Iniziò a piovere mentre stavamo giocando a calcio. Il campo era nel primo terzo del giardino, quello con gli alberi a lato, quattro dei quali servivano come pali delle porte. In fondo la fontana. Il secondo terzo, invece, aveva girotondo, scivolo e altalena, quello finale una aiuola, due panchine e altri alberi per un altro campo di calcio. In quella aiuola ci rifugiavamo trovando protezione dall’acqua sotto i piccoli ma folti alberi. Alcuni andarono a casa, a restare fu Andrea il tedesco, soprannome dovuto al suo cognome, Becker, Maurizio il figlio della portinaia, Claudio, quello del negozio di tintoria ed io. Eravamo, insieme a Corrado, quello della vineria sotto casa, nonché mio migliore amico, uno di quelli che corsero a casa, quelli che giocavano meglio a calcio, tra i venti e più del giardino e quindi i capi indiscussi. Era il millenovecentosettantasei. Maurizio iniziò la sua disamina sulle donne: “lo sapete cosa succede quando si eccitano? Alcuni dicono che si rizzano i peli, altri che la figa cambia colore, altri ancora che parlano in modo diverso, ma io lo so, io l’ho vista, gli diventa larga così”.
Dicendolo fece un gesto col pollice e l’indice di entrambe le mani, ad indicare uno spazio che sarebbe bastato alla grandezza del nostro pallone di calcio, non quello leggero, da duecentottanta grammi con cui giocavano quelli piccoli, ma proprio il nostro, quello da quattrocentoventi.
Io avevo undici anni, non ne sapevo niente e non partecipai alla conversazione. Non ero interessato, speravo smettesse di piovere e di poter riprendere la partita di pallone. Negli anni successivi, però, spesso pensai “stai a vedere che invece hanno ragione quelli che dicono che cambiano colore” e d’estate al mare fissavo la parte bassa del costume da bagno delle donne, sperando di intravedere un colore misterioso.

Aspettammo ancora ma la pioggia non voleva proprio finire. Il motivo per andare via dal nostro giardino non era certo quello, ma i genitori che si sarebbero arrabbiati nel vederci completamente fradici. Maurizio voleva andare a fare una partita a flipper al bar di via fratelli Carle, ma lui con cinquanta lire giocava per due ore e così pensammo che avremmo fatto davvero troppo tardi e tornammo tutti a casa.

Io passai, prima, nella vineria per salutare Corrado. “Ciao, prima ho visto tua madre e tua nonna che tornavano a casa, ma che avete fatto ai giardini per tutto ‘sto tempo, avrete mica giocato a calcio?” – mi disse. “Ma no, abbiamo parlato di donne”, risposi. E se prima mi era sembrato un argomento trascurabile, adesso ne trovai il valore. Non era importante parlarne, di queste inutili femmine, ma far capire agli altri di conoscere l’argomento. Salutai Corrado e andai a casa soddisfatto e tronfio.

2 pensieri riguardo “Confessioni di un ologramma [romanzo] – incipit – i giardinetti del Mauriziano

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