Nefòs (usa)

The novel tells of a new war, a new beginning for humanity.
Nefòs is an anagram of En Sof, which, in the Zohar, is first and foremost. Before man, before creation.
In this story Nefòs becomes a computer that decides the fate of humanity.
Of a renaissance man, who, like a Kafka story continues to revolve around himself without really being able to come back to the world.
It ‘s a story that hardly ever talk about the Kabbalah, is woven into Jewish mysticism.

Nefòs – Alessandro Mazzi

Viva l’italia

Se si guarda agli ultimi 70 anni credo che la soluzione sia solo una sterilizzazione di massa. Si deve smettere di pensare di salvare gli italiani. Salviamo l’italia, estinguiamoci.”

Sui giornali, su facebook e twitter, l’ordine del giorno è “analisi di un voto, scoprire perché Bersani non ce l’ha fatta”. Il tema che va per la maggiore è quello pro-Renzi. Avrebbe canalizzato voti della protesta, voti della destra, voti dei moderati e avrebbe vinto. È plaubile. Poi c’è la conferma visualizzata con frasi di Bersani, laddove se da una parte si dicevano due palle due, sempre le stesse, come fossero il mantra al D-o della felicità, lui replicava con molte negazioni “non faremo la patrimoniale, non aumenteremo le tasse, non siamo un partito egocentrico, non siamo quelli dalla promessa facile, non siamo solo protesta”. Tante cose, insomma, nessuna che ti fa andare a letto contento.

Se guardiamo due negozi a bordo strada, uno che vende alimentari e beni di prima necessità e l’altro che svende iphone, dove si forma la fila per andare a fare gli acquisti?

Negli ultimi settanta anni, come detto nel cappello, abbiamo avuto Mussolini – Andreotti – Craxi – Berlusconi. Con piccole interruzioni. Un po’ di Prodi-D’Alema, un annetto di Monti. Monti che probabilmente ha salvato l’Italia dalla bancarotta (fraudolenta) ma non gli italiani.

E adesso: “Bersani deve dimettersi”.
Prima però no. Prima Bersani andava abbastanza bene, certo non quanto Vendola, ma sempre meglio di Renzi. Già, Renzi, quello che vende Iphone e non si capisce cos’altro. E poi. “la sinistra deve fare la sinistra”. Il fatto è che la sinistra fa la sinistra. Quella degli anni settanta. Quella del 1976, che quasi ce la fa, con Berlinguer. Per il resto, non pervenuta.

Ogni buco politico, in Italia, ha prodotto qualcosa. Lega-Berlusconi-Grillo. Che son diversi, per carità. I ragazzi del 5stelle sono pure carini. Ricordano l’euforia delle proteste. Del cambieremo il mondo. Del “via tutti, largo al nuovo, al nuovo che avanza”. Avanza, avanti, facciamo posto. E poi dario Fo che dice che non dobbiamo avere paura di loro, che spazzeranno via corruzione e falsità. Che Grillo, vuole la vera democrazia, quella diretta, quella decidiamo tutti insieme. C’è uno stupro? Il giorno dopo italiani pronti a pigiare sul tasto “a morte” sul pc. Scandalo Monte Paschi? Cos’è che dice il web? Ah, sì, colpa di Bersani, tutti alla tastiera, mandiamolo in Siberia.

E poi c’è l’imu, le file alla posta, la santanché, i giornali dil Berlusoni, e “abbiamo vinto”.

Perché si sa, al solito hanno vinto tutti: Berlusconi non ha perso e ha fatto una campagna acquisti (gli italiani) che lo ha portato al primo posto al senato con doppietta di Balotelli, Grillo, primo partito di Italia in contropiede, con la folla che grida arbitro cornuto, Bersani quello con la percentuale maggiore e lo stadio quasi deserto, Monti ha superato il 10%, gol di classe, si qualifica per le semi finali della coppa del nonno.

Insomma, Italia Brava Gente, il negozio dell’Iphone a rate va ancora bene, i venti euro in tasca, anche se solo per la prima rata, ci sono ancora.

Un lancio senza fine

È il dolore l’ultimo fortino di un  legame che a volte sembra tradirti nascondendosi dietro piccole gioie incollate  come foglie morte a un tronco ormai secco e rigido.

Ti tradisce e ritorna a ricordarti che il tempo non esiste, non esistono i pensieri sottostanti, non esistono le speculazioni consolatorie e quel che era semplicemente non è più.

Il mondo, la gente, sono piccole macchie perfettamente opache e inutili che sempre meno guardi scorrere, e ancora e sempre scambieresti con un secondo di gioia. Ancora uno.

