Nefòs [romanzo] – frammento

Mario era un suo ex amante. Si erano conosciuti diversi mesi prima che il rapporto con Andrea finisse, a una festa, presentato da un’amica. Per molto tempo Mario la corteggiò.

Il giorno dopo che si separò, Ester andò a casa sua, Mario le disse di spogliarsi, lei si spogliò, Mario la bendò, lei non disse nulla, Mario le legò le caviglie e i polsi dietro la schiena. La insultò per averlo fatto aspettare tanto. Lei aveva paura ed era eccitata, si sentiva impotente. Lui cominciò a sculacciarla, senza dire nulla. Ester sentiva dolore, avrebbe voluto scappare, ma era legata. Passarono secondi, minuti, il suo corpo era teso, i muscoli rigidi e le mancava il respiro. Incominciò a supplicare Mario di smetterla. Mario disse: “smetto quando voglio, puttana, e poi guardati, sei bagnata come una cagna in calore”. Era vero, il sesso di Ester stava colando. Lui la prese da dietro e lei smise di sentire dolore, ma solo il corpo di Mario dentro al suo corpo.

Avrebbe voluto restare così, per sempre legata, priva di ogni volontà. Solo carne con dentro carne, carne che godeva, adesso, voce che urlava “ancora, sono la tua cagna, non ti fermare, ti supplico”.

Poi Mario la slegò, lei non disse nulla, aveva le lacrime agli occhi. Si rivestì e uscì da quella casa, esausta. Si sentiva appagata.

Frequentò Mario per sei mesi, andava da lui quasi tutti i giorni.

senza aria

Mi sono trasferito, da poco, con la mia famiglia, ho cambiato quartiere. Abitavo alla Crocetta, vicino al centro, adesso siamo andati a Città Giardino.

Preferivo prima. I miei amici abitano tutti lì. E poi lì le cose sono vecchie e belle, qui nuove e tutte uguali. Lì l’autunno lo vedi nei giardini in cui andavo da piccolo. Gli alberi diventano marrone scuro ed il buio li copre presto.

Qui non so ancora com’è l’autunno, sono arrivato che era primavera. E la primavera qui la vedi nel volto sudato dei benzinai e dalle finestre non più bagnate dalla rugiada.

L’altro giorno sono uscito con Gianna. Siamo andati a bere un bicchiere in centro. L’indomani sarebbe partita per Viareggio. Ci siamo dati qualche bacio. Io ce l’avevo durissimo e ho paura che lei l’abbia notato. Non siamo ancora abbastanza intimi, le mie mani hanno toccato solo le sue tette e la sua pancia e le sue gambe. Non il culo e non la figa. Ci vediamo da un mese io e Gianna. Gianna è media. E’ carina. All’interno del gruppo del liceo è considerata bene. Insomma non faccio né una buona né una cattiva figura ad uscire con lei. Non che la cosa abbia troppa importanza, ma un po’ ne ha. Continua a leggere “senza aria”

gomme bucate

Oggi sarei dovuto andare da un paese a una città, passando da un’altra città. Per farlo avrei dovuto prendere un bus, scendere, fare un paio di chilometri a piedi, prendere una bicicletta che avevo legato qualche giorno prima, e, una volta presa, andare in stazione e prendere il treno.

Mi sveglio in orario, prendo il bus, arrivo nella prima città.

La bicicletta è davanti alla biblioteca, per arrivarci devo attraversare il centro.

Inizio a camminare e improvvisamente lo vedo. E’ perfetto. Circa trentacinque anni, alto un metro e ottanta, più o meno. Una barba fintamente incolta, ma perfettamente curata. Castano, occhi scuri. Jeans Lewis, non 501, non capisco che modello siano. Una camicia morbida a quadretti sotto a una giacca in pannino blue marine.

Adesso voi che mi state  leggendo, voi che pensate che non si possono giudicare le cinquanta sfumature di grigio se non dopo averlo letto, possibilmente tutto, voi che dite che siamo tutti diversi e non si deve giudicare mai, nessuno, neanche se lo si conosce da trentatrè anni, per piacere, smettete di leggere. Ve lo dico subito e la finiamo qui: io sono un cretino, o, almeno, voi penserete questo. Quindi, fidatevi sulla parola e andate a leggervi le cinquanta sfumature di grigio. Una volta terminate, potrete dire, in piena coscienza, che è una cagata pazzesca.

