uno, due, tre

Letto. Pioggia sui vetri. Rumore di vento. Movimenti duri, difficili, del corpo che non si sveglia. Dall’altra parte – prima del risveglio – ci sono colori forti e macchie di vernice, sensazioni senza bisogno di sciarade per poter trovare vita. Da questa parte, la vita, nasconde quelle emozioni, nasconde i veri nomi, inventa un nuovo gioco “nascondino nel tempo”. E dal letto mi metto a cercare negli anni, ma ci sono troppe insidie, memoria-realtà-finzione, per riuscire a trovarmi. Eppure, da qualche parte devo essere finito. Mi vedo da lontano, non so bene ancora in che anni sono, cerco di mettere a fuoco, mi avvicino spostandomi leggermente dall’albero. Mi vedo, per una frazione di secondo ho la nitida sensazione di vedermi. Mi vedo nell’attimo di toccare quell’albero, mi vedo mentre dico, sorridendo, maligno, a me stesso: “un due tre, liberi tutti”. E svanisco.

Alessandro Mazzi

scriptum

La memoria del caso [amazon]

Ed io mi farò un bagno, toglierò il tappo dal buco della vasca e ti vedrò scivolare via. Ti vedrò andare via lentamente, goccia a goccia. Vedrò andare via il tuo odore dalla mia pelle, il primo tuo sorriso e l’ultimo pure, le nostre bugie piccole, il mio cazzo che entra nella tua fica. Vedrò andare via quella volta che scappammo dall’albergo perché non avevamo soldi, scomparirà il neo che hai sul culo e che amavo leccare, via i colori dei tuoi capelli e dei tuoi peli, via quella volta che nel tuo culo con il tuo neo volevo mettere il mio cazzo e tu no e tu si e poi d-o mio ma non è alle donne che poi fa male? Via i miei pensieri quando ti aspettavo sotto casa e tu eri ancora dai tuoi, via, se ne andrà via tutto da quel cazzo di buco di vasca, via i dischi sentiti insieme, via brahms e via fossati, via lo straniero e via il tunnel, se ne andranno i problemi e i piatti che lavavi solo tu, se ne andrà l’odore sulla nuca e il sapore della tua fica, via la mia insonnia sul tuo corpo, via quel cazzo di rumore tipo fischio che facevi quando tossivi, via le tue mani e i tuoi piedi e i tuoi popliti e le tue gengive e via le tue cazzo di lezioni di greco e di latino e vaffanculo, via la tua famiglia di bravi e belli e intelligenti e di sinistra, via la tua risata, via i tuoi amici tutti artisti e tutti froci.

Toglierò il tappo e colerai via. 

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A dicembre la versione in brossura.

Confessioni di un ologramma [romanzo] – frammento

La prima volta che ho zoppicato avevo dodici anni. Stavo giocando a calcio al giardino e di colpo mi sentii stanco e camminavo a fatica. Andai a casa, i miei pensarono avessi preso l’ennesima botta, ma quel giorno non ne avevo presa nessuna. E il giorno dopo continuavo a camminare male. Il giorno dopo ancora c’era la visita medica della classe: tutti dal dottore e farsi una iniezione per qualche vaccino. A me chiesero come mai claudicavo; risposi che non lo sapevo, ma la cosa mi preoccupò. Ai miei, invece, per qualche giorno sembrò una cosa normale, ma dopo prenotarono una visita al Maria Adelaide, sontuosa struttura ospedaliera di Torino, dal Dott. Lievre, primario di ortopedia.

A me non sembrava neanche di zoppicare, mi faceva solo fatica camminare, e, più che altro, mi dava fastidio l’espressione che aveva la gente quando mi vedeva per strada. In realtà io zoppicavo solo quando qualcuno mi guardava zoppicare.

E comunque, la visita, corredata di raggi x per vedere cosa diavolo mi era successo, fu abbastanza breve e dalla sentenza inequivocabile: “vedete la testa del femore? A vostro figlio si è leggermente staccata dall’anca. E l’ometto deve avere anche molto male, seppur non si lamenta per nulla, che bravo. Comunque, dobbiamo purtroppo ricoverarlo. Lo ingesseremo e terrà il gesso per due mesi, in modo da rimettere tutto a posto. Finiti i due mesi, via il gesso, un mesetto di riabilitazione e la gamba sarà perfetta, come prima”.

Due mesi passano in fretta, l’ospedale deve essere divertente, verranno tutti a trovarmi. E io sarò sdraiato e saranno loro a doversi muovere.