senza aria


Mi sono trasferito, da poco, con la mia famiglia, ho cambiato quartiere. Abitavo alla Crocetta, vicino al centro, adesso siamo andati a Città Giardino.

Preferivo prima. I miei amici abitano tutti lì. E poi lì le cose sono vecchie e belle, qui nuove e tutte uguali. Lì l’autunno lo vedi nei giardini in cui andavo da piccolo. Gli alberi diventano marrone scuro ed il buio li copre presto.

Qui non so ancora com’è l’autunno, sono arrivato che era primavera. E la primavera qui la vedi nel volto sudato dei benzinai e dalle finestre non più bagnate dalla rugiada.

L’altro giorno sono uscito con Gianna. Siamo andati a bere un bicchiere in centro. L’indomani sarebbe partita per Viareggio. Ci siamo dati qualche bacio. Io ce l’avevo durissimo e ho paura che lei l’abbia notato. Non siamo ancora abbastanza intimi, le mie mani hanno toccato solo le sue tette e la sua pancia e le sue gambe. Non il culo e non la figa. Ci vediamo da un mese io e Gianna. Gianna è media. E’ carina. All’interno del gruppo del liceo è considerata bene. Insomma non faccio né una buona né una cattiva figura ad uscire con lei. Non che la cosa abbia troppa importanza, ma un po’ ne ha.

A me piace la considerazione del gruppo e credo che non riuscirei mai a uscire con una brutta o una troppo facile.

Oggi fa un caldo boia. Domani c’è l’Italia che gioca e andrò a vederla da Corrado. Lui è del Toro e mica è tanto contento ai gol di Paolo Rossi. Io glielo dicevo che avrebbe segnato. Era in crisi, doveva solo sbloccarsi. Io sono della Juve, per me è facile credere in Paolo Rossi e comunque c’è la partita col Brasile, loro sono favoriti, ma non è mica detto, metti che Paolo Rossi ti fa una doppietta, loro cosa fanno? Ne fanno tre? Noi siamo forti in difesa, tre gol non ce li fanno mica facile.

Io a calcio gioco e sono abbastanza forte, voglio dire, non forte da giocare coi professionisti, ma abbastanza che quando giochiamo tra amici mi vogliono tutti in squadra. Sono numero dieci ma non un regista puro, sono uno che segna anche.

Fa un caldo boia oggi. In casa siamo in sei. Ci sono io, mio fratello e mia sorella, mio padre e mia madre e mia nonna. Io sono il più giovane, mia sorella ha vent’anni, mio fratello trenta. I miei sono di mezza età e mia nonna ha ottantacinque anni. Da un po’ ha l’arteriosclerosi. Non si ricorda le cose insomma, ma non sembra triste.

Quando se le ricordava invece forse lo era. Non so. Suo marito, mio nonno, è morto prima che io nascessi. Era un bell’uomo, almeno così dicono, dalle foto non si vede bene. E mia nonna lo amava moltissimo, anche se lui la tradiva e spendeva tutti i soldi in stupidaggini. Mia nonna una volta mi ha detto che alla sua morte, se fosse stata convinta dell’aldilà e di poterlo rivedere, si sarebbe uccisa. Io nell’aldilà non ci credo molto. E poi ho abbastanza casini nell’aldiquà. Tipo che Gianna mi sa che al mare trova un altro. O che io al mare non trovo nessun’altra. Non lo so.

Oggi fa un caldo atroce e non so cosa fare. In casa non c’è nessuno, sono andati tutti al cimitero a trovare il nonno. E’ morto esattamente venti anni fa. I miei insegnano, così, da piccolo, stavo sempre con mia nonna. Dormivo nella sua stanza e ogni tanto nel suo letto. Capitava quando mi svegliavo da un incubo. Ne avevo di classici e ricorrenti, di incubi. In uno scappavo, con mia sorella, dal lupo. Passavo tutta la notte a correre e non mi raggiungeva mai. In un altro c’era una specie di biblioteca quadrangolare in mezzo ad una stanza. Toglievo i libri e all’interno c’era un ascensore. Nei fili d’acciaio, quelli che servono per farlo andare su e giù, c’era un uomo morto impiccato.