Quindi, dicevo, lo vedo. E’ perfetto. E, in un nano secondo, so tutti i suoi pensieri. Lo vedo leggere svogliatamente il Manifesto, seduto nel deshors di un bar mentre sorseggia una spremuta di arancia e parla con la sua fidanzata del perché Monti è una Minchia-secca. E vedo lei, lei, coi suoi capelli ondulati e il suo sorriso fresco mentre guarda lui, il suo amore. La vedo, guardo in basso e per puro errore temporale non vedo le clarks che dovrebbe avere. Ma vado oltre, torno indietro e continuo ad osservarli. Lui sta parlando con ironia del tizio seduto a pochi metri, quello che ha le church ai piedi. Lui non ha le church, le church sono di destra, spesso in camoscio, ovviamente modello inglese – se no non sarebbero church – e sempre, hanno la legatura in tinta. Lui ha le kickers, modello inglese – se no non sarebbero kickers – , in camoscio, ma sono di sinistra, lo si capisce perché mai, neanche a ordinarle direttamente dalla cina – credo – hanno la legatura in tinta. Il fatto che entrambe, church e kickers costano sui 400 euro è un dettaglio trascurabile.

Ma continuo a guardarlo. Ed è così bello con quel suo andare quasi impacciato mentre di sfuggita guarda la vetrina, ovviamente di Feltrinelli. Capisco tutto, ovvero che si ama a prescindere, quando squilla il suo telefonino da dentro la sua giacca e io penso: se ha un nokia anni ’90 è perfetto. Perché, diciamolo, un telefono a cosa serve? A ricevere e fare telefonate e, al massimo mandare o ricevere un qualche messaggio, possibilmente citante Sartre. E così è: la mano legata alla spalla, legata al busto, legato alle gambe, legato ai piedi coperti da scarpe da 400 euro, con fare distaccato impugna uno splendido nokia anni novanta da trenta euro. Perché si sa, lui non spende soldi per stupidaggini.

Vorrei fargli una fotografia, prendo il mio costosissimo android e mi giro e niente, il mio comunista è sparito.

Un senso di tristezza mi assale, ma stoicamente continuo a camminare fino ad arrivare davanti alla mia bici. La guardo. Nella notte, qualche simpatica canaglia le ha pugnalato le gomme.

Ancor più mesto la spingo per tre chilometri, sotto al sole, sudando come un canadese in sardegna, vestito di maglia e giacchetta, fino al gommista.

E quando ascolto il Signore delle Biciclette mentre mi dice che la spesa è di 78 euro e che il tubolare arriverà domani e quindi dovrò rimandare la partenza, vedo lui, il comunista. Lo vedo mentre aspetta, con la sua bici fissa da 1800 euro, fuori dal negozio. Lo vedo, mi vede, sorride, con quel sorriso tipico dei comunisti quando vedono un altro comunista. Come a dirsi: “siamo fighi, eh?”.

Lo vedo e, siccome sono contrario all’omicidio, vorrei bucargli le gomme.

La memoria del caso [romanzo] frammento

La modella è turca e non è bella. Ciao, ciao, cosa fai, come stai, bella Bruxelles, sì, piove sempre, da due mesi sono qui, tu tre anni? Bello fare l’indossatrice, sì con quel vestito eri bellissima, no, non è un modo per cambiare vita, vivo solo, anche tu? Trentacinque anni, sono vecchio, ventisette? Davvero? Credevo meno, ti ha detto questo? Mannò in pratica siamo colleghi, è un piccolo giornale, no, non ho la fidanzata, convivevo, anche tu? E i tuoi sono sempre in Turchia? Ah, mi spiace, io vivo al piano superiore del giornale, no, non siamo distanti, no, conosco solo Dario Carmen e Gianni, lo conosci? Sì, dovrebbe tagliarli i capelli, tinta? Credevo fossero naturali, davvero, no, Torino è a nord-ovest, Milano è più a est, sì, lì c’è la moda, a Torino la Fiat, più tardi? Certo che vengo, a volte, ma a me piace stare solo, be’ certo, non sempre e a te? Secondo me sei bravissima anche se io non me ne intendo, domani sera c’è un film al festival del cinema italiano, vuoi venire?

Sì, grazie. Continua a leggere “La memoria del caso [romanzo] frammento”

Una notte fuori – Confessioni di un ologramma [romanzo] – frammento

Passare una notte fuori è una questione di vita. Non che non si possa vivere senza farlo, intendiamoci, ma rimane una questione di vita, e, come tutte le questioni di vita, non è cosa facile.

Io non sono un professionista, mi è capitato assai raramente, ma per farlo bisogna sapere alcune cose. Innanzitutto i problemi, e ce ne sono diversi e di diversi tipi.

