Una notte fuori – Confessioni di un ologramma [romanzo] – frammento


Passare una notte fuori è una questione di vita. Non che non si possa vivere senza farlo, intendiamoci, ma rimane una questione di vita, e, come tutte le questioni di vita, non è cosa facile.

Io non sono un professionista, mi è capitato assai raramente, ma per farlo bisogna sapere alcune cose. Innanzitutto i problemi, e ce ne sono diversi e di diversi tipi.

Iniziamo con quelli più pericolosi. Gli attacchi. Si possono avere due tipi di attacchi; da malintenzionati in cerca di soldi e da benintenzionati protettori dell’ordine. A seconda del tipo di vita che si ha possono essere più pericolosi gli uni o gli altri; il problema è che questi due generi di pericolo hanno comportamenti completamente diversi e, quindi, anche le difese devono esserlo.

Per tenersi lontano dai malintenzionati bisogna stare il più possibile in mezzo alla gente, ma questo è possibile fino a una certa ora, poi, anche nella più grande delle città, non rimane nessuno se non te , qualche barbone e i possibili malintenzionati. La prima cosa, quindi, è cercare di evitarli. Se non riesci devi cercare di essere indifferente. Non sta a te iniziare una colluttazione, quindi, sguardo basso e pedalare. Se proprio sei attaccato, devi cambiare atteggiamento. Ma di questo parlerò più avanti.

Per gli attacchi, invece, delle forze dell’ordine, non ho grande esperienza né molta paura. Non avendo mai avuto a che fare con questa gente, il massimo che mi può capitare è dover spiegare i motivi della notte fuori, ed è cosa che non amo. Quindi, starne alla larga. Come? Cercando di non essere visibile, di essere uno come tanti. Per farlo si possono eseguire due tecniche, una in contrapposizione con l’altra. La prima è di essere normale tra i normali. Ma è difficile esserlo, di notte. La maggior parte delle persone che trovi in giro sono ragazzini, quindi tu sei fuori norma. Puoi fare l’alternativo, aria schiva e sicura, ma non piace. Il poliziotto non è alternativo, e, cosa peggiore, odia gli alternativi. Sono alternativi al sistema, sistema che lui difende. Quindi, non va bene. Devi essere umile ma non troppo. Se sei troppo umile, il poliziotto se ne approfitta. Si sente superiore. Se te la tiri, ti odia. Lui passa la notte fuori per 1500 euro al mese e tu te la tiri? Non va bene. Devi essere tipo lui, non fosse che non sei un poliziotto. Quindi, poco brillante, non incline all’ironia, ignorante quanto basta per non sapere se Praga è una città o un tipo di pizza e, soprattutto, omologato. Tutto questo, ovviamente, devi dimostrarlo se ti fa domande. Se no, ciao ciao poliziotto.

Altro problema: la temperatura. Anche se, come adesso, siamo quasi in estate, di notte fa freddo e non puoi evitarlo. Quello che puoi fare è cercare di sentirlo il meno possibile. Per farlo non puoi stare in un parco, gli spazi aperti, la mancanza di mura con dentro il caldo, e il vento consigliano di stare altrove. Quindi in un centro abitato. Altra cosa per sentirlo meno, non stare fermo, camminare. Però poi ti stanchi. E se vuoi sdraiarti sarebbe meglio il parco. A qualcosa, insomma, devi rinunciare.

Detto questo, sono qui, a Padova, col cane, e non ho trovato nessun albergo che lo accetta. Quindi la notte fuori è adesso.

Incomincio a camminare per il centro, c’è ancora gente, ma so che durerà poco. Mi fermo in un bar e bevo l’ennesimo bicchiere di vino. Non ne ho tantissima voglia ma l’effetto dopo mi verrà utile, calore e leggero stordimento non possono che aiutare.

Prima l’ho sentita, credo sarà l’ultima telefonata prima delle due o quattro settimane concordate, speriamo bene. Ecco, questa è un’altra cosa che mi tornerà utile nella notte, qualcosa a cui pensare, intensamente. Perché questo è l’unico mezzo davvero efficace per far passare il tempo. Estraniarsi dal posto, dal freddo o dal caldo, dai possibili male o bene intenzionati, dal buio della notte: pensare a qualcosa.

