Confessioni di un ologramma [romanzo] – frammento

“Una volta, nel 2003 credo, ebbi una sorta di relazione con una studentessa della Holden. Di quelle incasinate, belle a modo loro, abbastanza intelligenti. Ci vedemmo qualche volta, poi restammo stranamente amici, cosa rarissima, per me. Poi ci perdemmo di vista, e quando ci ritrovammo ci raccontammo le solite cose, lavoro, relazioni. Io nel frattempo mi ero messo a frequentare ambiente sado-maso (non quello con fruste e frustini), lei stava con uno sceneggiatore famoso e aspettava un figlio. Parlammo di “noi” e mi disse che mi aveva sempre visto come un ologramma. Che aveva preso una gran cotta per me, ma che molto spesso le sembrava, semplicemente, che io non esistessi. Subito pensai che fosse una definizione strana, solitamente mi sono comportato male con le donne, ma mai sono stato etichettato così. Poi invece lo trovai molto calzante. Sono così quasi sempre, in effetti.

Forse penserai che non c’entrano nulla con le tue parole, queste mie frasi, ma per me non è così, io la vita che vivo adesso non riesco bene a definirla, ma è come se fossi all’interno del mio personale ologramma, fatto di merda e falsi rapporti, o, semplicemente non-rapporti, altra merda piccicata a quella del mio ologramma. E io, dentro questo colossale solido nulla, mi agito come un embrione che molto probabilmente morirà senza essere mai venuto alla luce.”

Nefòs [Novel] – fragment

Ester goes out, takes her car, goes back home. Andrea turns on the screen, grabs a bottle of vodka, sits down on the couch and drinks.

She really know fuck all about me. Always the same shit, when things are good I’m the best person in the world, and oh so much love do I give her, but then, when she’s just a bit nervous over some bullshit, bingo! I become the careless fuck who gives no shit about all the evil in the world. But really what the fuck do I care about Fregli, Victor, the dissidents and the Nine? What the fuck are them for me? What are they worth? What’s the difference? They’re one and the same, with their own ideologies, all hunting for power, all believing they’re the only right ones in this fucking world. As if anything would change, as if Fregli was different from one of the Nine. Did he die in the war, maybe? No, against his own ideas he went with Blinz, knowing he would have won, exactly like the Nine did. And Ester as well, feeling so good and nice to carry out such a risky action as taking one cunt to meet another cunt. The fool, she doesn’t even know that she does it just to feel good and useful for the cause, but she doesn’t give a shit about the Nine and the dissidents, too. At Mario’s with Mario, that’s what Ester really is, forget the bullshit. But then she tells me to be fully myself when I’m in bed with her. Sure, so she can feel the whore that she really is, bloody hypocrite. And fuck her too, who the fuck looked out for her? Was it me to tell her to start again? And then again, didn’t she know already how careless I am, how little I care about the whole fucking world? Poor middle class hypocrite bitch. Hypocrite bitch, that’s all she is. How many bloody years have we been together, always pretending for the common good, no, not for the common good, for a mutual welfare, for the need to stay in the surface, to have fun and share love, only love, what a drag, how can I tell her that love is the most overrated thing there is? Oh no, we must tell us that we give each other love, and then maybe in bed let go and become who we really are, some fucking apes in suit and tie, that’s what we really are. But then I am the monster because I don’t say what I’m supposed to say, I don’t do what I’m supposed to do, and Agnese as well, it goes without saying. And what the fuck does she know about Agnese, eh, what the fuck do you know about her, Ester? Have you ever really asked me anything? You just wanted me to tell you the things you wanted to hear, so you could forgive me, so you could understand me, so you could convince yourself I’m not a monster, I just make mistakes. What the fuck do you know about my bollocks, Ester, about what me and Agnese had together? It’s better not to know, it’s better to separate, after all we separate everything since we are born, we’re just Jews after all, are we? Even people, let’s separate people carefully as well, separate what’s wrong in them from what’s right in them, then according to our feeling towards that person, we forget about one of the parts. If you love me, I am good, if you got problems, if Clara disappears to get fucked by one of the Nine, then I’m a beast. Fuck off once and for all, you damn hypocrite, and stay the fuck away, Ester, this time, don’t wait for your state of mind to chance, so you can forget who I am, so you can forget about Agnese and the whole rotten world, you fool. As if the only thing that matters was not the direction. And go, study the Torah better than you did as a child, maybe you will realize all the bullshit you told me and how hypocrite is the life you lead, you idiot. Really, fuck you and you inability to admit that you went with Mario to understand who you really are, forget all the bullshit, but no, oh no, you need to have an average relationship, an average man, maybe with slightly different thoughts from the average, sure, a man that’s splendidly alternative, that’s against, but always within good taste boundaries, always within moral boundaries imposed by someone else, what the fuck, otherwise you’re indecent, you’re a monster, right? And you, Ester, who the fuck do you think you are, with your whining and your pro-dissidents actions? Sure, you say you feel like being in a movie, you always are in a movie, bloody idiot, and as soon as you get out of it you understand nothing at all, of course, because the plot’s been written by someone else, so it’ll suck, but there’s no risk in living it, is there? Go, get back home, all the better for it, there’s no movie around here, there fuck all around here, bitch. 

