Mi disse che mi doveva parlare. Era domenica, il cielo era grigio, era febbraio. La sua espressione non era spontanea. La guardavo e cercavo di entrare anche io in quella parte, solo che non sapevo ancora quale fosse. Andammo in camera da letto. “Ti ho tradito” – disse. “Una volta, con Marco”. Non sapevo bene come replicare, le sue parole inizialmente non mi procurarono nessuna emozione. Continuavo a pensare che avrei dovuto ben dire qualcosa: tutta la nostra cultura, tutte le cose vite, sentite, assorbite, tutto ciò che ci ha formati per arrivare anche a un momento simile necessitavano di una frase, di una reazione. Non si può fare scena muta, in un momento simile; bisogna dimostrare che si ha studiato la parte a fondo, che si è parte di un qualcosa che da sempre viviamo in piena condivisione. In momenti come quelli bisogna dimostrare di essere una parte di un tutto, un tutto che è come un movimento continuo, da sempre e per sempre, un tutto che dimostra che esistiamo anche noi, in totale simbiosi col mondo. Mica ci si può estraniare da quello che dobbiamo essere. “Lasciami solo, per piacere, esci da questa stanza”. Avevo smesso di pensare al mio ruolo e avevo iniziato a farne parte. Lei uscì, poi rientrò, poi continuò a parlare: le volte in cui aveva scopato con Marco, man mano che scorrevano le sue parole, passarono da una a cinque, le sue colpe, poco alla volta divennero mie. Non c’ero, non ero affidabile, non era più come una volta.
Non sapevo bene cosa tutto questo volesse dire. Mi stava dicendo che mi avrebbe lasciato? Mi stava chiedendo di perdonarla? Probabilmente non lo sapeva neanche lei. Neanche lei era ancora entrata perfettamente nella parte, aveva bisogno di tempo per capire che storia stava interpretando. In mezzo a questa nuova vita c’erano i sentimenti, quello che si provava, ma più passavano i giorni più questi facevano fatica a coincidere con quello che si pensava di provare. E poi, ancora, con quello che era giusto provare.

I giorni che seguirono furono la preparazione per capire cosa dovevamo sentire, che parte interpretare, in futuro avremmo dovuto far collimare quello che era naturale con quello che era giusto. Tutto quello che lei era, e tutto quello che io ero, dovevano entrare in un ruolo, e quel ruolo sarebbe dovuto diventare percorso, e quel percorso sarebbe dovuta diventare la nostra storia, o, meglio, la storia delle nostre vite. Quello che eravamo davvero, quello che sentivamo o non sentivamo, non contava nulla per quel gioco. Sarebbe rimasto altrove o sarebbe mutato o sparito, ma comunque altrove. In un’altra dimensione, sottotraccia o soffocato, ma non visibile a strada aperta, non nel tempo che passa, nei lavori da fare, nei risvegli la mattina, nel tempo che da grigio diventa azzurro e poi giallo sole e poi mare e di nuovo città.

Giorno dopo giorno ognuno prese la propria decisione. Lei mi avrebbe lasciato, non poteva andare avanti così. Aveva bisogno di qualcosa di diverso, di stabile, di sicuro. Una famiglia. Mi avrebbe lasciato pur amandomi. Si sacrificava, in fondo, per la storia della vita.

Io avevo deciso che l’amavo e che avrei sofferto per lei. Mi sacrificavo, in fondo, per l’idea dell’amore.

Seguirono le decisioni. Sarebbe rimasta ancora per qualche settimana nella nostra casa. Troppo difficile un taglio netto, difficile da spiegare ai genitori, difficile per entrare così velocemente nel nuovo ruolo.

Entrambi ci esercitammo, giorno dopo giorno. Io dicevo che l’amavo, lei diceva che era giusto così. Marco passava a prenderla a casa, aspettava sotto mentre noi ci baciavamo attenti a non farci vedere dalla finestra. Lei mi diceva che io sarei rimasto il suo grande amore per tutta la vita, io le replicavo che non potevo vivere senza di lei. Le frasi erano amplificate dall’enfasi dei gesti. Lei aveva l’aria molto sofferta, si stava immolando per salvarsi, rinunciando a parte di sé. Io, dal canto mio, ero l’eroe maledetto che aveva perso il suo amore, trascinato dalla propria nefasta natura verso egoismi e incapacità di entrare nella società del “si vive così”.

5 pensieri riguardo “Confessioni di un ologramma [romanzo] – frammento – storie

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