Etica, estetica, voto

“Renzi non è di sinistra”

A dirlo sono più o meno tutti, a destra e a sinistra, nel pdl e nel pd, e ancora più  a sinistra (facile), e ancora più a destra (se possibile). Le idee su di lui vengono estremizzate “è l’unico che può fare qualcosa e mandarli tutti a casa, sì, neanche Grillo può, magari ci ha provato, ma sono state solo parole, adesso che può non sta facendo niente”, “è il male assoluto, Berlusconi due punto zero, lui si prenderà i voti a destra e a sinistra e ci porterà definitivamente alla deriva, lui è il male”.

La tesi “Renzi è il Male” arriva proprio da sinistra. Da quella vera, non da quella misto centro, misto dc, misto Berlusconi, insomma, da quelli de Il Manifesto. La destra si limita a dire che lui li scopiazza. Unendo le due tesi verrebbe fuori che la Destra è il male, mentre Renzi è un diavolo in tentativo Golpe.

A sentirli tutti, il quadro che ne viene fuori è abbastanza complesso.  Per chi, come me, è figlio delle clark e dei cortei, non ci sarebbe altra possibilità: “piuttosto Cuperlo, che non so chi sia, ma senza dubbio meglio lui, anzi no, facciamo quell’altro, quello che piace a la rete ed è spesso a la7, come si chiama, ah, sì, Civati, ecco, lui, lui mi sa che almeno  è un po’ più di sinistra, sì, meglio Civati, alle primarie se ci vado voto lui, anche se poi si sa che Renzi ha già vinto, si sa, ma vaffanculo, io voto Civati”.

E si guarda la televisione. E in effetti eccolo lì, il Renzi, avvolto da una linea continua formata da Baricco, da Iphone, da comunicazione moderna, da aperitivi e biciclette alla moda, da sorrisi beffardi e poco animati, da tendenza e fashion”. Insomma, da tutto ciò che, per anni e anni, la sinistra non è stata. Anche perché dai, ricordiamocela almeno noi che c’eravamo, la sinistra. Sciarponi sempre fuori moda e le sopra citate clark, e camicie di flanella e Guccini e De De Gregori e il ’78 e le maglie a V e le giacche di velluto e Sartre e facciamoci uno spino e Berlinguer, cazzo, Berlinguer. Cazzo. Berlinguer. Oddio, Berlinguer?  Diciamo “il ricordo di Berlinguer”, che, in fondo, a pensarci, Berlinguer era già passato quando eravamo al liceo, quindi, che diavolo, chi c’era? Chi c’era quando andavamo ai cortei? Chi c’era tra Berliguer e D’alema?

E tutto questo mondo, tutto questo dire, chi lo incarna? Ovvio, Il Manifesto. L’unico quotidiano, a ben vedere, di sinistra, di quella sinistra, della mia sinistra. Fatta di intellettuali e di concetti intelligentissimi e colti e da anti berlusconismo e da fuori dagli schemi, sì, insomma, tutti uguali e tutti fuori dagli schemi sembra un po’ una contraddizione nei termini, ma ci siamo capiti, quelli lì. Quelli lì che sono la vera sinistra.

Essì, “a ben vedere”.  Perché “vedere” è il verbo di questo articolo. Perché stiamo parlando di estetica di sinistra e di estetica di destra. Le due uniche variabili italiane che portano al voto, a lustri di decisioni e di governi e di modi di vivere.

La nostra è una democrazia fondata sull’estetica.

Siamo liberi di appartenere al gruppo che meglio rappresenta il nostro diritto ad acquistare iphone o samsung.
E se stiamo col quotidiano delle clark al potere votiamo sel, se preferiamo quello del doppiopetto blu votiamo Berlusconi, se preferiamo quello del Mulino a Vento, ma che sia Apple,  c’è Renzi, se odiamo i quotidiani tutti (per troppe letture o per analfabetismo), allora votiamo il Grillo urlante.