Translated by Pietro Maggi

Lo aveva infranto lui

Era domenica e lei voleva parlare. Non aveva niente di particolare da dire, ma il giorno prima aveva lavorato, come tutta la settimana, fino a tardi. E la sera erano entrambi stanchi. In realtà era così anche all’inizio, quando si erano conosciuti.
Ma all’inizio il tempo comune era qualcosa di ambito, di ricercato. Aspettavano il loro tempo per stare insieme, per guardarsi, per trovarsi. Le loro parole non si accavallavano, diventano linguaggio comune. Insieme si creavano: ogni lettera che usciva dalle labbra di uno o dell’altra diveniva alfabeto.
E così gli sguardi prima di fare l’amore. E così il fare l’amore.
Il “loro” fare l’amore era creazione di un qualcosa. E, anche quando finiva, le mani continuavano a restare l’una nell’altra. E il tempo passato lontano – l’un l’altra – altro non era che eco di questo amore.
Ma il tempo divenuto, poco alla volta portò falle di bisogni. Bisogno di altre presenza, bisogno di riposo, bisogno di lavoro, di attenzione, di completamento.
E l’inerzia divenne vuoto.
E arrivò il pensiero, in quella domenica in cui lui non aveva nulla da dire.
La prima volta che si videro lui, quasi solennemente, dichiarò: “ti libererò senza distruggerti”. Lei non aveva ben capito cosa volesse dire. Lo capì quella domenica, prima dell’arrivo di quel pensiero. Era volontà d’amore, quella frase. Ti libererò da tutto quello che ti protegge per farti vedere quello che veramente sei, ma senza lasciarti indifesa al dolore.
Ora così si sentiva e, per ripararsi, per frapporre qualcosa tra sé e il vuoto, pensò a un altro, a un’altra persona, a un altro tempo, a un altro luogo.
Il comandamento lo aveva infranto lui – si disse – poco prima di mentirgli.

scriptum

lo scarabocchio

Era il millenovecentosettantuno quando scarabocchiai l’ultima pagina del libro di lettura. Scarabocchiai, allora, senza saperne il motivo.
Ogni giorno, poi, continuai ad andare a scuola con sussidiario e libro di lettura, ma, questo, sempre in seconda posizione. E quando lo aprivo, accompagnato dalla paura che la maestra potesse accorgersi di quell’atto masochistico di ribellione verso il suo ruolo, la meticolosità nel farlo era accompagnata da una sensazione di paura assoluta. Essere scoperto, essere punito, fu una delle mie prime durevoli sensazioni forti. Ogni giorno che passava, per me, non era altro che un giorno in meno all’ultima lettura, quella che, inevitabilmente, avrebbe portato gli occhi della maestra su quello scarabocchio.
Per tutto l’anno mi sentii vivo. Ogni giorno l’inerzia dell’incedere senza motivo fu sostituita da una pungente consapevolezza di esistere. Quella sensazione allo stomaco, prima che al cervello, che tutto possa finire in un dramma mi rese attento, mi rese protagonista del tempo e non più solo succube spettatore.
E quella mattina, quando gli occhi della maestra si posarono sullo scarabocchio che feci, prima ancora che mi chiedesse spiegazioni, intuii che quello che avevo disegnato era il mio destino.

scriptum