sua bocca divenne il suono di un prato fiorito.
Seguì il suo stesso suono e arrivò a centoventi chilometri da casa in poco meno di undici minuti. C’era la neve e lui sentiva freddo.
Si spogliò dei suoi due occhi, le orecchie presero il volo, i capelli si unirono al terreno sotto la neve e lui iniziò a danzare.
Si sentiva sempre più leggero e in un attimo disimparò tutte le lingue che aveva appreso. Dimenticò, poco alla volta, tutti i suoi pensieri e tutte le conversazioni che aveva avuto scomparvero per sempre.
Poco alla volta sparì anche il suo corpo, ma, poco prima che svanisse del tutto, guardandolo, un fiume iniziò a sorridere.

2 pensieri riguardo “Poco prima che svanisse

  1. Mah, a me dà più l’idèa di un fumetto che di un racconto vero e proprio – e dico così forse perché ho fatto fumetti e ancora ne faccio, seppure non a tempo pieno (non mi dò mai scadenze, sto alle prese con un fumetto, ora, iniziato ben trent’anni fa)-; sono dunque portato a vedere subito immagini, situazioni con azioni, figure un po’ in tutte le ‘narrazioni’; e in questo tua, Alessandro, ci vedo come una specie di murales surrealista, una via di mezzo tra Arcimboldo e Dalì: appunto un fumetto, che, naturalmente, mi piace; e trovo anche ben riuscita, bellissina la figura della ragazza “scia d’api, vento e fragola”… ma un po meno “Singhiozzo”: troppo quadro cubista, con tratti legnosi, alla Picasso,- io ho sempre preferito Braque.

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