Essì, perché Renzi il Diavolo o Renzi l’unico che potrà far uscire l’Italia dal pantano, che cosa dice?
Dico, dietro l’apple style (che già la definizione procura al mio senso estetico delle fitte tra le clark e l’eskimo), dietro le frasette alla Baricco (che, diciamolo, prima di diventare super conosciuto e poi decadere, la sinistra, quella de il Manifesto, lo idolatrava), dietro la Leopolda e il finto vintage misto tecnologia misto destra misto cool, cosa dice?

Io non lo so. E non so cosa ha fatto e cosa sta facendo a Firenze. So, però, cosa ha fatto la mia sinistra e cosa ha fatto l’altra sinistra, quella misto dc misto Berlusconi: niente. In venti anni, quando ha governato e quando non ha governato ha fatto niente. D’Alema e compagnia, presi dalla loro campagna di demonizzazione di Renzi, si dimenticano e, ancor più, “ci” dimenticano, il loro totale fallimento.  Ma questo non conta, non è estetica, non esiste. Quello che è visibile è la dicotomia estetica tre Renzi e quella sinistra. Renzi veste diversamente, parla (o non parla) diversamente, usa una comunicazione diversa. Renzi è esteticamente nemico della sinistra. Quindi è nemico della sinistra. Non può che essere così in una democrazia fondata sulla divisione estetica.
E chi vince, in questa battaglia? Vincono gli intelligenti? Quelli con le idee migliori? O i più furbi, i più scaltri, quelli che pensano solo a se stessi? Ma soprattutto, esistono i più intelligenti, i più colti, i più scaltri, i più buoni? O esistono solo quelli vestiti così? Manifesto piegato nella tasta posteriore dei levi’s, sotto giacca di velluto, barbetta incolta: intelligente e colto.  Libero o il giornale sotto giacca firmata e passo spedito e mandibola alta: vincente, fatto da sé e superficiale.

Gli ultimi decenni italiani cosa hanno visto? Mussolini, Andreotti, Craxi, Berlusconi. Con qualche intermezzo pubblicità da consumare in bagno, per poi tornare al solito film.

Vince quello che veste come la maggioranza. Perché è la maggioranza che decide, non sono i più intelligenti a vincere, non i più stupidi, non i più belli o i più brutti. Vince quello che se ti metti davanti allo specchio vedi lui. Vestito come te o, al limite, come vorresti vestirti, che fa le tue cose, o, al limite, le cose che vorresti fare, che dice le cose che sai, o, al limite, le cose che vuoi sentire. Che ti fa andare a letto tranquillo, perché è uno come te,  non è forestiero al tuo modo, mediocre, di vivere. E come fai a riconoscere un uomo (così), se non dai vestiti che porta?

Poco prima che svanisse

Era nato così. Al posto di un occhio aveva una pesca, nell’altro una fragola. Uno zoccolo di cavallo per naso, la sua bocca era un vecchio tubolare di una bici da corsa. Aveva orecchie di cane bobtail e capelli di lana di pecora.
Il corpo era molto bello di giorno, sembrava un nuotatore, di notte diventava magro e leggermente curvo.
Il suo nome era “Singhiozzo”, e non ci è dato sapere il perché.
A tre anni sapeva leggere e scrivere e giocava benissimo a scacchi. Cosa che dimenticò completamente una notte di marzo, poco prima del suo sesto compleanno.
A nove anni imparò il linguaggio delle formiche.
Quell’estate i genitori lo portarono in campagna e non fecero troppo caso quando lui, uscendo dal giardino, si mise a danzare avvolto da formiche, mentre uno scoiattolo scandiva il tempo, suonando un tamburo.
Un giornalista lo incontrò in sinagoga, quando, a tredici anni, per il suo Bar Mitzvah, sì ostinò a recitare il Cantico dei Cantici col linguaggio morse. Gli chiese il perché. Lui rispose in una lingua sconosciuta, ma sembrava molto allegro, nel farlo.