Il più terribile dei miei incubi da bambino era quello del male. Un male senza forma, non era né un lupo né la morte di un impiccato. Era una presenza che mi opprimeva le notti, non lo vedevo, il male, ma sapevo che c’era. Così, se mi accorgevo di star sognando, decidevo di svegliarmi e correvo nel letto di mia nonna. Non so perché facevo tutti questi sogni orrendi. Di giorno ero un bambino felice. A scuola andavo bene, ai giardinetti avevo tanti amici, eravamo una banda. Ci si trovava tutti i giorni per giocare a calcio o per andare in bici. Bello, era tutto bello da bambino, almeno di giorno. Di notte no.

Una volta feci una cosa strana. Ero in prima elementare, credo, o forse in seconda. Scarabocchiai l’ultima pagina del libro di lettura. Così, senza motivo. Passavano i giorni e con i giorni i fogli letti. Rimasi mesi con la paura del mattino in cui avremmo letto quell’ultimo schifosissimo racconto nella pagina scarabocchiata.

Telefono a Gianna.

  • Buongiorno signora, sono Renato, potrei parlare con Gianna?
  • Ciao Renato, te la passo subito.
  • Grazie signora. Ciao Gianna, come stai?
  • Bene, che piacere, tu come stai? Fa un caldo boia a Viareggio e da te?
  • Sì, anche qui si muore.
  • Ma quando parti, sei ancora a Torino, vero?
  • Sì, partenza rinviata, non so, i miei devono aspettare perché devono accompagnare mia nonna per un controllo. Che palle, qua si muore di caldo e c’è solo Corrado. Tu la vedi la partita domani?
  • Certo che la vedo. Ho ritrovato tutti gli amici dell’anno scorso, la vediamo insieme a casa di Lucio. Lucio, sai quello con cui uscivo l’estate scorsa? Adesso sta con Mara.
  • Mara?
  • Sì, quella della I C, quella rossa con le lentiggini. Viene tutte le estati a Viareggio anche lei.
  • Ah.
  • Senti, mi pensi?
  • Come ti penso? Certo che ti penso, non ti pensassi come avrei fatto a telefonarti.
  • Scemo. Mi pensi e facciamo come abbiamo detto.
  • Sì, Gianna, siamo insieme.
  • Che bello, mi piace stare con te. Adesso devo andare. Melo dai un bacio?
  • Sì, Gianna, ti bacio.
  • E io bacio il tuo bacio. Ciao Renato, ti chiamo domani pomeriggio tra il primo e il secondo tempo, vuoi?
  • Sì, ma non so se sono a casa, forse vado a vederla e tu sei da Lucio, facciamo che se non ci si becca ci sentiamo dopodomani a pranzo, eh?
  • Va bene facciamo così. Ciao, adesso vado al mare.
  • Ok, ciao ti bacio.
  • Bacio sul tuo bacio, ciao.

Secondo me quel Lucio se lo rifà. O forse no, senno me lo diceva o non mi diceva niente. Quindi se lo fa ma non lo sa ancora. In pratica saranno tutte puttane le donne ma senza saperlo ancora. Non mi dà molto fastidio. Fa troppo caldo per avere un fastidio che mi distragga. Mi sa che sarà un’estate noiosa. Nizza con i genitori e nonna. Che palle.

Passerò la mattina in spiaggia con gli amici a guardare tette e culi di donne che non la danno e sanno che sai che non la danno e a interminabili partite a pallavolo. Di pomeriggio gireremo sudati per le strade dell’isola pedonale in cerca dei culi e delle tette che non la danno. La sera ci dimenticheremo che sappiamo che non la danno e in discoteca faremo le facce più da fighi che possiamo. E la notte ci faremo seghe pensando a quei culi e a quelle tette che finalmente ce la danno.

Va be’, non è detto che vada così. In fondo l’estate scorsa qualche pomiciata sparsa l’ho pure rimediata. E magari i miei mi lasciano andare a trovare Gianna. Già, ma se lei nel frattempo si è messa con Lucio?

Madonna che caldo fottuto che fa oggi.

Chiamo Corrado.

  • Ciao, com’è?
  • Bene, cheffai?
  • Un cazzo, mi rompo i coglioni dal caldo, e tu?
  • Idem. Ci si vede ai giardini?
  • Ah, prendo la vespa, ci vediamo là fra quindici minuti.

Prendo la vespa, vado ai giardini.

I nostri giardini sono belli. Ovali, lunghi, duecento metri. Sono divisi in tre. La prima parte è rada con pochi grandi alberi e un toro verde per fontana. E’ la parte dei miei dieci anni, lì facevamo le partite di pallone. La parte centrale ha scivolo, girotondo, altalena. Ovviamente lì ci andavo con mia nonna e i bambini e le tate. L’ultima parte è vuota in parte e con grande aiuola. Lì ci si imboscava dai tredici ai quindici anni per limonare.

