uno, due, tre


Letto. Pioggia sui vetri. Rumore di vento. Movimenti duri, difficili, del corpo che non si sveglia. Dall’altra parte – prima del risveglio – ci sono colori forti e macchie di vernice, sensazioni senza bisogno di sciarade per poter trovare vita. Da questa parte, la vita, nasconde quelle emozioni, nasconde i veri nomi, inventa un nuovo gioco “nascondino nel tempo”. E dal letto mi metto a cercare negli anni, ma ci sono troppe insidie, memoria-realtà-finzione, per riuscire a trovarmi. Eppure, da qualche parte devo essere finito. Mi vedo da lontano, non so bene ancora in che anni sono, cerco di mettere a fuoco, mi avvicino spostandomi leggermente dall’albero. Mi vedo, per una frazione di secondo ho la nitida sensazione di vedermi. Mi vedo nell’attimo di toccare quell’albero, mi vedo mentre dico, sorridendo, maligno, a me stesso: “un due tre, liberi tutti”. E svanisco.

Alessandro Mazzi

scriptum

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