Un giorno, aveva sedici anni, si innamorò di una ragazza.
Lei veniva da lontano, non si sa da dove.
Il suo corpo era una scia di api. Parlava come il suono del vento e il suo odore era di fragola.
Lui guardò lei e fecero l’amore per tredici giorni e tredici notti.
Poi lei volò via, ma prima gli promise che sarebbe tornata quando i fiumi avrebbero iniziato a sorridere.
Lui pianse tutta la notte, poi si addormentò e al suo risveglio i suoi occhi erano diventati come quelli di tutti gli altri uomini, con la sola particolarità che uno era rosso e l’altro arancione.
Il giorno dopo imparò a volare, anche se con molta paura. Era in piedi, sul balcone, guardò in basso e poco dopo accarezzava una nuvola.
Tornato a casa si dimenticò di averlo fatto.
Si diplomò a diciannove anni, ma a venti era già laureato in etologia, portando, come tesi, uno studio sul modo di mentire dei merli come strumento per la conservazione della specie.
Gli diedero il massimo dei voti, ma senza sapere perché.
Quel giorno stesso i suoi genitori gli dissero che era tempo, per lui, di andare via di casa.
Andò a dormire non privo di preoccupazioni e, al suo risveglio, la sua bocca era diventata una radio.
Trovò lavoro in sinagoga: il rabbino, quando arrivava una persona in cerca di consigli, la accompagnava nel suo ufficio.  Non si seppe mai cosa dicesse, ma sempre le persone se ne andavano col sorriso stampato sulla bocca.
Un giorno smise di lavorare prima del solito, erano le sedici e sedici, il rabbino gli disse che erano arrivati i pittori per riverniciargli il soffitto del suo ufficio, quindi lui uscii.
Stava camminando verso casa quando, all’improvviso, vide un’ape.  Nello stesso momento in cui accadde la sua bocca divenne il suono di un prato fiorito.
Seguì il suo stesso suono e arrivò a centoventi chilometri da casa in poco meno di undici minuti. C’era la neve e lui sentiva freddo.
Si spogliò dei suoi due occhi, le orecchie presero il volo, i capelli si unirono al terreno sotto la neve e lui iniziò a danzare.
Si sentiva sempre più leggero e in un attimo disimparò tutte le lingue che aveva appreso. Dimenticò, poco alla volta, tutti i suoi pensieri e tutte le conversazioni che aveva avuto scomparvero per sempre.
Poco alla volta sparì anche il suo corpo, ma, poco prima che svanisse del tutto, guardandolo, un fiume iniziò a sorridere.

Confessioni di un ologramma [romanzo] – frammento

Ti vedo che sei ancora una piccola e distante macchia. Fa freddo a Milano, continuo a pensare a cosa dirti e non mi viene in mente nulla, nessun D-o della menzogna mi viene in soccorso. Arrivi, invece, tu, e ti bacio e non dico niente e va bene così, adesso andiamo, qualcosa accadrà.
Come sempre, invece, non accade nulla.
Quando si mette una parte del nostro corpo in una parte di un’altra persona alcuni lo chiamano sesso. Altri, invece, credono sia “fare l’amore”. Per me è una parte del mio corpo in una parte del tuo. Sembra che ti piaccia, e cerco di aggiustare l’espressione del mio viso per renderla simile alla tua.
Una delle saggezze del tantra che lessi in un giornale nella sala d’attesa di un dentista era, tipo: “se dopo il sesso hai voglia di fumare una sigaretta, in realtà non sei del tutto soddisfatto, ti manca qualcosa, se, invece vuoi solo “far nulla”, allora è stato bel sesso”. Io adesso vorrei fumare una sigaretta, fumare un po’ di oppio, partire per un qualsiasi paese – uno a caso andrebbe benissimo – rileggere La Nausea di Sartre e mangiare una bavarese di Peyrano.
Mi dici che sei mia. Che cosa vuol dire che sei mia? Se hai male a un orecchio lo sento io il male o tu? Se godi, godo io? Mi dici che sono bello. Sono vecchio e ho un colorito simile al verde, mi sta colando il naso, ho la tosse e non sono bello neanche nei ricordi di chi non mi conosce.
Continui a parlare e non riesco a dirti nulla. Vorrei solo che scomparissi come scompare l’inizio del mal di testa, che sai che poi peggiora e non puoi farci niente. Mi dici “due coccole no?”. Io credo che peggio delle coccole ci sia solo la parola “coccola”. Mi alzo e vado a fare una doccia e l’acqua è fredda e non riesco a pensare a nulla che non sia “andare via”. Prendere il cane e andare via, possibilmente scomparire dai pensieri di chiunque mi conosca. Libertà è non essere ricordato, la fine di qualsiasi legame, smettere di provare alcunché per chichessia, dimenticare i libri letti, le parole usate e quelle che non si riescono a usare.