In pratica ho vissuto tutta la mia vita in quei giardini.

Vespa TL electrox, novantacinque all’ora, quattro marce. Quella stretta, con più ripresa, meno comoda, più cattiva. Bianca in origine, diventata azzurra con due bombolette spray di vernice. Bellissima.

Ci troviamo al solito posto, davanti al toro verde.

  • Ciao, com’è?
  • Mah, bene, tutto sommato, ma ‘sto cazzo di caldo.
  • Madonna, lascia stare pure in vespa non passa, ti arriva solo aria calda.
  • Che facciamo?
  • Boh, andiamo da Gatsby a prendere un gelato?
  • Ok, a chi fa prima?

A chi arriva primo. La strada si muove sempre veloce e stretta. Le macchine vicine, tutto è sfocato, la telecamera è su di me.

A chi arriva prima arrivo sempre primo.

Un gelato.

Telefono a casa che faccio tardi.

  • Vieni, nené sta male.

A chi arriva prima arrivo sempre primo.

Mia madre è agitata, ha chiamato il dottore, il dottore non c’è ancora. Mia nonna respira a fatica, respirando sento un fischio, sento l’aria che non arriva come dovrebbe. E’ agitata, si muove sulla sedia. E’ magra, magrissima, i suoi occhi sembrano una scultura di bronzo su viso di legno.

Siamo nella sua camera, c’è poca luce, mia madre cammina avanti e indietro. Non so cosa fare, dio mio cosa devo fare? Il mio respiro segue quello di mia nonna, sento solo più aria che non vuole arrivare ai polmoni e fischio e fischio nell’aria che non sa di niente. E’ tutto sfocato, vedo gli occhi di mia nonna che cercano i miei, la sua mano che cerca la mia mentre il poco peso del suo corpo sembra ballare sulla sedia. Mia madre è nel contorno sfocato.

Non riesco a tenere la sua mano nella mia, mi alzo, cerco di diventare sfocato anch’io, mentre lo faccio diventa tutto nitido. Nitida è la stanza accanto, Nitida è mia madre che mi dice “ma quando arriva il dottore? cosa devo fare?” Nitida è la luce fioca di mezzo pomeriggio di luglio che passa dalla finestra ai miei occhi, nitido è il mio cane a cuccia, che sembra sognare.

E’ tutto nitido tranne mia nonna che muore senza la mia mano e lontana dal mio sguardo. Muore nel contorno sfumato e al gioco di chi arriva primo io non sono partito.

Adesso mia madre piange e io l’abbraccio e arriva il dottore e passano i minuti e le ore e ancora tutto è sfocato. Mia nonna adesso è a letto sdraiata, la porta della sua camera si chiude e la luce del mezzo pomeriggio ormai si è fatta buia. La scultura di bronzo su viso di legno è andata via.

Mia madre dice che sono stato bravo, che l’ho aiutata quando sua madre moriva.

Mia madre non mi ha visto quando scappavo dalla mano e dagli occhi.

C’è Italia – Brasile; vado da Corrado.

Io non piango. Domani c’è il funerale e non piango. Non riesco a dormire e non piango. Fa un caldo schifoso in ‘sta cazzo di città. Paolorossi ha fatto tre gol e ha mandato il Brasile all’inferno, io non piango.

Una volta sono entrato in camera di mia nonna e lei era nuda, lei non mi ha visto. Aveva i seni molli mia nonna ed era curva su se stessa. Tra le gambe aveva peli duri. Mi ricordo che quando avevo sei o sette anni l’avevo fatta arrabbiare e lei mi rincorreva per casa. Inciampò. C’era sangue per terra e un taglio sulla fronte. Lei mi disse “sei cattivo”. Io non piango.

Un’altra volta eravamo andati al mercato e facevo un capriccio, volevo che mi comprasse un regalo, lei mi disse “smettila, trattami bene, quanto credi che mi resti ancora da vivere? Quattro o cinque anni”.

Io non piango.

Fa caldo al cimitero. Il rabbino parla in ebraico. Siamo tutti intorno alla bara: mamma, papà, Riccardo e Sara. La vedo andare giù nella terra.

Nella mia mano destra stringo due cuori d’argento.

Corro lontano. Piango. Piango che non riesco a respirare. Piango e mi fa male lo stomaco, mi fa male il petto, sento le gambe molli e ora, davvero, è tutto sfocato.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: