Il giorno dopo c’era il sole.  La mattina era andata bene, la maestra ci diede un gioco matematico da risolvere. Bisognava fare una semplice operazione applicata alla percorrenza di una auto e a un costo chilometrico. Il primo che avrebbe trovato la soluzione doveva correre da lei. Io arrivai per primo, le dissi cinquanta. Poi arrivarono gli altri. Una mia compagna di classe disse cento ed era convinta di avere ragione. Fu una delle prime volte in cui capii di essere molto più intelligente dei miei compagni di classe.

Subito dopo mangiato avrei potuto, quindi, andare ai giardinetti. Passai da Corrado, in vineria. Sua madre era al banco e mi disse di andare nel retro, che mi stava aspettando. I clienti erano quasi tutti pensionati alcolizzati. C’erano altri locali nelle vicinanze, caffè eleganti o pasticcerie. Quella dei genitori di Corrado era l’unica vera bettola del quartiere. I genitori erano venuti a Torino da ragazzi, dal paese, erano della campagna. Democristiani in un tempo in cui si era democristiani o comunisti. Qualche liberale, qualche repubblicano, i socialisti, quelli di Craxi e dei Rolex Daytona arrivarono dopo. La famiglia di Corrado era cattolica ma non andava a messa, e per me era un bene. La domenica mattina almeno potevamo andare a giocare a calcio o in bicicletta senza perdere tempo, Io comunque non ci sarei andato, come tutti i bambini ebrei ero esentato da entrare in chiesa. Per la verità non andavo neanche in Sinagoga, anche se, qualche anno dopo, avrei iniziato a frequentarla.

“Lo sai che cosa è un cupio?” Mi chiese dopo un frettoloso ciao. “No, che cosa è?”. “È uno che vuole baciare i maschi e non le femmine”. Cupio, in piemontese, vuol dire gay. Era il suo modo di replicare ai discorsi del giorno prima. Quelli a cui non aveva assistito, sulle femmine. Aveva usato i froci per sentirsi grande anche lui.

2 pensieri riguardo “Ancora i giardinetti [confessione di un ologramma] – romanzo

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