  • Amore, hai finito di fare la doccia, ti va se andiamo al cinema?

  • Certo, un attimo e arrivo.

Confessioni di un ologramma [romanzo] – frammento – storie

Mi disse che mi doveva parlare. Era domenica, il cielo era grigio, era febbraio. La sua espressione non era spontanea. La guardavo e cercavo di entrare anche io in quella parte, solo che non sapevo ancora quale fosse. Andammo in camera da letto. “Ti ho tradito” – disse. “Una volta, con Marco”. Non sapevo bene come replicare, le sue parole inizialmente non mi procurarono nessuna emozione. Continuavo a pensare che avrei dovuto ben dire qualcosa: tutta la nostra cultura, tutte le cose vite, sentite, assorbite, tutto ciò che ci ha formati per arrivare anche a un momento simile necessitavano di una frase, di una reazione. Non si può fare scena muta, in un momento simile; bisogna dimostrare che si ha studiato la parte a fondo, che si è parte di un qualcosa che da sempre viviamo in piena condivisione. In momenti come quelli bisogna dimostrare di essere una parte di un tutto, un tutto che è come un movimento continuo, da sempre e per sempre, un tutto che dimostra che esistiamo anche noi, in totale simbiosi col mondo. Mica ci si può estraniare da quello che dobbiamo essere. “Lasciami solo, per piacere, esci da questa stanza”. Avevo smesso di pensare al mio ruolo e avevo iniziato a farne parte. Lei uscì, poi rientrò, poi continuò a parlare: le volte in cui aveva scopato con Marco, man mano che scorrevano le sue parole, passarono da una a cinque, le sue colpe, poco alla volta divennero mie. Non c’ero, non ero affidabile, non era più come una volta.
Non sapevo bene cosa tutto questo volesse dire. Mi stava dicendo che mi avrebbe lasciato? Mi stava chiedendo di perdonarla? Probabilmente non lo sapeva neanche lei. Neanche lei era ancora entrata perfettamente nella parte, aveva bisogno di tempo per capire che storia stava interpretando. In mezzo a questa nuova vita c’erano i sentimenti, quello che si provava, ma più passavano i giorni più questi facevano fatica a coincidere con quello che si pensava di provare. E poi, ancora, con quello che era giusto provare.

I giorni che seguirono furono la preparazione per capire cosa dovevamo sentire, che parte interpretare, in futuro avremmo dovuto far collimare quello che era naturale con quello che era giusto. Tutto quello che lei era, e tutto quello che io ero, dovevano entrare in un ruolo, e quel ruolo sarebbe dovuto diventare percorso, e quel percorso sarebbe dovuta diventare la nostra storia, o, meglio, la storia delle nostre vite. Quello che eravamo davvero, quello che sentivamo o non sentivamo, non contava nulla per quel gioco. Sarebbe rimasto altrove o sarebbe mutato o sparito, ma comunque altrove. In un’altra dimensione, sottotraccia o soffocato, ma non visibile a strada aperta, non nel tempo che passa, nei lavori da fare, nei risvegli la mattina, nel tempo che da grigio diventa azzurro e poi giallo sole e poi mare e di nuovo città.

Giorno dopo giorno ognuno prese la propria decisione. Lei mi avrebbe lasciato, non poteva andare avanti così. Aveva bisogno di qualcosa di diverso, di stabile, di sicuro. Una famiglia. Mi avrebbe lasciato pur amandomi. Si sacrificava, in fondo, per la storia della vita.

Io avevo deciso che l’amavo e che avrei sofferto per lei. Mi sacrificavo, in fondo, per l’idea dell’amore.

Seguirono le decisioni. Sarebbe rimasta ancora per qualche settimana nella nostra casa. Troppo difficile un taglio netto, difficile da spiegare ai genitori, difficile per entrare così velocemente nel nuovo ruolo.