E intanto il tempo passa ma per arrivare a domattina è ancora terribilmente freddo e non posso continuare a camminare, il cane è stanco. Prima tappa: la piazza grande che non ricordo come si chiama. C’è un grande parco nel mezzo, e, freddo a parte, mi posso riposare nel prato.

E ci vado e il cane sbuffa, si sdraia e sembra pensare “ma che diavolo, andare a letto no, eh?”. Io lo guardo, guardo in giro, nessun apparente pericolo e la temperatura e gradevole, posso iniziare a pensare anche io.

È passato quasi un anno. Adesso starà dormendo, lei fa sempre così, che si sia felici o tristi, preoccupati o rilassati, a un certo punto dorme. Meglio così. E poi, sapesse dove sono adesso si preoccuperebbe di sicuro. Anche senza dirlo. Perché anche questo fa così, non dice quasi nulla, subito. Apparentemente fredda, potrebbe essere il suo soprannome. Va be’, speriamo dorma. Sforzarmi di pensare a qualcosa di bello, se no la notte non passa più. Anche se è strano, sembra sempre non passare, poi di colpo è andata e, guardando indietro, sembra che sia durata un secondo, massimo due. La nostra pausa. Speriamo, chissà. Non lo so, ma deve andare bene, è troppo quello che si ha da perdere rispetto a quello che abbiamo, non avrebbe senso. Va be’, basta, devo pensare ad altro. Ec ecco che in soccorso mi viene il suo corpo la prima volta.E fare l’amore, scopare, sudare, parlare e poi smettere e ancora carne, e ancora tutte quelle cose pensate, provate e dette che adesso trovano posto, in fila e insieme, trovano posto senza parlare e senza mostrasi se non per quello che realmente sono.

Sento un rumore, mi giro, due ragazzi, lei e lui, corrono nel prato, scalzi. Sono belli, giovani, spensierati. Ma mi hanno distratto, che ore sono? Le quattro meno venti, dannatamente presto. E incomincia a far freddo e ogni tanto passa una volante. Va be’, chi se ne frega, in fondo non faccio altro che aspettare che arrivi domani e che possa tornare alle cose da fare. Che sono tante, indubbiamente. Ma a questo, appunto, penserò domani. Adesso ho bisogno di andare altrove. E torno da lei. E ancora lei arriva. E le mani e il primo sguardo che sembra non essere passato mai in questo anno. Come se mi fosse rimasto addosso, quel suo primo sguardo, sia che i suoi occhi siano vicini, sia che siano lontani. Romanticismo? No, questo no, questo lo aborro, non è romanticismo, è quello che è, tornare a casa. Va be’, dai, pensiamo.

A cinque anni qualcosa non andava, cos’era? Perché cambia tutto ma non quello. E nuove cose che mi portano allo stesso punto. La sensazione è sempre quella, non l’apparente motivo. Non è più la paura del buio da affrontare per arrivare alla porta del bagno. Non è quello sceneggiato in cui uno moriva impiccato in una strana ascensore che appariva spostando dei libri. Adesso non so bene cosa sia che mi porta alla stessa sensazione. E fa freddo, adesso. Dicono che l’ora più fredda sia le cinque del mattino, chissà se è vero.

Una volta, mentre tenevo un corso di scrittura creativa, uno mi disse: tu vesti diverso dagli altri, pensi diversamente dagli altri, vedi le cose in maniera diversa dagli altri. E tutto questo nessuno te lo farà pesare fino a che sarai perfetto. Appena darai segno di debolezza, da particolare diventerai strano, da affascinante passerai ad essere emarginato, da bello a brutto. Io non ci diedi subito molta importanza, ma poi capii che aveva ragione lui. Per poter essere contro, per essere accettato, comunque devi essere dentro. Se esci la porta te la chiudono in faccia. Lei non lo fa, o, almeno, non lo sta ancora facendo. Forse queste due o quattro settimane servono proprio a questo. Da che parte stai?

Io sto qui nel parco, adesso, e conto tutto quello che vedo anche se continuo a vedere lei. Che diventa numeri, uno dopo l’altro.

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