Ci fosse il paradiso sarebbe nebbia bucata dalla danza dei suoi movimenti, e un bastone nelle mie mani, per un lancio senza fine.

 

Sono un sasso

Sono un sasso. E’ l’undici novembre millenovecentonovantadue.
Facciamo l’amore? Ho mani calde.
Manichini senza testa scivolano silenziosi verso deserti cristallini. Il macellaio aspetta nell’indifferenza della sua ascia. Il cielo è sempre blu.
E’ sempre blu e sono un sasso. Fa caldo. C’è afa.

 Sono un manichino senza testa. Vorrei il freddo e le tue mani. Vorrei mangiarti per colazione.
Vorrei perdere il tuo corpo per strada. Venderlo per mille lire.
Il re che non ti vide mai è morto per noia. Non per la tua assenza. Non per te.
Mi racconti del buio e della notte, delle note e del freddo. Il deserto è sempre cristallino.

 Partiamo per Gerusalemme? Andiamo via. Forse, se facciamo in fretta, il macellaio non noterà la nostra assenza. Ce la possiamo fare.

Facciamo l’amore? Ho mani calde e non m’importa se il macellaio ci sorprenderà nella notte.

Raccontami una storia. Ma che sia bella. Dimmi che l’afa sparirà e ci sveglieremo a Gerusalemme.

E’ il millenovecentonovantaquattro e dobbiamo scappare. Dobbiamo prendere il treno. Ci inseguono soldati e noia. Andremo via. Hai mani calde, non lo capisci amore mio?

Non è una storia, siamo nel millenovecentoquarantaquattro. Corri, dobbiamo arrivare alla stazione. Non sei un manichino. Ti prego.
Non c’è desiderio di speranza in questo desiderio.
Ti guardo, non voglio spogliarti, il corpo non c’è.
Non c’è e tu lo sai.
Raccontami un’altra storia ma che sia bella ti supplico. Il macellaio è vicino.
Il macellaio non esiste. Dammi un miracolo. Dammi le tue mani calde. Facciamo un bambino.

Come sarebbe il nostro pezzetto di noi? Nascerà d’estate e dell’inverno avrà l’odore. Avrà i miei occhi, avrà il tuo sesso. Fammi venire con te.

 Il macellaio aspetta. Tocca a me.

Dimenticare Sanremo

L’espressione più utilizzata quest’anno è “un Sanremo di qualità”.
Con Fazio-Litizzetto non si può che usare questa frase, lo usa la sinistra in tono positivo, lo usa la destra in senso ironico, la si usa per la scelta dei cantanti, la si usa per le sue gag con la Litizzetto. E i tempi teatrali ce li hanno davvero, dopo una cinquantina di anni che lavorano insieme sembrano Vianello-Mondaini, dove la Litizzetto è Vianello ed è Mondaini, e Fazio è il microfono.
E poi altri luoghi comuni, sui cantanti. In Italia conta la prima canzone che si ha cantato. Se inizi con rosso relativo, per tutta la vita piacerai alle sedicenni truccatissime e sarai sbeffeggiato dai quarantenni colti. E così Mengoni ha una bella voce ma canzoni troppo popolari, Gazzè è bravo ma due palle, Sivestri fa canzoni fuori dal coro, Elio è geniale, e i Modà vanno bene per cantare a squarciagola con la compagna di banco per poi finalmente zittirla con un bacio alla claudiobaglioni di altri tempi.
Insomma, di questo Sanremo si sarebbe potuto scrivere prima di vederlo; si sarebbe potuto scrivere della scenetta dei due gay a cui manca solo un pannello azzurro come sfondo e poi via, una vita da mulino bianco a new-york, che in Italia non si può. Quella è destinata, appunto, ai Modà e a Maria Nazionalpopolare.
Si poteva scrivere delle canzoni, tutte belle e tutte mediamente noiose, tutte di qualità e tutte dimenticabili al primo ascolto da una parte di Nick Cave, dall’altra di Jovanotti.
Insomma, bello, dai, non fosse che non amo troppo i cherichetti e non li amo decisamente quando si mascherano da sinistra. Ma anche il catto-comunismo si evolve e crea nuovi eroi dai toni pacati, dalle battute quasi graffianti, ma che graffianti non sono mai. E così Crozza che imita tutti, prende in giro tutti, sia mai parlare solo del PiccoloGrandeLadro, che poi qualcuno si offende, sia mai non invitare la Bruni, che oltre a cantare malino, muoversi con la faccia da schiaffi, di famoso ha solo la sua troiaggine internazionale. Non sia mai che la Litizzetto non parli delle donne senza usare la solita retorica. Insomma, tutto facile, tutto di qualità, tutto dimenticabile – come detto – rapidamente.

Adamo ed Eva

Una volta condannati alla parte oscura, Adamo ed Eva decisero di dividersi,
Adamo cambiò nome e divenne Ricerca, girò il mondo intero, conobbe persone, si innamorò di donne, fece l’amore
e guerra alla nostalgia,
trovò puttane e le pagò coi suoi ricordi,
incontrò notti insonni e le comprò con capelli tra le dita, con mani sulla testa, con feti dimenticati, con sonni non sognati.
Di giorno amava confondersi con la gente, sentirne l’odore e udirne le voci, amava mettersi sotto vento; poco importava se a prua ci fosse culla adorna o cimitero senza croce, lui era a poppa comunque, lui comunque apriva bocca e polmoni e polsi, e alzava duro il mento e forte apriva gli occhi.
Nella nuova vita di Adamo, Eva fu terra lontana, poi albero, poi foglia, e delle foglie condivise il destino, arrivò l’autunno e con l’autunno volò via.

Poco alla volta la sua necessità di corpi e voci e odori andò calando, la mattina tardava a sentire il bisogno di uscire, la sera lentamente si trasormò in terra,
e lui verme, senza voler mettere la testa fuori per respirare, nutrendosi della sua coda, cannibale dei suoi occhi, intestino dei suoi pensieri.
Decide di allontanarsi dal mondo, oramai sazio di forme ritrovate con occhi ciechi, cercò riparo sui monti, trovò terra e ne fece casa.
E la casa divenne peso, la notte vuoto, la luce dolore.
Adamo, condannato alla parte oscura, aveva terminato i colori.
I passi divennero crampi, e i minuti, solo, vuoto.
Una mattina si svegliò, si diresse al fiume e si lasciò cadere, mollemente, a fondo.

Eva, appena separata da Adamo, cambiò nome e divenne Acqua.

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confessioni di un ologramma [romanzo] frammento [orrore]

Carla arriva alle quindici, puntuale, citofona e la faccio entrare.
Fuori c’è il sole e una leggera pioggia.
Io volevo farmi una doccia, ma poi si è fatto tardi e mi sono limitato a lavarmi il viso e il cazzo. Carla ha una gonna corta di jeans e stivali neri che le arrivano sotto al ginocchio, una camicetta nera con tanti piccoli bottoni che le cinge il corpo, seno grosso, fianchi grossi, vita normale. Mi dice padrone, mi dice che è venuta e aspetta che le dica cosa fare. Io la guardo e le dico di andare nell’altra stanza, di spogliarsi, di mettersi a quattro zampe sul letto, di restare ferma e di aspettarmi.
Lei mi dice: sì, padrone, e va. Io mi siedo sul divano e fumo una sigaretta, poi mi alzo, accendo il computer per ascoltare una canzone, carte da decifrare di Fossati, vado verso la finestra, la pioggia è fina e si appoggia piano sul vetro, sotto c’è gruppo di gente che fuma e che chiacchiera, in pausa dal Bingo. Chissà se mi lasceranno un po’ tabacco; un uomo è grasso e brutto, spero di non trovare una cicca che sia sua.

Non sono ancora pronto per Carla, il suo odore misto al profumo che ha messo è dolce e mi nausea. La faccio aspettare, ho bisogno di qualche minuto. Guardo il forum di fotografia di mio padre, hanno scritto un commento dopo il mio: “la luce è sbagliata, avresti dovuto gestirla meglio, per il resto non mi dice molto”. Mio padre non ha replicato. “Avresti dovuto gestirla meglio”. Brutto piccolo stronzo, che ne sai della luce di mio padre, tu? E come cazzo ti permetti? E se lui non replica, replico io. “Prima di parlare forse sarebbe meglio fare un corso di tecnica fotografica, dai dati exif si evince che il diaframma era 12, il tempo un sessantesimo, l’ora le sedici e quaranta. Gestire meglio la luce? Più di così non era possibile, dato questi fattori. Quindi, prima di commentare, connettere il cervello, anche se capisco, fa sempre sentire bene parlare male dei lavori altrui, ci dà la sensazione di essere superiori, vero?”. E vaffanculo, deficiente. Il nick di mio padre ha un pallino verde accanto, il che significa che adesso è online, e che sta leggendo il commento. Carla mi aspetta, come un piccolo Cristo da crocifiggere, come una puttana in attesa del suo pappone, a cui far vedere i segni del suo lavoro, come una feto in attesa che un pugno venga e lo strappi via dalla pancia, vivo o morto non importa, ma via da questa bara. E io vado da Carla, con quel suo nauseabondo odore di oppio che ha addosso, e per Dio, le darò tutto il male che è venuta a prendersi.