Entrambi ci esercitammo, giorno dopo giorno. Io dicevo che l’amavo, lei diceva che era giusto così. Marco passava a prenderla a casa, aspettava sotto mentre noi ci baciavamo attenti a non farci vedere dalla finestra. Lei mi diceva che io sarei rimasto il suo grande amore per tutta la vita, io le replicavo che non potevo vivere senza di lei. Le frasi erano amplificate dall’enfasi dei gesti. Lei aveva l’aria molto sofferta, si stava immolando per salvarsi, rinunciando a parte di sé. Io, dal canto mio, ero l’eroe maledetto che aveva perso il suo amore, trascinato dalla propria nefasta natura verso egoismi e incapacità di entrare nella società del “si vive così”.

Ancora i giardinetti [confessione di un ologramma] – romanzo

Il giorno dopo c’era il sole.  La mattina era andata bene, la maestra ci diede un gioco matematico da risolvere. Bisognava fare una semplice operazione applicata alla percorrenza di una auto e a un costo chilometrico. Il primo che avrebbe trovato la soluzione doveva correre da lei. Io arrivai per primo, le dissi cinquanta. Poi arrivarono gli altri. Una mia compagna di classe disse cento ed era convinta di avere ragione. Fu una delle prime volte in cui capii di essere molto più intelligente dei miei compagni di classe.

Subito dopo mangiato avrei potuto, quindi, andare ai giardinetti. Passai da Corrado, in vineria. Sua madre era al banco e mi disse di andare nel retro, che mi stava aspettando. I clienti erano quasi tutti pensionati alcolizzati. C’erano altri locali nelle vicinanze, caffè eleganti o pasticcerie. Quella dei genitori di Corrado era l’unica vera bettola del quartiere. I genitori erano venuti a Torino da ragazzi, dal paese, erano della campagna. Democristiani in un tempo in cui si era democristiani o comunisti. Qualche liberale, qualche repubblicano, i socialisti, quelli di Craxi e dei Rolex Daytona arrivarono dopo. La famiglia di Corrado era cattolica ma non andava a messa, e per me era un bene. La domenica mattina almeno potevamo andare a giocare a calcio o in bicicletta senza perdere tempo, Io comunque non ci sarei andato, come tutti i bambini ebrei ero esentato da entrare in chiesa. Per la verità non andavo neanche in Sinagoga, anche se, qualche anno dopo, avrei iniziato a frequentarla.

“Lo sai che cosa è un cupio?” Mi chiese dopo un frettoloso ciao. “No, che cosa è?”. “È uno che vuole baciare i maschi e non le femmine”. Cupio, in piemontese, vuol dire gay. Era il suo modo di replicare ai discorsi del giorno prima. Quelli a cui non aveva assistito, sulle femmine. Aveva usato i froci per sentirsi grande anche lui.

Italia – Brasile tre a due [La memoria del caso – frammento]

Mi sono trasferito, da poco, con la mia famiglia, ho cambiato quartiere. Abitavo alla Crocetta, vicino al centro, adesso siamo andati a Città Giardino.

Preferivo prima. I miei amici abitano tutti lì. E poi lì le cose sono vecchie e belle, qui nuove e tutte uguali. Lì l’autunno lo vedi nei giardini in cui andavo da piccolo. Gli alberi diventano marrone scuro ed il buio li copre presto.

Qui non so ancora com’è l’autunno, sono arrivato che era primavera. E la primavera qui la vedi nel volto sudato dei benzinai e dalle finestre non più bagnate dalla rugiada.

L’altro giorno sono uscito con Gianna. Siamo andati a bere un bicchiere in centro. L’indomani sarebbe partita per Viareggio. Ci siamo dati qualche bacio. Io ce l’avevo durissimo e ho paura che lei l’abbia notato. Non siamo ancora abbastanza intimi, le mie mani hanno toccato solo le sue tette e la sua pancia e le sue gambe. Non il culo e non la figa. Ci vediamo da un mese io e Gianna. Gianna è media. E’ carina. All’interno del gruppo del liceo è considerata bene. Insomma non faccio né una buona né una cattiva figura ad uscire con lei. Non che la cosa abbia troppa importanza, ma un po’ ne ha. Continua a leggere “Italia – Brasile tre a due [La memoria del caso – frammento]”