Iniziamo con quelli più pericolosi. Gli attacchi. Si possono avere due tipi di attacchi; da malintenzionati in cerca di soldi e da benintenzionati protettori dell’ordine. A seconda del tipo di vita che si ha possono essere più pericolosi gli uni o gli altri; il problema è che questi due generi di pericolo hanno comportamenti completamente diversi e, quindi, anche le difese devono esserlo.

Per tenersi lontano dai malintenzionati bisogna stare il più possibile in mezzo alla gente, ma questo è possibile fino a una certa ora, poi, anche nella più grande delle città, non rimane nessuno se non te , qualche barbone e i possibili malintenzionati. La prima cosa, quindi, è cercare di evitarli. Se non riesci devi cercare di essere indifferente. Non sta a te iniziare una colluttazione, quindi, sguardo basso e pedalare. Se proprio sei attaccato, devi cambiare atteggiamento. Ma di questo parlerò più avanti. Continua a leggere “Una notte fuori – Confessioni di un ologramma [romanzo] – frammento”

Sallusti (libera manipolazione in libero stato)

Ne “Il giornale” diretto da Alessandro Sallusti, nel febbraio 2007 compare la notizia della ragazzina di tredici anni che ha abortito. Il giornalista – o presunto tale – scrive che quell’omicidio (l’aborto) è stato decretato dal giudice. Contro la volontà della povera bambina.

La notizia è vera, l’interpretazione è falsa (come dirà Sallusti stesso).

Dopo qualche anno c’è stata la condanna a Sallusti, nella veste di direttore responsabile del quotidiano, con la possibilità che vada in galera per aver reiterato il reato (falso, calunnia, e altre sciocchezzuole).

Gli intellettuali italiani tutti, e tutti quelli che amano che gli altri li vedano come tali, si sono scagliati contro la legge e in favore del Sallusti.

“Libera stampa in libero stato”, “difendiamo il nemico Sallusti!”, “mi batterò fino alla morte affinché tutti, anche chi la pensa diversamente da me, possa avere il diritto di esprimere le proprie idee!”. Insomma, che la retorica abbia inizio.

Le cose intelligenti che bisogna dire, le stanno dicendo tutti. Passando da intelligenti a eroi, visto che difendono Sallusti nonostante abbia usato il suo giornale come succursale di Berluscolandia per anni. Cosa, d’altra parte, di più nobile che difendere il nemico? Cosa c’è di più puro che difendere un’idea a prescindere dal fatto che questa sarà croce rossa per il mio avversario?

Io non credo nella libera notizia in libero stato, se questa è, consapevolmente, una bufala. Ancor peggio se questa bufala nasce a scopi manipolatori (in questo caso mettere in cattiva luce il nemico “Giustizia”).

Mi importa poco che la cosa intelligente e bella da dire sia: “Sallusti non deve andare in galera”.

Credo non debba andare in galera chi esprime le proprie idee anche quando sono sbagliate (anche perché chi potrebbe dire quando soano sbagliate e quando sono giuste?). Sallusti ha certificato, con quell’articolo, un reato. Lo ha fatto tantissime volte. Adesso passa da una trasmissione televisiva all’altra accolto come simbolo della libertà di stampa. E, con la sua aria da Martire, continua a diffamare. Con la sua espressione da “sono vittima di un abuso di potere da parte della magistratura” continua a dimostrare quanto sia facile far passare un concetto al posto che un altro. Continua, col suo fare da paladino della vera-giustizia, a dimostrare come mai abbiamo subito quasi vent’anni di manipolazione politica.

Forse (ma dico: forse) non deve andare in galera, ma che almeno lo si sanzioni con qualche anno di silenzio. Non ha rispettato le regole della “libera stampa”, ha usato il suo “potere mediatico” per denigrare l’avversario utilizzando notizie vere e false (ci ricordiamo del “caso Fini?), per anni ha detto una cosa in prima pagina, con titolo a cinque colonne, per poi smentirla con tre righe a pagina sedici qualche giorno dopo.

E adesso tutti, Travaglio compreso, gareggiano per vincere il premio “manipolato d’oro – anno 2012” mostrandosi al pubblico – pagante o non – come i veri liberali.

Lo stesso premio che vinse D’Alema quando, avendo la possibilità di legiferare una legge antitrust, decise di non farlo. Anche Berlusconi, dopo tutto, aveva il diritto di esprimere le sue idee.

Alessandro Mazzi